UN NUOVO PROTAGONISTA DEI SERVIZI CONDIVISI: L’RPA

Articolo tratto da Oracle

I servizi condivisi sono pronti per un nuovo look

 

Sono stati fatti dei significativi passi in avanti nel corso degli anni grazie ai quali molti processi semplici sono stati centralizzati o esternalizzati, ma il tempo e il denaro richiesto per l’esecuzione di queste operations continua a schiacciare i profitti dell’azienda.

 

I robot lasciano il segno

 

In che modo l’automazione robotica dei processi sta ridisegnando i servizi condivisi?

La chiave per ridurre i costi dei servizi condivisi è snellire e rendere più efficienti i processi amministrativi: il campo di prova ideale per l’automazione.

Utilizzare l’automazione robotica dei processi (Robotic Process Automation, RPA). L’RPA sta assumendo un ruolo sempre più importante nei servizi condivisi perché permette alle aziende di sistematizzare le attività semplici e ripetibili. Questo non significa che i lavoratori addetti ai servizi condivisi verranno sostituiti dai robot meccanici come avviene nella produzione. I robot virtuali (robot software) programmati per imitare il numero di tasti utilizzato dai dipendenti effettueranno i lavori di ufficio e li completeranno più rapidamente e accuratamente a un costo inferiore.

“I robot virtuali (robot software) programmati per imitare il numero di tasti utilizzato dai dipendenti effettueranno i lavori di ufficio e li completeranno più rapidamente e accuratamente a un costo inferiore.”

Per molte aziende, la capacità di svecchiare i propri sistemi e di aumentare al tempo stesso il grado di efficienza rappresenta un elemento di grande attrattiva e l’RPA è particolarmente adatto a questo compito. Inoltre, più transazioni l’azienda riesce ad automatizzare, maggiore sarà il risparmio: per questo motivo l’applicazione dell’RPA rappresenta un valore importante.

 

Tieni le luci accese… per adesso

 

In che modo l’automazione robotica dei processi sta ridisegnando i servizi condivisi?

Da anni le aziende sono alla ricerca dell’automazione totale per le attività di routine e l’avvento della AI, dei chatbot e di altre forme di automazione sta portando alla realizzazione di questo sogno.

Detto ciò, un vero approccio automatizzato è ancora lontano. Se da una parte alcuni fornitori specializzati utilizzano con successo l’RPA, dall’altra la maggior parte delle aziende deve fare i conti con un insieme disorganizzato di processi e dati in cui ogni dipartimento gestisce le attività più semplici in modi completamente diversi.

I business case più interessanti avverranno quando l’RPA svilupperà funzionalità di machine learning. A quel punto la funzione dei servizi condivisi diverrà un meccanismo di auto-miglioramento che analizzerà costantemente i processi, fornendo consigli sul loro miglioramento in tempo reale.

 “L’RPA mostrerà il suo vero potenziale quando influenzerà il processo decisionale umano per il bene dell’azienda.”

In altre parole, l’RPA mostrerà il suo vero potenziale quando influenzerà il processo decisionale umano per il bene dell’azienda.

 

Il nuovo look del back-office

 

In che modo l’automazione robotica dei processi sta ridisegnando i servizi condivisi?

L’automazione e la AI permetteranno alle aziende di ridurre i costi dei servizi condivisi e alle HR e ai team finance di concentrarsi su attività che offrono un maggior valore aggiunto come la partnership tra aziende.

 

È importante notare in che modo l’RPA influirà sulle competenze degli impiegati dei servizi condivisi. Alcune aziende potrebbero decidere di internalizzare le attività di alto livello mentre altre potrebbero investire nell’ampliare le competenze tecnologiche dei dipendenti dei centri più lontani. In entrambi i casi, il back office subirà certamente una trasformazione.

 

 

Articolo completo: https://www.oracle.com/it/applications/erp/features/shared-services-automation.html

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LAVORO, L’ARIA INIZIA A CAMBIARE

Articolo tratto da Wired – 2 agosto 2017

Un’indagine Idc per Salesforce stima oltre 800mila nuovi posti solo nel customer relationship management. La sfida passerà dalla forchetta cronologica fra perdita di vecchi impieghi e conquista di posizioni più qualificate

 

Posti in più o posti in meno?

 

Vi si raccontava che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti sarebbe stato ad alto rischio a causa dell’automazione nel giro di un decennio o un ventennio. Oppure quello, dello scorso anno, firmato dal World Economic Forum e battezzato The future of jobs secondo il quale in 13 Paesi industrializzati (fra i quali l’Italia) i posti persi fra 2015 e 2020 potrebbero essere oltre 5 milioni.

 

Eppure alcune altre ricerche, specialmente negli ultimi tempi, iniziano a inquadrare il fenomeno sotto un altro punto di vista. Una, per esempio, sostiene che l’intelligenza artificiale potrà generare oltre 800mila posti di lavoro. Ebbene, la cifra è ancora più sorprendente se si considera che l’indagine riguarda solo un settore, per quanto centrale, cioè il cosiddetto crmcustomer relationship management. Si tratta della gestione della relazione con i clienti intesa oggi nel senso più ampio possibile.

 

Secondo Idc questi posti fioccheranno nel giro di pochi anni, entro il 2021, sorpassando almeno in quell’ambito l’emorragia dei posti persi. Non solo, lAI spingerà questo business fino a toccare un giro d’affari da 1,1 biliardi di dollari nello stesso periodo e potrebbe portare i posti di lavoro a due milioni per effetto dell’indotto.  e indagini di esperti come Erik Brynjolsson e Andrew McAfee, che nel loro libro La nuova rivoluzione delle macchine uscito nel 2014 spiegavano la discrepanza fra curve della produttività (in continua crescita) e curva dell’occupazione (in stallo in discesa) potrebbero essere rimesse sotto analisi nel giro di qualche tempo? Chissà.

 

La paura di perdere il lavoro per queste cause, dice un rapporto recente di Udemy, è una delle prime ragioni di stress fra gli impiegati. Molto si capirà nel giro del prossimo anno. Stando a diversi osservatori, infatti, il 2018 sarà il giro di boa per l’adozione dell’intelligenza artificiale.

 

Le parti automatizzate di un lavoro finiranno con l’aumentare la produttività e la qualità dei lavoratori integrando le loro qualità con le macchine e i computer così come consentendo loro di concentrarsi sugli aspetti di quei lavori che hanno bisogno di maggiore attenzione” ha spiegato lo scorso inverno il Washington Post in un pezzo sul futuro del mercato del lavoro nel 21esimo secolo. Per una ragione ben precisa: quei famosi benefici di produttività si verificheranno solo quando gli uomini collaboreranno con le macchine.

 

Uno studio di PwC sostiene che l’automazione farà aumentare la produttività – grande assunto generale, come abbiamo visto – e riconosce che produrrà nuove opportunità. Ovviamente sono opportunità molto diverse dal passato. Secondo l’Unione Europa entro il 2020 potrebbe per esempio esserci bisogno di 825mila professionisti nel settore Ict. Perfino in un’indagine più recente e molto più dura di McKinsey (che ha analizzato duemila attività in 820 tipi di lavori prefigurando 1,2 miliardi di posti di lavoro sostituibili in tutto o in parte, 700 milioni dei quali in India e in Cina) conclude che “per il 60% di tutti i lavori è automatizzabile almeno il 30% delle funzioni”. Ma – notizia – i lavori totalmente automatizzabili non superano il 5%. E la crescita della produttività nei Paesi industrializzati analizzati, fra cui l’Italia, è in grado di salire dallo 0,8 all’1,4% ogni dodici mesi.

 

La sfida passerà ovviamente dal processo di rimediazione tecnologica e da quanto riusciremo a stringere la forchetta cronologica fra perdita di vecchi impieghi e conquista di nuove posizioni

 

 

Articolo completo: https://www.wired.it/ai-intelligenza-artificiale/storie/2017/08/02/intelligenza-artificiale-lavoro/

L’infelice caso del video della filiale di Castiglione: dilettanti allo sbaraglio

Si tratta di un caso balzato agli onori delle cronache non più di due settimane fa, ma già sembra passato un anno. Un fenomeno che è durato giusto il tempo di rovinare la vita a una persona e alla sua famiglia, per poi essere dimenticato. Per chi non ne avesse sentito parlare, o se ne fosse già dimenticato, ecco qui la storia.  In breve: un contest interno di Intesa Sanpaolo invitava le filiali a produrre dei video “divertenti”, che li rappresentassero.

L'iniziativa video di Banca Intesa Sanpaolo

Per motivi ancora da chiarire, ma sostanzialmente attribuibili alle bassezze del genere umano, facilitate dal digitale (come anche le altezze, che oggi come ieri sono ahimè meno comuni), il video, involontariamente comico, è divenuto di dominio pubblico, con relativa gogna social per la malcapitata protagonista. Su questo fenomeno, Selvaggia Lucarelli ha scritto un post che mi sento di condividere:

Sul fronte della riflessione centrata sulle motivazioni “aziendali” di iniziative del genere, e sulla cultura corporate che le ha prodotte, ha scritto molto bene Enrico Sola nel suo blog su Il Post

Servono aziende più serie. Non nel senso di aziende che pubblichino meno balletti ridicoli con sorrisi finti da nuoto sincronizzato, ma aziende che capiscano che la “militanza affettiva” dei propri impiegati passa attraverso fatti concreti, non proclami sterili, cori da stadio e fuffa da convention.

E conclude:

Il vero danno d’immagine per uno dei principali istituti bancari nazionali è questo: il top management fa fare ai suoi dipendenti un’attività imbarazzante, non li difende dall’esposizione pubblica e, a danno fatto, non concepisce nemmeno da lontano l’opportunità di dire “forse abbiamo avuto un’idea stupida e pericolosa e non abbiamo capito come funziona Internet”, e in ultimo avvia un’inutile caccia alle streghe contro la “spia” interna”.

Osservazione personale: dato la memoria cortissima degli utenti dei social (cioè di quasi tutti noi), anche questi danni di immagine si rivelano per queste aziende del tutto temporanei. Vorrei sapere quante delle persone che hanno riso su quel video sono a conoscenza o ricordano di quale banca si tratti (ve lo ricordo io: Banca Intesa Sanpaolo).

Su questo tema aveva scritto il mio amico Luca Villani di The Van, e in tempi non sospetti: giugno 2016. Il titolo era provocatorio: La comunicazione interna? Non esiste. Scriveva Luca:

Sul piano culturale, il mondo è cambiato: i social media hanno messo fine al concetto stesso di privacy, a dispetto di ogni legge che ci obbliga a procedure inutili e fastidiose per “accettare i cookies”. Certo, i collaboratori restano un target privilegiato: ma sono parte di un target più ampio, fatto di cerchi concentrici i cui confini non sono mai netti.

Ne sa qualcosa Luca Luciani, che nel 2008, Direttore Generale di Telecom/TIM, fu travolto da una bufera mediatica perché in un suo discorso ai venditori, tra iperboli e sgrammaticature, aveva asserito che Napoleone (anzi, “NapoleTone”) avesse vinto a Waterloo.

Il filmato finì su YouTube e la sua stella si offuscò. (Ma non vi preoccupate per lui: come vedete qui, l’uomo è di quelli che cadono sempre in piedi).

Sul caso della filiale di Banca Intesa Sanpaolo di Castiglione delle Stiviere, personalmente vorrei soffermarmi su un tema forse minore, e magari specialistico, ma per me, addetto ai lavori, profondamente irritante. Premetto: promuovere la produzione di contenuti creativi da parte degli impiegati non è di per sé un’idea sbagliata, tutt’altro. Il titolo di  uno dei corsi di formazione che tengo per The Vortex è: Essere creativi. Dopo un’intera giornata di workshop, i partecipanti arrivano a scoprire che tutti loro possono essere creativi, a patto di capire cos’è davvero la creatività e attivare alcune facoltà che non ritenevano di possedere. Per fare questo occorre metodo e impegno. Ecco: promuovere la creatività dei dipendenti è un obiettivo meritorio, ma richiede progettualità, tempi e risorse. E per mie esperienza personale, raramente le aziende italiane le mettono in campo per obiettivi del genere.

Ma c’è un aspetto per me particolarmente irritante: dietro queste iniziative c’è in fondo l’idea che basti uno smartphone e un quarto d’ora di tempo per produrre qualcosa di gradevole. È un’idea profondamente ingenua e sbagliata. Attori e videomaker non ci si improvvisa. Non per questo occorre acquisire all’esterno video professionali o rinunciare. Imparare alcuni trucchi per ottenere buoni risultati (ad esempio questi) è più facile di quello che sembra. Ma occorre un progetto di lungo periodo, dei project leader, una piattaforma tecnica condivisa, e un po’ di formazione. Niente di trascendentale o di costoso. In cambio, un’operazione così congegnata coinvolge veramente i dipendenti, dà loro qualcosa di importante (nuove esperienze, nuove conoscenze, nuove sicurezze) e produce materiale di qualità infinitamente superiore. Che se trapela all’esterno, dà veramente l’idea di un’azienda davvero coesa e creativa.

GUIDA AL FACT-CHECKING E AGLI STRUMENTI DI VERIFICA DELLE NOTIZIE

Articolo tratto da Inside Marketing – 14 maggio 2017

 

Verificare le notizie è essenziale per evitare il diffondersi di bufale e notizie false. Ecco i principali strumenti per il fact-checking.

 

Se sembra troppo bello per essere vero, probabilmente non lo è. Con riferimento alle notizie, mette in guardia da tutti quei fatti che ogni giorno raggiungono newsroom e giornalisti e che però non possono (e non devono) essere considerati notizie.

Se c’è una minaccia alla credibilità dell’informazione digitale, infatti, si tratta delle bufale. Il mito della velocità e dell’aggiornamento continuo, la necessità di competere con i social e gli altri ambienti digitali dove le notizie corrono istantaneamente spesso inducono chi si occupa d’informazione a cadere nella trappola di notizie non verificate, false o confezionate ad hoc in una logica “acchiappa like”.

La vera soluzione? Riscoprire i tempi di un giornalismo slow”, che punti alla qualità più che alla quantità di notizie e all’aggiornamento continuo e, nel frattempo, preoccuparsi di diffondere una cultura del fact-checking, letteralmente della verifica delle notizie.

 

UN MANIFESTO DEL FACT-CHECKING

 

Per farlo non bastano le iniziative isolate. Per questo il giornalismo, d’oltreoceano soprattutto, si è già inventato community contro le bufale all’interno delle quali i professionisti dell’informazione possono scambiarsi best practice e puntare all’alfabetizzazione dei lettori, affinché siano i primi stakeholder di un giornalismo di qualità. Più recentemente, alcuni dei maggiori soggetti internazionali che operano nel campo dell’informazione hanno firmato un manifesto del fact-checking che ha come obiettivo quello di promuovere le eccellenze in materia di verifica delle fonti.

 

QUALI STRUMENTI PER IL FACT-CHECKING?

 

Per difendere la credibilità dell’informazione ci sono diverse pratiche e tool che chi si occupa d’informazione può e deve utilizzare per non incappare nel pericolo bufale o notizie non verificate e non verificabili. Si tratta di strumenti utilissimi soprattutto quando ci si trova ad affrontare e gestire una crisi.

 

CURARE LE FONTI

 

Il primo passo per un fact-checking efficace, infatti, è il controllo delle fonti. Nel gioco di rimbalzi, condivisioni, passaparola tipico degli ambienti digitali può essere particolarmente difficile risalire alla fonte originale di una notizia. Le rivoluzioni nel Medio Oriente, meglio conosciute come Primavera Araba, hanno fatto scuola e sono state il banco di prova per il citizen journalism. In quell’occasione i giornalisti “tradizionali” si trovarono più volte a dover verificare l’attendibilità di fonti che si proclamavano direttamente coinvolte nelle rivolte. Già da allora si dimostrò essenziale, così, quello che fu indicato come un approccio “networked al giornalismo: di fronte all’abbondanza di informazioni che arrivano alle redazioni da fonti non tradizionali, il giornalista non può che lavorare “facendo rete” con le proprie. Significa selezionare alcuni utenti che si mostrano più attendibili di altri, preparare liste (soprattutto su Twitter e altri social network) di contatti da seguire per restare aggiornati sulla situazione, entrare in contatto con soggetti privilegiati (freelance, fotografi, videoreporter, operatori umanitari, etc.) che operano nella zona e che potrebbero fornire materiale di prima mano.

 

GLI STRUMENTI DIGITALI A PROVA DI FACT-CHECKING

 

Non possono essere ignorati i numerosi strumenti d’ausilio al fact-checking offerti dalla tecnologia e dagli ambienti digitali: si va dai badge blu che contraddistinguono sui social i profili ufficiali di giornalisti, politici, personaggi pubblici alle diverse piattaforme che permettono di ricavare qualche informazione in più sui contenuti multimediali. Il giornalismo digitale deve gestire, infatti, una grande quantità di user generated content che arrivano nelle newsroom e che costituiscono spesso l’unico apparato multimediale disponibile per quella notizia. Come fare a stabilire, allora, la veridicità di una foto o di un video? Si può partire, per esempio, dall’analizzare i meta-dati eventualmente disponibili e che dicono qualcosa su quando e come sono stati scattati o girati, anche se la maggior parte dei social cancella questa tipologia di dati; si può usare la ricerca inversa, tramite immagini di Google Image, per verificare che quella stessa foto o un fotogramma del video non siano stati già pubblicati in precedenza e possano non riferirsi, quindi, all’evento in atto; si possono usare servizi come Google Maps o Wikimapia per confrontare alcuni dettagli urbani e paesaggistici, in modo da capire se foto o video siano stati realizzati realmente nel posto in questione.

AFFIDARSI ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE…

 

Qualcuno ha provato a costruire, addirittura, algoritmi che aiutino giornalisti e professionisti dell’informazione a valutare l’attendibilità dei post sui social. Ci sarebbero, infatti, elementi ricorrenti nei tweet o negli aggiornamenti Facebook che riportano bufale, notizie false o non verificate. Sono elementi sintattici come grossolani errori grammaticali (che potrebbero essere, per esempio, spia dell’uso di traduttori online), uno smodato uso dei pronomi o della punteggiatura o, persino, delle emoticon.

 

…O A QUELLA COLLETTIVA

 

Chi non voglia affidarsi all’intelligenza artificiale, però, può sempre affidarsi all’intelligenza collettiva. Gli ambienti digitali, infatti, renderebbero più facile il fact-checking anche per la possibilità di affidarsi al crowd-sourcing: un giornalista che debba verificare una notizia, in altre parole, può fare affidamento alla “folla”, partendo dal presupposto che la coda lunga della Rete permette di trovare facilmente l’esperto di qualsiasi materia.

 

UNA SENSIBILITÀ NUOVA PER IL FACT-CHECKING?

 

Non si possono non segnalare, infine, i passi avanti nella direzione del fact-checking condotti anche dai giganti dell’informazione 2.0. È stato creato per esempio il Facebook Journalism Project con l’intento di agire sia sul fronte dei professionisti dell’informazione sia su quello dei lettori per una maggiore sensibilizzazione rispetto all’importanza di condividere solo notizie verificate e alle responsabilità anche giuridiche che derivano dalla diffusione volontaria di bufale.

 

Ad aprile 2017 è arrivata, poi, la conferma dell’impegno di Google contro le fake news. Dopo vari annunci che sottolineavano la volontà di penalizzare con l’algoritmo i siti che pubblicassero notizie false o non verificate, Big G ha introdotto infatti, sia nella sezione News che per i comuni risultati di ricerca, e in tutte le lingue, l’etichetta “Fact Check” con cui vengono segnalate le notizie che rispettano i più comuni criteri di verifica delle fonti o che provengono da siti e domini segnalati come attendibili.

 

Articolo completo: https://www.insidemarketing.it/fact-checking-strumenti-verifica-notizie/

LA (NUOVA) COMUNICAZIONE PUBBLICA PER VINCERE LA BATTAGLIA DELLE FAKE NEWS

Articolo tratto da La Stampa – 09/10/2017

Il requisito fondamentale è la creazione di una comunità, attraverso il quale diffondere notizie verificate.

 

La comunicazione pubblica può vincere la battaglia contro le fake news. Per Francesco Nicodemo, scrittore ed ex responsabile della comunicazione del Partito Democratico, la vera questione è l’educazione del cittadino, che deve acquisire gli strumenti per distinguere una notizia vera da una falsa.

La relazione con il cittadino è il tema su cui comunicatori, addetti stampa e social media manager si sono confrontati nella terza edizione degli Stati Generali della nuova comunicazione pubblica.

 

Il social media team regionale «è una realtà di eccellenza europea», ha detto Francesco Di Costanzo, presidente di PA social. «Grazie a campagne social mirate, sono riusciti a fare rete tra cittadini, imprese e turisti», continua. Insomma, la promozione del territorio nasce proprio dalla creazione di una comunità che fa del rapporto diretto con le istituzioni il suo valore fondante. Rapporto diretto che è l’obiettivo dell’ufficio comunicazione del Comune di Ancona. Il lavoro fatto dalla responsabile Barbara Ulisse, rappresenta uno dei primi esperimenti in Italia dell’utilizzo di Whatsapp come strumento per una relazione continua e personalizzata con l’utente.

 

Una comunità che nasce anche nelle istituzioni che forniscono servizi essenziali come la sanità. Gabriele Palmara è il social media manager di ATS Bergamo, l’agenzia di tutela della salute provinciale. Il suo staff ha iniziato a usare Snapchat per diffondere campagne d’informazione e di prevenzione per determinate patologie. In questo caso, il canale era rivolto ai più giovani. Mentre per le persone più anziane, hanno deciso di utilizzare Facebook: in particolare i gruppi formati da cittadini bergamaschi, attraverso il quale diffondere informazioni e notizie.

 

«Nasce tutto dalla capacità di gestire i social network, conoscere i linguaggi degli stessi e soprattutto capire con chi si sta parlando», spiega Palmara. Tre requisiti fondamentali, attraverso i quali creare una nuova figura professionale: il giornalista pubblico. «Una professione fondamentale per fare da tramite tra il cittadino e le istituzioni», dice Di Costanzo.

 

Articolo completo: http://www.lastampa.it/2017/10/09/tecnologia/news/la-nuova-comunicazione-pubblica-per-vincere-la-battaglia-delle-fake-news-avrm7erCd9UDJOFEnaclbJ/pagina.html 

TRA REALTÀ VIRTUALE E CHATBOT, L’UFFICIO NELL’ERA DELL’INDUSTRIA 4.0

Articolo tratto da Libero.it – 19 Settembre 2017

In azienda stanno entrando nuove tecnologie, che un giorno rimodelleranno non solo i sistemi di produzione ma anche le abitudini lavorative

 

Non è difficile immaginare in un futuro non troppo lontano come potrebbe evolversi il lavoro in ufficio. È sufficiente, ad esempio, mettere insieme le ultime innovazioni a disposizione dell’Industria 4.0. Oltre all’automazione e agli oggetti sempre connessi dell’Internet of Things, in azienda, infatti, cominciano ad entrare la stampa 3D e soprattutto l’intelligenza artificiale, il machine learning e le realtà virtuale e aumentata. Strumenti che rimodellano completamente gli attuali sistemi di produzione, che di massa e rigidi virano verso tecniche flessibili, e ridisegnano anche gli standard lavorativi.

 

L’ufficio 4.0

 

Partiamo con la realtà virtuale. Non è fantascienza se in futuro per prendere parte in una riunione basterà indossare un visore VR, senza neanche recarsi fisicamente in azienda. Un assistente intelligente ci ricorderà gli appuntamenti in calendario oppure ci leggerà le email: sarà sufficiente utilizzare la voce per rispondere ai messaggi in arrivo.

Così come appare probabile che in ufficio, nel giro di qualche anno, i classici schermi saranno sostituiti da display olografici e tecnologie di proiezione virtuale. Come assistente avremo, come visto, un chatbot dalle capacità di ragionamento quasi umane.

 

Anche l’intelligenza artificiale giocherà un ruolo importante nell’ufficio 4.0. Gli algoritmi potranno, ad esempio, aiutarci a concludere un progetto, suggerendoci possibili soluzioni. Così come sarà importante la stampa 3D, tecnologia sempre più utilizzata dalle aziende in fase di produzione. Con una stampante 3D potremmo sviluppare qualsiasi oggetto senza essere costretti a uscire dall’ufficio.

In azienda, inoltre, i badge saranno sostituiti da sistemi di riconoscimento biometrici, mentre ad attenderci davanti l’ingresso non ci sarà più security ma dei robot.

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/tra-realta-virtuale-e-chatbot-lufficio-nellera-dellindustria-4-0-15281

CHI SONO GLI ITALIANI CONNESSI: ECCO I DATI AGGIORNATI

Se vi siete mai chiesti quali siano i numeri più recenti sugli utenti di Internet in Italia, sappiate che esiste un istituto che ogni mese rilascia un rapporto chiamato Total Digital Audience, e che descrive le caratteristiche di tutti gli italiani connessi in quel mese: quanti sono, chi sono e cosa fanno quando sono connessi. Questo istituto si chiama Audiweb ed è “l’organismo super partes che rileva e distribuisce i dati di audience di internet in Italia, offrendo al mercato dati obiettivi, di carattere quantitativo e qualitativo, sulla fruizione del mezzo”. Chi c’è dietro? “Le associazioni di categoria che rappresentano gli operatori del mercato: Fedoweb (50%), associazione degli editori online, UPA Utenti Pubblicità Associati (25%), che rappresenta le aziende nazionali e multinazionali che investono in pubblicità e Assap Servizi s.r.l., l’azienda servizi di AssoCom (25%), associazione delle agenzie e centri media operanti in Italia”. Insomma, è per il digitale quello che è l’Auditel per la TV.

 

TotalDigitalAudience_Luglio_2017

 

Cosa emerge da questo rapporto? Da un lato sorprende che solo di recente l’uso di Internet abbia superato la metà della popolazione italiana: il 58% degli italiani si è connesso almeno una volta nell’ultimo mese rilevato. Se parliamo di utilizzo quotidiano, scendiamo al 44%. Che sono sempre quasi 22 milioni di utenti, eh, connessi per una media di 2 ore e 21 minuti ogni giorno. In realtà, se tagliamo fuori gli over 55, che abbassano di brutto la media, parliamo di percentuali che arrivano a sfiorare il 70% di italiani connessi ogni giorno. Va detto che il segmento degli over 55 è anche quello che sta crescendo più velocemente (addirittura +10% da un mese all’altro!).

 

 

TotalDigitalAudience__profili_Luglio2017

 

Altro dato interessante è che nel mese di luglio 2017 gli utenti maggiorenni hanno dedicato l’81% del tempo totale online alla navigazione tramite mobile. Insomma, chi sta leggendo questo post da un pc/laptop, sappia che fa parte di una sparuta minoranza. Ma c’è di più: nell’ultimo mese rilevato, oltre 14 milioni di italiani si sono connessi esclusivamente da mobile. Un pc connesso manco sanno com’è fatto, o giù di lì. Chiunque produca contenuti per il web deve tenerlo sempre a mente. E non è un esercizio facile: il più delle volte chi produce contenuti “professionali” lo fa con un pc, ma la sua audience probabilmente non li vedrà sullo stesso device che lui sta utilizzando.

 

TotalDigitalAudience__tempo_speso_bis_Luglio2017

Ultimo dato interessante riguarda le donne. Che da sempre sono rimaste sempre un passo indietro nell’utilizzo della rete. Bene, almeno qui la parità di genere è praticamente raggiunta: nel giorno medio risultano online il 44% delle donne e il 44,9% degli uomini. Ma se parliamo dell’utilizzo da mobile, scopriamo che è avvenuto un sorpasso, e che sorpasso: le donne trascorrono online mediamente 2 ore e 18 minuti da mobile, mentre gli uomini un’ora e 53. Vien da dire che lo smartphone ha rimosso quel filtro da nerd che riservava l’utilizzo dei device elettronici solo a quelli che li sapevano montare e smontare, che tradizionalmente è uno sport tipicamente maschile. Del resto, guardate un po’ che guai possono combinare certi maschi nerd…

Fonte: http://www.audiweb.it/news/total-digital-audience-luglio-2017/?utm_source=Newsletter&utm_medium=RedLink&utm_campaign=dati_luglio_2017&utm_content=link_sito

McKinsey, LA COMUNICAZIONE SUL LAVORO È SEMPRE PIÙ SOCIAL. E GLI EXECUTIVE APPREZZANO

Articolo tratto da Digital4 – 31 Luglio 2017

Applicazioni di collaboration, editing condiviso, videoconferenze: gli strumenti di nuova generazione sono ormai integrati nelle attività quotidiane delle aziende e supportano un numero crescente di processi, sostituendo mail e telefonate. 

Gli uffici sono sempre più social: gli strumenti per la comunicazione digitale hanno raggiunto il più alto livello di integrazione di sempre nel modo di lavorare delle organizzazioni. Lo rivela l’ultimo sondaggio di McKinsey Global sull’utilizzo delle applicazioni per la collaborazione, la messaggistica e le videoconferenze in azienda. In particolare, nelle organizzazioni in cui si sono diffuse le piattaforme message-based, la comunicazione tra dipendenti o con i manager avviene più spesso con i sistemi social che tramite telefono e email. I prodotti sono ormai molti: fra i più noti ed estesi ci sono Office 365 di Microsoft, G Suite di Google, Facebook Workplace. Lo smart working viene dunque agevolato, in uno scenario di organizzazione collaborativa in cui la Direzione HR riveste un ruolo fondamentale per favorire il cambiamento.

Tecnologie social integrate nel quotidiano in quasi metà delle aziende

Non che gli strumenti di comunicazione social al lavoro siano predominanti: sono ancora definiti un “supplemento” e quasi tre quarti degli executive sentiti da McKinsey ammette di basarsi sull’uso di tecnologie più vecchie, come email, Sms, telefonate. Tuttavia, il 45% del campione afferma, riferendosi alla situazione del 2016, che le tecnologie social sono “molto” o “estremamente” integrate nel lavoro quotidiano (contro il 33% del 2015); solo nel 3% dei casi queste tecnologie non sono integrate “per niente”.

Le piattaforme di messaggistica business agevolano l’uso dei tool social

L’utilizzo dei nuovi strumenti è particolarmente comune nelle aziende che hanno adottato piattaforme message-based – una quota di intervistati che è più che raddoppiata tra il 2015 e il 2016. In queste aziende la probabilità di aver integrato al massimo gli strumenti social per comunicare in ufficio è due volte e mezzo più alta della media e, ovviamente, scende di pari passo l’utilizzo di email e telefono. Nelle organizzazioni dove sono consolidati i prodotti di messaggistica la probabilità di connettersi con i colleghi usando strumenti interattivi e in tempo reale come applicazioni di team collaboration e editing collaborativo di documenti è doppia rispetto alla media complessiva.

Anche nei processi di Procurement e Supply Chain

Le tecnologie social hanno un utilizzo prevalentemente interno: nell’85% dei casi si applicano alla comunicazione tra colleghi e team dentro l’organizzazione. Ma c’è una quota crescente di executive che dice che vengono usate anche per comunicare con i partner: il 59% nel 2016, contro il 49% del 2015. L’uso è più comune in “processi che si interfacciano con l’esterno, come le pubbliche relazioni, il recruiting o la gestione delle relazioni con i clienti”.

Comunicazione più informale, team più autonomi

Per gli executive intervistati, il primo vantaggio dell’adozione degli strumenti di comunicazione social, collaboration e videoconferenza è la riduzione dei costi, ma è molto apprezzato anche il miglioramento dell’efficienza nella collaborazione, in particolare per la possibilità di interagire in tempo reale, di parlarsi e vedersi anche se ci si trova in posti distanti e con fusi orari diversi. Gli executive sottolineano come gli strumenti social rendono la comunicazione più spontanea e aiutano le persone ad auto-organizzarsi e coordinarsi.

Articolo completo: https://www.digital4.biz/executive/approfondimenti/mckinsey-la-comunicazione-sul-lavoro-e-sempre-piu-social-e-gli-executive-apprezzano_436721510505.htm

 

IL TIZIO CHE CI HA ROVINATO LA VITA ORA CI HA CHIESTO SCUSA

Articolo tratto da il Post – 10 Agosto 2017

Bill Burr è la persona a causa della quale usiamo password assurde con numeri, maiuscole e caratteri speciali: ora sappiamo che non serve a molto

 

Un uomo che si chiama Bill Burr ha detto al Wall Street Journal di essere molto dispiaciuto e di voler chiedere scusa al mondo per una cosa che ha fatto 14 anni fa. Nel 2003, quando era impiegato al National Institute of Standards and Technology, un’agenzia del governo statunitense che promuove l’innovazione e le nuove tecnologie, Burr compilò una guida di otto pagine su come avere password sicure. Tra i suoi consigli c’era creare password con caratteri insoliti, numeri, lettere minuscole e maiuscole. Il suo manuale venne adottato da quasi tutte le società online e le sue regole per creare password sicure sono diventate onnipresenti, dai servizi email agli account di homebanking. Burr e la sua guida sono insomma il motivo per cui molte delle password che usiamo tutti i giorni sono divenute impossibili da memorizzare, perché contengono caratteri complicati e inusuali come “§#£&!”.

Il problema è che per quanto possiate usare caratteri strani e imprevedibili, una password breve è sempre più facile da violare rispetto a una sequenza di lettere normali, e più facili da ricordare, ma più lunga. In altre parole: è meglio avere come password una sequenza di parole di senso compiuto e facili da ricordare per chi la conosce, piuttosto che una breve stringa di caratteri incomprensibili e difficilissimi da tenere a mente per un essere umano, ma semplici da indovinare per un computer.

Burr scrisse il suo manuale senza essere un esperto di sicurezza e senza avere una conoscenza approfondita del funzionamento delle password.

L’ultima guida sulle password pubblicata dal National Institute of Standards and Technology, il vecchio ufficio di Burr, consiglia di creare password formate da lunghe sequenze di lettere e numeri, piuttosto che gli strani ammassi di caratteri che suggeriva Burr. Oggi sappiamo che le password migliori sono quelle lunghe, e non semplicemente quelle difficili da ricordare.

Articolo completo: http://www.ilpost.it/2017/08/10/password-strane-inutili/

IL LAVORO AGILE RIDISEGNA I LIMITI SU ORARIO, CONTROLLI E SEDE DI ATTIVITÀ

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore – 30 Agosto 2017

Cos’è e come si misura Lo smart working è una mera modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, non una nuova tipologia contrattuale, quindi non fa venir meno la subordinazione ed i connessi poteri del datore di lavoro.

Il ricorso al lavoro agile va stabilito mediante accordo. È cioè indispensabile sottoscrivere accordi con ogni lavoratore che voglia rendere la prestazione con questa modalità e ciò anche ai fini della regolarità amministrativa.

Orario e organizzazione Nel lavoro agile non ci sono precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro. La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno di locali aziendali ed in parte all’esterno, senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro.

Il lavoratore dovrebbe quindi essere libero di determinare autonomamente tempi e luoghi della prestazione, con il solo vincolo della durata massima dell’orario di lavoro (non orario normale) in funzione del raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il lavoro agile ben si presta a una valorizzazione del rapporto di fiducia con il lavoratore. Può quindi comportare forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi.

Strumenti e controlli Data l’assenza di vincoli di luogo, è imprescindibile il ricorso a strumenti tecnologici anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale.

La predisposizione di una procedura sulla base del comma 3 dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori consentirebbe sia di rispettare quanto richiesto dalla legge sul lavoro agile, sia l’utilizzabilità a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro delle informazioni raccolte.

Flessibilità Il lavoro agile è quindi una grande opportunità sia per le imprese che per i lavoratori. Per le prime un’opportunità per adottare nuovi modelli organizzativi, che comportando importanti riduzioni di costi, non fanno perdere, ma anzi guadagnare, controllo sulla prestazione. Per i lavoratori è un’opportunità per guadagnare spazi di fiducia ed essere misurati sui risultati della prestazione.

Questo può mettere in crisi le tradizionali distinzioni tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, ma poco importano alle aziende le distinzioni teoriche se i nuovi strumenti legislativi consentono di adottare, con maggior sicurezza, modelli organizzativi che ormai si imponevano nella realtà socio-economica.

Il pubblico impiego La nuova legge sul lavoro agile si applica anche ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, «secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’art. 14 della legge 7 agosto 2015 n. 124» e fatte salve le specificità del lavoro pubblico.

La disposizione appena citata della legge 124/2015 prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative per l’attuazione del telelavoro e la sperimentazione «di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa (lavoro agile)». L’obiettivo della legge è ambizioso: consentire, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti di lavorare da remoto, senza pregiudizio per la professionalità e la carriera.

Articolo completo: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-08-26/-lavoro-agile-ridisegna-limiti-orario-controlli-e-sede-attivita-190201.shtml?uuid=AERxSe6B&refresh_ce=1

SMART WORKING

Arriva lo “smart working”, il lavoro agile. Ma con regole

Via libera dal Parlamento alla legge sul lavoro autonomo, che nel secondo capo stabilisce nuove regole anche per il cosiddetto «smart working» o «lavoro agile. Lo smart working si rivolge a professionalità qualificate di tipo impiegatizio o manageriale. Si basa su tecnologie «mobili» come tablet, laptop e smartphone. Prevede che il lavoratore svolga una parte dell’orario di lavoro fuori dall’azienda – due giorni alla settimana, tre, un pomeriggio soltanto, con qualunque motivazione – mentre il resto del tempo lavora nel modo tradizionale.

Per dare il via a questo rapporto di lavoro “smart” serve un contratto scritto tra le parti, con la possibilità unilaterale di recedere: può essere a tempo determinato o indeterminato.

ACCORDI SU LAVORO AGILE, MARCIA INDIETRO CON PREAVVISO 

L’accordo sul lavoro agile tra azienda e lavoratore, che deve essere un contratto scritto tra le parti, può essere a tempo determinato o indeterminato. Nel caso di accordo a tempo indeterminato, per fare marcia indietro rispetto alla modalità lavoro agile è richiesto un preavviso non inferiore a 30 giorni, che sale a 90 giorni nel caso in cui il recesso da parte del datore di lavoro riguardi un rapporto di lavoro agile con un lavoratore disabile. Il passaggio alla modalità `smart´ è risolvibile da entrambe le parti con preavviso.

PARITÀ TRATTAMENTO CON I COLLEGHI IN UFFICIO  

Il lavoratore ha diritto a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello riconosciuto ai colleghi che svolgono le stesse mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda, in attuazione dei contratti collettivi.

IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE  

I dipendenti potranno lavorare in parte presso i locali dell’azienda, in parte dove vorranno, ma sempre entro gli orari giornalieri e settimanali massimi. Una parte dell’accordo dovrà essere dedicata al dettagliare il “diritto alla disconnessione”: dovrà esser messo nero su bianco il tempo di riposo del lavoratore, “nonché le misure (tecniche ed organizzative) necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”.

SALUTE E SICUREZZA  

Il datore di lavoro consegna al lavoratore agile e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta in cui sono individuati i rischi generali e specifici. Viene riconosciuto il diritto alla tutela contro gli infortuni (anche in itinere) e le malattie professionali.

 

Articolo completo: http://www.lastampa.it/2017/05/11/economia/arriva-lo-smart-working-il-lavoro-agile-ma-con-regole-M4CtGqUn6E4k8HIA6IsbyM/pagina.html

La trasformazione digitale passa per il mobile

Visual Networking Index di Cisco: in cinque anni il 70% della popolazione globale sarà composto da utenti che si collegano via smartphone e tablet. Il traffico dati aumenterà di otto volte rispetto a oggi

 

Entro il 2020 ci saranno 5,5 miliardi di utenti di telefonia mobile, pari al 70% per cento della popolazione mondiale.

A trainare la crescita c’è l’adozione di dispositivi mobili, l’aumento della copertura mobile, e la domanda di contenuti mobili: elementi che fanno crescere il numero di utenti al doppio della velocità rispetto alla crescita della popolazione mondiale.

Secondo le proiezioni, i dispositivi e le connessioni mobile “intelligenti” rappresenteranno il 72% del totale dei dispositivi e di connessioni mobile entro il 2020, in crescita rispetto al 36% registrato nel 2015.

Si prevede, si legge in una nota di Cisco, nello stesso arco di tempo i dispositivi intelligenti genereranno il 98% del traffico dati mobile.

Dal punto di vista del singolo dispositivo, a dominare nel campo dei traffico mobile sono gli smartphone: entro il 2020 rappresenteranno l’81% del traffico mobile totale, rispetto al 76% del 2015. Entro il 2020 il numero di persone che possiedono telefoni cellulari (5,4 miliardi) supererà il numero di persone che hanno energia elettrica (5,3 miliardi).

Il video mobile, secondo le previsioni dello studio, avrà il tasso di crescita più elevato di qualsiasi altra applicazione mobile. La richiesta da parte di utenti consumer e business di una maggiore risoluzione del video, una maggiore larghezza di banda e velocità di elaborazione porterà ad un maggiore utilizzo di dispositivi connessi 4G.

“Di fronte al costante aumento di miliardi di persone e cose che si connettono, la mobility è il mezzo principale che oggi sta permettendo la trasformazione digitale a livello globale. Il progresso dell’Internet delle cose continuerà a portare benefici concreti a persone, imprese, e alla società in generale”.

Articolo completo: http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/39382_mobile-boom-entro-il-2020-a-trainare-smart-devices-video-e-4g.htm