Verso Google Analytics 4, cosa cambia con la versione precedente?

In questi mesi, a seguito dell’annuncio lo scorso ottobre e dopo l’opportuna sperimentazione e il relativo debuggig, Google Analytics 4 sta pian piano diventando una concreta opportunità per il monitoraggio delle attività di marketing digitale per le imprese e la scelta di servirsene è tanto più delicata quanto più questo strumento di web-analytics poggia su una filosofia completamente differente rispetto al tool precedente e la sua implementazione non rende possibile la continuità con i dati già raccolti.

Per questo è raccomandabile procedere verso un parallelo utilizzo delle due piattaforme grazie all’Assistente di Configurazione disponibile nel Pannello di Amministrazione di Google Analytics.

I vantaggi però sono innegabili:

  • nel caso l’azienda abbia sia un sito web che una app, Google Analytics 4 permette di monitorare entrambe le interfacce ed osservare il rispettivo utilizzo e la continuità di quest’ultimo fra i due ambienti;
  • il tracciamento è predisposto per l’anonimizzazione dell’IP e per l’abbandono dei cookie che sostituisce con i dati offerti dagli algoritmi di machine learning offrendo, in tal modo, anche indicazioni di carattere predittivo soprattutto per siti e-commerce;
  • supera il data sampling su cui è basata la versione standard di Google Analytics;
  • mentre la precedente versione, basata sulle Sessioni, richiedeva la configurazione degli Obiettivi e degli Eventi attraverso un apposito javascript, Google Analytics 4,

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I tanti nuovi modelli del commercio elettronico. I case study

In un precedente appuntamento della nostra rubrica, abbiamo raccontato l’emergere del “live shopping“, quel mix di intrattenimento e consigli per gli acquisti che all’estero ha i suoi principali esempi su Taobao in Cina e Amazon negli Stati Uniti con dei veri e propri show in cui i presentatori sono dei veri e propri maestri della televendita.

Tale modello è solo una delle tante nuove frontiere che sta vedendo l’eCommerce evolvere in forme in buona misura complementari al tipico orientamento dei siti di commercio elettronico volti a intercettare e soddisfare scelte strumentali e di carattere economico.

Fra i casi che è più interessante studiare vi sono:

  • Il forte ricorso alla leva psicologica dell’urgenza attorno alla quale sono costruite piattaforme come Wish e Schein;
  • L’accento messo sull’economia circolare da parte della notissima Vinted, sulla sostenibilità da parte di Showfields.com e sul supporto ad una causa (Theverticale.com);
  • La personalizzazione dei suggerimenti offerti a valle di un quiz da cui fare emergere i gusti e le  preferenze degli acquirenti (Stitch Fix) o di un processo di consenso / dissenso dato ad una proposta: The Yes, che pare richiamare Tinder, in realtà si ispira al “discovery commerce” e alla personalizzazione del feed di Taobao per il quale “mille utenti, mille homepage” (qianren qianmian);
  • Il supporto all’acquisto online via Whatsapp che

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Alla scoperta di Ubersuggest, cos’è e a cosa serve

Tra i tanti strumenti di ricerca e di analisi che la Rete offre, molti sono utili anche per chi non riveste il ruolo di responsabile digital di un’azienda e non è un operatore del settore, ma svolge funzioni di business o di studio per conto di un’impresa, soprattutto sul fronte dell’internazionalizzazione..

Fra questi, merita approfondire Ubersuggest.io, parte della suite Neilpatel, che si presta, anche per la sua gratuità, ad un uso tecnico, con particolare riferimento alla possibilità di analizzare gli errori critici ed i miglioramenti che un sito presenta per una sua migliore indicizzazione per Google, ma anche ad un commercio commerciale e strategico.

Il suo valore infatti non si limita ad una funzione tecnica, ma può offrire spunti per individuare e mappare possibili controparti commerciali in un mercato oltre che per studiare la maturità della domanda locale di un bene, entrambe attività tipiche del lavoro che conduce un export manager o una figura commerciale.

Per condurre queste analisi basta digitare una query nel motore di ricerca offerto dal tool e selezionare il Paese e la lingua nell’ambito delle quali si intende sviluppare l’approfondimento.

A quel punto, come altri strumenti di keyword suggestion quali lo Strumento di pianificazione delle parole chiave di Google Ads, Ubersuggest, per la query richiesta e per le parole chiave correlate, permette di osservarne:

  • il volume di ricerche mensili e la conseguente maturità di domanda per quel bene in quel mercato;
  • un indice di difficoltà legato al posizionamento organico del sito grazie alle tecniche SEO;
  • la lista dei siti, con i relativi backlink, che in quel mercato si sono rivelati più efficaci per quella ricerca e che, nel caso di rivenditori locali e marketplace, possono rappresentare partner commerciali o piattaforme utili ad un’azienda orientata all’export;
  • la propensione a cliccare, per quella query,

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La digital transformation delle competenze. Le nuove aree di interesse

Se la crisi sanitaria, con un filo di speranza, appare prossima ad un superamento, resta la consapevolezza che, in una qualche misura, non si tornerà professionalmente alla situazione precedente. La parentesi contraddistinta dal home-working è stata probabilmente troppo lunga per non aver lasciato il segno e trasmesso l’idea che alcune attività possano essere portate avanti, almeno in parte, grazie alla tecnologia e ad una migliore organizzazione del lavoro.

Per questo motivo, è sempre più interessare osservare le sperimentazioni che hanno visto le imprese non solo gestire in modo più flessibile l’apporto di dipendenti e collaboratori, ma anche favorire la relazione con i clienti in un contesto di differente percezione della necessità di organizzare trasferte e viaggi di lavoro rispetto al passato.

Su entrambi i fronti, conta e conterà sempre di più la digital transformation delle competenze perché la tecnologia sappia supportare il cambiamento senza costituirne un freno. Aree di attenta osservazione saranno dunque:

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Facebook, perché è importante valorizzare i Gruppi

Pochi prodotti sono stati innovati nel recente passato quanto i Gruppi Facebookdalla possibilità di contraddistinguere alcuni utenti come “mentori” ed “esperti” all’integrazione con la piattaforma per erogare streaming live e video conferenze, la navigazione nei Gruppi rappresenta la “parte sommersa” dell’uso del social network e non può essere trascurata nelle strategie di comunicazione e relazione da parte di imprese ed organizzazioni.

Il limite dei Gruppi è però dato dalla loro monetizzazione: Facebook non ha soluzioni pubblicitarie specifiche per promuoverli, nè consente, da Business Manager, di creare Pubblici Personalizzati per ingaggiare gli iscritti con una successiva comunicazione. Ecco perché la loro valorizzazione deve avere luogo in forme indirette:

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eCommerce e sostenibilità ambientale, a che punto siamo?

L’esplosiva crescita dell’eCommerce di prodotto (+45% nel 2020 rispetto al 2019, secondo il Politecnico di Milano) ha ulteriormente posto l’attenzione su un tema – la sua sostenibilità ambientale – in relazione al quale cresce la sensibilità sia da parte dei consumatori che dei merchant.

Non è un caso che a livello europeo emergano ricerche approfondite e raccolte di buone pratiche che possono incidere non solo sull’ambiente, ma anche sulla fiducia da parte del mercato che, durante il mesi della quarantena, ha indubbiamente preso maggiore confidenza nei confronti di tutti gli aspetti del commercio elettronico.

Da una di tali ricerche, si possono osservare le diverse aree che debbono essere affrontate per ridurre l’impatto dell’eCommerce ed esse sono le seguenti:

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Apple, Cook in udienza sul caso Fortnite. Verso un compresso?

Come sostiene Stefano Quintarelli, con una sintesi efficace, “Quando acquistiamo uno smartphone, pensiamo che diventi nostro, ma in realtà non lo è”. E questa immagine forse l’ha avuta di fronte a sè anche Tim Cook, il CEO di Apple, durante le lunghe ore di audizione nel dibattito che vede l’azienda che guida accusata di abuso di posizione dominante da parte di Epic Games, il produttore di Fortnite, per il ruolo che interpreta di “gatekeeper” dei  download delle app sui telefoni da essa prodotti.

Con una difesa basata sui servizi tecnici dati ai produttori delle app per gli acquisti in-app e sulla protezione offerta agli utenti in merito ai loro dati ed all’incolumità dei loro dispositivi, Apple si trova infatti a dover giustificare il 30% di commissione richiesta agli sviluppatori per un valore che l’anno scorso è ammontato a 70 miliardi di dollari e il dibattimento che, in Europa, la vede contrapposta a Spotify rimarca quanto Apple sia chiamata a rispondere dei compensi che richiede e dei limiti che impone.

Questi temi sono diventati così rilevanti, di qua e di là dall’Atlantico, che lo scorso autunno la Commissione Europea

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Perché è importante non sottovalutare lo strapotere di Google

La scorsa settimana ha fatto scalpore la sanzione da 100 milioni di euro che l’Antitrust ha comminato a Google per la mancata accettazione su Android della app di EnelX Juicepass, volta a consentire la localizzazione sulle Mappe delle colonnine di ricarica delle auto elettriche: controversie simili, fra app e piattaforme, si dibattono fra Apple, Spotify e Facebook.

Se la questione è interessante sul piano giuridico e tecnologico, colpisce anche per l’ennesima conferma che viene offerta dei tanti ambiti in cui Google sta estendendo la sua presenza, in questo caso nel campo delle connected car in cui già Apple aveva definito il proprio protagonismo con CarPlay e con il proprio servizio di mappe.

L’attenzione ormai molto elevata – ricordiamo il Digital Services Act europeo – con cui legislatori ed authority indipendenti affrontano la pervasività delle big tech nasce infatti dalla consapevolezza che una posizione di leadership ottenuta in un’area di business (in questo caso, il sistema operativo Android) può essere utilizzata anche in settori differenti ed attigui, come le smart car e, in qualche misura, il promettente mercato delle auto elettriche.

Ecco perché è sempre interessante osservare i tanti campi da gioco in cui Alphabet, la parent company di Google, opera:

  • con Nest, nella domotica e nelle smart home;
  • con Fitbit (di recente acquisizione) nei dispositivi wearable e nelle tecnologie che si fondano sul “quantified self” e sul fitness;
  • con Calico e Verily, nella ricerca legata alle scienze della vita.

La diffusione di oggetti connessi alla Rete e quindi tali da richiedere un sistema operativo che ne consenta il collegamento con altri oggetti…

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Le 4 forme di abbonamento ad un sito di notizie

Nel corso dell’ultimo anno, forse anche a fronte della necessità di avere un’informazione affidabile, autorevole e approfondita, è cresciuta anche nel nostro Paese la predisposizione a pagare per i contenuti che gli editori del resto, in modo crescente, predispongono in formule ad abbonamento.

In questo ambito però, è opportuno mappare le diverse modalità disponibili perché molteplici sono le strategie perseguite:

  • Hard paywall: si tratta del caso del sito di Reuters che, da qualche settimana, ha annunciato di offrire le proprie notizie solo a seguito di un abbonamento anche se l’attività dell’agenzia di stampa è volta a fornire contenuti a siti di terze parti;
  • Metered paywall: è il modello adottato, in Italia, per esempio del Corriere che limita a 10 gli articoli fruibili al mese su base gratuita prima di richiedere un abbonamento. E’ interessante notare come nel tempo, siti come il Financial Times si siano serviti del riconoscimento dell’abbonato per avere maggiori informazioni in merito al suo profilo di interesse e renderlo più fedele alla testata editoriale con proposte di contenuti più adeguate e una pubblicità più profilata;
  • Modello freemium: siti come Repubblica e il Sole 24 Ore offrono aree soggette a registrazione e pagamento con approfondimenti, long-form, podcast, database, newsletter e video esclusivi, in alcuni casi senza pubblicità. Il tabloid tedesco Bild ha un’offerta particolarmente approfondita di video nella sua versione premium;
  • Paywall dinamico: in questo approccio, vi è un lead scoring in tempo reale che presenta il paywall solo nel momento in cui l’utente mostra propensione a iscriversi, per esempio frequentando il sito in modo ricorrente per cercare notizie su un certo tema.

Al di là dei modelli di paywall, dobbiamo riconoscere la crescente importanza della User Experience nell’offerta di contenuti a pagamento: l’abitudine ad abbonarsi

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Google FLoCs, quali scenari per il mercato della pubblicità online?

Come condiviso in un articolo di Luigi Garofalo su Key4biz, assistere a quanto sta avvenendo nel mondo della pubblicità online a seguito del blocco prossimo venturo dei cookie di terze parti presenta mostre somiglianze con la vicenda della Super Lega di calcio.

Google FLoCs: cosa cambia

Se la tecnologia proposta da Google – le Federated Learning of Cohorts (FLoCs) – ha infatti ricevuto una reazione negativa da parte di alcuni browser (es. Opera), tiepida da parte di altri e se i test di tale approccio aggregato alla profilazione degli utenti sono al momento bloccati in Europa per via del GDPR, rimane il fatto che un importante cambiamento di scenario sta per investire il mercato della pubblicità online: il blocco, da parte dei browser, dei cookie di terzi parti.

Come detto in un webinar organizzato dall’agenzia di marketing digitale Webperformance, i cookie sono come il numerino che chi entra al supermercato riceve per poter essere riconosciuto quando è il suo turno: il blocco dei cookie di terzi parti ha come conseguenza il fatto che l’utente è riconoscibile solo fino al momento in cui naviga su un sito e la possibilità di comunicare con lui termina non appena abbandona la sessione. Sul fronte dell’analisi, questo rende complesso monitorare per un inserzionista le sorgenti di traffico determinate dalle campagne pubblicitarie e il riconoscimento degli utenti nuovi e degli utenti di ritorno. La profilazione e il targeting della pubblicità ne risultano depauperati così come, in molti casi, l’applicazione di limiti di frequenza alle campagne pubblicitarie che possono esserne pregiudicate sia per quanto riguarda la misurazione e che per l’applicazione dei modelli di attribuzione.

Quali scenari…

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L’importanza dell’integrazione dei CRM con ambienti digital e social

In questa rubrica abbiamo più volte affrontato il tema del CRM, software che permette ad un’azienda ed ai suoi collaboratori di mettere a fattor comune i dati dei propri prospect e clienti e, in una prospettiva online, anche di coloro che si registrano al sito per accedere a contenuti e servizi a valori aggiunti.

Il CRM non è una semplice mailing list, ma segue il ciclo di vita del lead dalla sua acquisizione alla relazione che matura con l’azienda ed al valore che esprime di interesse verso i suoi prodotti e servizi e al fatturato che questo genera.

Se i CRM sono per definizione e-CRM per favorire la dimensione collaborativo con figure non solo commerciali, ma anche amministrative e di customer care, i software che in questo settore si sono rivelati più innovativi hanno nel tempo sviluppato forme di integrazione con ambienti digital e social, ad esempio:

 

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Il grande ritorno delle newsletter

La Rete, con i comportamenti che emergono e con i linguaggi che prevalgono, ha il pregio di far riaffiorare come un fiume carsico formati che appaiono desueti.

È il caso delle newsletter che negli ultimi mesi sono ritornate in auge nonostante l’abuso che se ne è fatto da parte delle grandi piattaforme e-commerce.

Proprio in conseguenza dell’abbondanza di informazioni che circolano sui social media, infatti, le newsletter infatti hanno il pregio di prestarsi…

 

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