BLOCKCHAIN, TUTTO QUELLO CHE C’È DA SAPERE E CHE NON OSI CHIEDERE

Articolo tratto da Startupbusiness – 19 Settembre 2017

Introduzione

 

Per alcuni è la Blockchain è la nuova generazione di Internet, o meglio ancora è la Nuova Internet. Per maggior precisione si ritiene che possa rappresentare una sorta di Internet delle Transazioni e per coloro che guardano oltre al concetto di transazione può rappresentare la Internet del Valore. Per altri è la rappresentazione digitale di quattro concetti molto chiari e forti: decentralizzazione, trasparenza, sicurezza e immutabilità.Per altri ancora, come accennato, è la chiara declinazione in digitale di un nuovo concetto di Trust. E per queste ragioni alcuni ritengono che la Blockchain possa assumere anche un valore quasi “politico“, ovvero come piattaforma che consente lo sviluppo e la concretizzazione di una nuova forma di democrazia, realmente decentralizzata e realmente in grado di garantire a tutti la possibilità di verificare, di “controllare”, di disporre di una totale trasparenza, di dare vita ad archivi immutabili e condivisi e dunque per questo inalterabiliimmodificabili e dunque immuni da corruzione.

 

Definizione – Che diavolo vuol dire catena dei blocchi?

 

La blockchain è un protocollo di comunicazione, che identifica una tecnologia basata sulla logica del database distribuito.

Si tratta di una base di dati fatta di blocchi che memorizzano blocchi di transazioni valide correlate da un marcatore temporale (timestamp). Ogni blocco include l’hash (una funzione algoritmica informatica non invertibile che mappa una stringa di lunghezza arbitraria in una stringa di lunghezza predefinita) del blocco precedente, collegando i blocchi insieme. I blocchi collegati formano una catena, con ogni blocco addizionale che rinforza quelli precedenti.

La Blockchain è anche un registro pubblico e condiviso costituito da una serie di client. Chi ha inventato la blockchain?

La blockchain pare essere stata ideata da Satoshi Nakamoto (pseudonimo dell’inventore della blockchain e del suo codice sorgente), e resa famosa dal suo protocollo più conosciuto, la moneta virtuale Bitcoin.

Satoshi Nakamoto rivela il proprio progetto e la propria visione nell’ottobre del 2008 con la pubblicazione di un white paper che parla e descrive la possibilità di sviluppare una digital currency indipendente da ogni ente o istituzione centrale nella forma di bitcoin. Il tutto con un percorso di sviluppo del codice che Nakamoto ha iniziato nel 2007.
Il white paper denominato Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System incontra subito un grande interesse, in particolare perché apre una prospettiva per gli scambi monetari e finanziari in forma decentralizzata. Al white paper segue nel gennaio 2009 il lancio del primo software bitcoin con la inaugurazione della digital currency nella forma della prima unità di bitcoin cryptocurrency in versione 0.1 sulla piattaforma di sviluppo Sourceforge.

 

Ma perché la Blockchain è così speciale?

 

Ecco le caratteristiche che rendono così importante questa tecnologia:

  • Affidabilità: la blockchain è affidabile. Non essendo governata dal centro, ma dando a tutti i partecipanti diretti una parte di controllo dell’intera catena, la blockchain diventa un sistema meno centralizzato, meno governabile, ed allo stesso tempo molto più sicuro e affidabile.
  • Trasparenza: le transazioni effettuate attraverso la blockchain sono visibili a tutti i partecipanti, garantendo così trasparenza nelle operazioni.
  • Convenienza: effettuare transazioni attraverso la blockchain è conveniente per tutti i partecipanti, in quanto vengono meno interlocutori di terze parti, necessari in tutte le transazioni convenzionali che avvengono tra due o più parti (ovvero le banche ed altri enti simili).
  • Solidità: le informazioni già inserite nella blockchain non possono essere modificate in alcun modo. In questo modo le informazioni contenute nella blockchain sono tutte più solide ed attendibili, proprio per il fatto che non si possono alterare e quindi restano così come sono state inserite la prima volta.
  • Irrevocabilità: con la blockchain è possibile effettuare transazioni irrevocabili, e allo stesso tempo più facilmente tracciabili. In questo modo si garantisce che le transazioni siano definitive,  senza alcuna possibilità di essere modificate o annullate.
  • Digitalità: con la blockchain tutto diventa virtuale. Grazie alla digitalizzazione, gli ambiti applicativi di questa nuova tecnologia diventano tantissimi

 

Chi sono i miner?

 

Perché un nuovo blocco di transazioni sia aggiunto alla Blockchain è necessario appunto che sia controllato, validato e crittografato. Solo con questo passaggio può poi diventare attivo ed essere aggiunto alla Blockchain. Per effettuare questo passaggio è necessario che ogni volta che viene composto un blocco venga risolto un complesso problema matematico che richiede un cospicuo impegno anche in termini di potenza e di capacità elaborativa. Questa operazione viene definita come “mining” ed è svolta dai “miners“.

Il lavoro del “miners” è assolutamente fondamentale nell’economia della gestione delle Blockchain. Chiunque può diventare un “miner” e può competere per essere il primo a risolvere il complesso problema matematico legato alla creazione di ogni nuovo blocco di transazioni in modo valido e crittografato che possa essere aggiunto alla Blockchain.

 

Blockchain è uguale a Bitcoin?

 

L’associazione con il concetto di Bitcoin può ancora generare qualche equivoco tra i non addetti ai lavori, ma la blockchain – la tecnologia sottostante ai meccanismi che regolano le transazioni in criptovalute (di cui la più nota è appunto il Bitcoin) – sembra destinata ad avere tutt’altro ruolo nelle prossime fasi di sviluppo della finanza mondiale. E non solo, è utile per registrare e verificare la proprietà di un bene, per lo svolgimento di una votazione online, per la creazione di piattaforme di ticketing in cloud.  

In particolare il Bitcoin intesa come digital currency utilizza la tecnologia peer-to-peer e attiva transazioni che non necessitano di autorità o istituzioni centrali. L’emissione del Bitcoin è effettuato dalla Rete e la stessa gestione delle transazioni è governata dalla Rete. Si tratta di una operazione “collettiva” cui tutti coloro che lo desiderano possono partecipare aderendo al progetto. La tecnologia Bitcoin è basata su software open source e lo sviluppo è pubblico e condiviso.

Ethereum, è una specie di bitcoin?

 

Ethereum è una piattaforma di tipo computazionale che viene “remunerata” attraverso scambi basati su una cryptocurrecny calcolata in Ether. E’ una piattaforma che può essere adottata da tutti coloro che desiderano entrare a far parte della Rete e che in questo modo avranno a disposizione una soluzione che consente a tutti i partecipanti di disporre di un archivio immutabile e condiviso di tutte le operazioni attuate nel corso del tempo e che nello stesso tempo è concepita per non poter essere fermata, bloccata o censurata.

Ethereum è progettata per essere adattabile e flessibile e per creare facilmente nuove applicazioni. Ethereum è cioè una Programmable Blockchain che non si limita a mettere a disposizione “operations” predefinite e standardizzate, ma permette agli utenti di creare le proprie “operations“. Di fatto è una Blockchain platform che permette di dare vita a diverse tipologie di applicazioni Blockchain decentralizzate non necessariamente limitate alle sole cryptocurrencies.

 

Articolo completo: https://www.startupbusiness.it/blockchain-tutto-quello-che-ce-da-sapere/93908/

BIG DATA E SMART DATA, COSA SONO E QUALI DIFFERENZE

Articolo tratto da Tecnologia.libero – 13 settembre 2017

Un’azienda deve essere capace di interpretare i Big Data, ossia di utilizzarli in maniera appropriata per risolvere i problemi e migliorare la produzione

 

I Big Data rappresentano uno dei cardini principali dell’Industria 4.0, un concetto che serve a identificare l’insieme dei dati raccolti dalle macchine. Informazioni che, se analizzate correttamente, permettono all’impresa di ottenere numerosi vantaggi. I Big Data, però, non sono tutti uguali.

La digitalizzazione, fenomeno ormai in una fase molto avanzata, sta trasformando i sistemi produttivi delle aziende, che abbandonano i vecchi standard a favore di tecniche più efficienti e flessibili. In questo processo di cambiamento, sono diversi gli attori chiamati in causa. Le fabbriche, infatti, passano a strumenti di lavorazione automatizzate e intelligenti, in grado di connettersi in rete e di raccogliere molti dati.

 

Big Data vs Smart Data

 

Un’azienda deve essere capace di interpretare i Big Data, ossia di utilizzarli in maniera appropriata per risolvere i problemi e migliorare la produzione. È questa la differenza principale. Da un parte ci sono le informazioni raccolte dalle macchine, dall’altra c’è la necessità per l’impresa di analizzare questi dati in modo intelligente, ovvero trasformare i Big Data da un semplice accumulo di dati in elementi di valore. Si parla in in questo caso di Smart Data.

Gli Smart Data, dunque, non solo altro che quella parte di Big Data davvero utile all’azienda. All’impresa spetterà il compito di individuare, tra questo enorme insieme, quali informazioni estrapolare. Non tutti i dati aggregati, infatti, sono necessari all’impresa. Senza un approccio intelligente, i Big Data rischiano di restare un ammasso di informazioni senza nessun valore.

Dare significato ai dati è, quindi, l’elemento che contraddistingue gli Smart Data. Le aziende adotteranno sempre di più approcci qualitativi, in cui le uniche informazioni analizzate saranno quelle intelligenti.

 

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/big-data-e-smart-data-cosa-sono-e-quali-differenze-15141

 

Come rispondere sul web, non solo alle critiche

Il web è pieno di tutorial su come rispondere ai propri utenti sul web. Sembra paradossale, eppure questa “arte” è decisamente difficile da apprendere.

La teoria ci sembra decisamente facile: basta essere gentili, supportare le persone, farsi vedere disponibili. Ma è davvero sufficiente?

Sicuramente non chiudersi di fronte alle critiche o ai commenti negativi è un ottimo punto di partenza per costruire un dialogo proficuo con le persone. Ma non basta.

Se gestite una pagina Facebook vi sarà capitato diverse volte di essere magari prontissimi a rispondere ad un commento con un bel “Ciao, come possiamo aiutarti?”, ma poi vi sarà altrettanto spesso capitato di scontrarvi con dei limiti oggettivi posti alla vostra buona volontà di andare incontro alle persone.

Tra le altre:

  • Mancanza di informazioni reali, affidabili e concrete su come risolvere quel problema. Anche se lavorate in azienda non è detto che siate a conoscenza di tutti i meccanismi, di tutti i settori, di tutte le problematiche. Se siete degli esterni tutto questo sarà ancora più difficile. Cosa fare allora? Innanzitutto parlarne con i referenti diretti dell’azienda e magari trovare anche soluzioni che siano più immediate di una conversazione sui social come, ad esempio, far chiamare la persona dal servizio clienti. Se non riuscite a farlo dovrete contare sulle vostre forze. L’utente si aspetta una risposta, quindi dovete almeno provare a dargliela: ci sono risorse sul sito dell’azienda che possono aiutarvi? piuttosto fornite un numero di telefono o una mail, non è il massimo, ma è meglio di non rispondere. Ad mali estremi: prendete tempo. Non abbandonate l’utente. Mai.
  • Incapacità o poca disponibilità della persona a descrivervi il suo problema: niente panico. Può succedere che l’utente sia talmente arrabbiato o non realmente così interessato da non riuscire a descrivervi il problema e comunicare in modo confuso e poco chiaro. In questo caso cercate di accompagnarlo, fategli domande molto precise, seguitelo passo passo fino a che non riuscirà a dirvi in modo chiaro qual è il suo problema.

E se le interazioni sono positive? Troppo spesso i brand si preoccupano – giustamente – molto dei commenti negativi e si curano troppo poco di quelli positivi. Non commettete questo errore: quando qualcuno, nella vita quotidiana, vi fa un complimento, quanto meno gli rispondete “grazie”. Ecco, su Facebook basta anche solo un like per rendere felice una persona.

 

Come scegliere il colore giusto

Sì, avete capito bene: parliamo sempre molto di contenuti, di storytelling, di scrittura, ma occorre non dimenticare che l’elemento visivo è fondamentale in qualsiasi comunicazione.

Oltre alle belle immagini, ai video, alle GIF divertenti c’è un aspetto che va tenuto in considerazione prima di tutto: il colore.

In particolare secondo una ricerca condotta dal Segretariato del Seoul International Color Expo, il 92.6% delle persone intervistate ha ammesso di dare molta importanza al fattore visivo quando acquista un prodotto e l’84.7% ha affermato che il colore è uno degli aspetti che conta maggiormente.

Se si pensa a un brand come Coca Cola, poi, è chiaro come il colore sia fondamentale per l’identità di un marchio, influendo sulla riconoscibilità dell’azienda fino all’80%.

Ma qual è, allora, il colore giusto?

La risposta non è scontata: non esiste un colore perfetto. Il colore, o la combinazione di colori più giusta per caratterizzare la comunicazione del vostro brand, va scelto in base a diversi fattori.

Innanzitutto è una questione di identità: il colore sarà uno strumento per far capire chi siete, cosa fate, che valori avete, a quali persone vi rivolgete.

In secondo luogo, poi, occorre ancora una volta tenere conto del target di persone a cui vi rivolgete e capire quale potrebbe essere il colore che colpisce maggiormente la loro attenzione: si tratta di giovani donne che amano i colori pastello? ragazzi più vicini a colori vivi e vivaci?

Da ultimo, ma non per ultimo, è utile conoscere quali sono le peculiarità di ciascun colore, cosa comunica, che sensazioni trasmette: il blu, ad esempio, è rassicurante, il verde trasmette freschezza e novità, il giallo è sinonimo di vivacità.

Le caratteristiche dei colori, però, sono molte di più e coprono una gamma molto più vasta di sensazioni e valori. Studiarli prima di decidere l’identità visuale della propria azienda vi tornerà sicuramente utile.

Tre regole per conquistare i giovanissimi sui social

Snapchat ha avuto un’ascesa rapida quanto il declino che sta vivendo in questo momento, ma in questo percorso è riuscito comunque a portare dei cambiamenti consistenti nel modo di vivere i social network.
Dei cambiamenti che interessano soprattutto le nuove generazioni, quella dei Millennials, ma soprattutto quella successiva.

È recentissima la notizia dell’ennesima novità introdotta dal social media del fantasmino: le Storie Personalizzate che possono essere create su qualsiasi argomento, anche col contributo degli amici che si sceglie di voler far partecipare. Si potrà addirittura scegliere un Geofence relativo a una posizione, cioè un’area geografica all’interno del quale gli utenti possono interagire con la Storia stessa.

Insomma a tutti gli effetti una storia collaborativa che permetterà a più persone di contribuire alla creazione dello stesso contenuto.

Un formato molto interessante per il target a cui si rivolge Snapchat, ovvero i giovanissimi che possiedono una padronanza di uso dei mezzi mobile e un gusto estetico per il montaggio foto e video decisamente molto più avanzati rispetto alle precedenti generazioni.

Di sicuro, in futuro, sarà sempre più difficile produrre contenuti che suscitino l’interesse di persone così abituate a crearseli da soli, su misura, personalizzati, con il contributo dei loro amici.

E allora, come fare per conquistarli?

Innanzitutto ascoltarli, osservarli e capire come i loro comportamenti “digitali” siano profondamente diversi dai nostri. È vero che non sono ancora potenziali acquirenti così interessanti, ma lo diventeranno, lo stanno diventando e, se per quel momento non saremo pronti, il rischio che percepiscano la comunicazione, anche quella social, come qualcosa di antiquato che non li rispecchia e non li emoziona è altissimo.

In secondo luogo essere disposti a scardinare le regole a cui siamo abituati: la cura del contenuto ora è qualcosa di diverso da quello che era qualche anno fa. Non servono produzioni milionarie, ma contenuti emozionanti. E spesso, il video realizzato con lo smartphone insieme a un amico, è più emozionante di uno spot.

Terzo: creare valore. Paradossalmente – ma non troppo – la sovraesposizione a contenuti sempre diversi e a voci molteplici ha reso più importante il messaggio, il concetto che c’è dietro a una comunicazione. Ancora una volta, si parla di emozione, quella vera, empatica, capace di coinvolgere.

Tenere a mente questi tre spunti sarà sempre più importante nella content creation del futuro.

 

 

UGC: alcune regole da tenere a mente

Gli UGC, User Generated Content, cioè i contenuti generati dagli utenti e non dal brand o da professionisti che lo fanno di mestiere, sono una vera e propria miniera d’oro che, però, deve essere gestita con accortezza.

I contenuti prodotti dagli utenti, che siano foto, video o di altro tipo, hanno una forza immensa, quella della fiducia che gli utenti ripongono nelle persone simili a loro che è molto più forte rispetto a quella che qualsiasi marchio potrebbe guadagnarsi comunicando in “prima persona” sui social o sul web in generale.

E la fiducia, si sa, ai tempi dei social network, è una moneta che vale molto.

Vale la pena, dunque, di fare campagne che invitino gli utenti a parlare del vostro brand, raccontando la propria esperienza personale con i vostri prodotti e servizi.

Ma come fare?

Innanzitutto l’esperienza deve avere un reale valore: guidare un’auto è bello, ma guidarla in un circuito è decisamente diverso. Insomma, per intenderci, l’utilizzo quotidiano di un prodotto è interessante, ma avere la possibilità di fruirne in modo diverso e più emozionante e coinvolgente di sicuro invoglierà di più gli utenti a condividere poi spontaneamente la loro esperienza, parlandone con grande entusiasmo.

Un altro modo per agevolare il coinvolgimento delle persone e la conseguente produzione di contenuti “socializzabili”, è quello di prevedere un reward: un piccolo concorso (attenti alle regole, mi raccomando!), un mini-premio, anche in termini di visibilità o di elaborazione personalizzata dei contenuti stessi.
Qui entra in gioco la creatività, ma il concetto principale è quello di motivare gli utenti regalando loro qualcosa di bello, unico e soprattutto importante per loro.

Infine, una raccomandazione: non tutti gli UGC sono adatti alla comunicazione del vostro brand o, addirittura, pubblicabili quindi prevedete sempre un meccanismo di selezione e non una pubblicazione immediata sulle vostre pagine social o sulla piattaforma che avete scelto per l’operazione.

In conclusione: gli UGC come ogni miniera d’oro devono essere sfruttati in maniera intelligente per costruire uno storytelling a più voci che sia veramente un valore aggiunto per il brand.

Tre strumenti utilissimi per chi fa SEO

Keyword, tag, meta tag, spider: se non vi sembrano parole di una lingua sconosciuta probabilmente vi occupate di SEO o, almeno, avete lavorato o state lavorando all’ottimizzazione del vostro sito web.

Sapete, dunque, che non è facile accontentare Google e cercare di farlo richiede un lavoro continuo.

Ecco, dunque, che vogliamo venirvi in aiuto consigliandovi tre tool semplici ed efficaci per facilitarvi il compito.

Il primo si chiama Screaming Frog: si tratta di uno strumento che vi permetterà di analizzare da cima a fondo il vostro sito per scoprire eventuali “magagne” non gradite ai motori di ricerca (Perché ne esistono altri oltre Big G?).
Basta scaricarlo, inserire il dominio e lui procede ad analizzarlo rilevando, ad esempio, se ci sono lacune nei tag determinanti. Al termine dello scanning vi darà un report completo e dettagliato.

Il secondo è Open Site Explorer: su questa piattaforma basta inserire il link del sito web che volete analizzare per avere un report dei backlink, dei link potenzialmente dannosi e anche dei suggerimenti per nuove opportunità di link-building.

Il terzo è SiteLiner: anche qui basta inserire il link del sito per avere una panoramica dei contenuti duplicati, cioè con percentuale di duplicazione “pericolosa” per l’indicizzazione, e dei broken link insieme a una valutazione delle pagine più facilmente indicizzabili.
Una volta individuate le pagine duplicate si potrà, quindi, intervenire con il TAG Canonical per selezionare quale indicizzare.

Provate questi tre strumenti e fateci sapere come è andata!

Tre cose da sapere prima di aprire una pagina Facebook

Sono sempre di più i brand che decidono di utilizzare Facebook per comunicare con i propri clienti o potenziali tali.

Il social network di Mark Zuckerberg è uno strumento essenziale e molto performante per raggiungere diversi obiettivi che vanno dalla brand awareness al lancio di nuovi prodotti.

A volte capita, però, di arrivare su Facebook un po’ impreparati, con una vaga idea di cosa comunicare e come farlo e con molti dubbi.

Ecco, quindi, che è utile conoscere alcune semplici “regole d’oro” prima di sbarcare su Facebook.

  • La cura della grafica e delle informazioni sulla pagina è fondamentale: così come prima di aprire un negozio occorre arredarlo e curare le dotazioni nei minimi dettagli, allo stesso modo prima di iniziare a pubblicare contenuti sulla propria pagina Facebook è essenziale costruire al meglio l’immagine della pagina. È essenziale che i formati delle immagini di profilo e di copertina siano adeguati. Il logo deve essere ben in vista, la pagina deve avere il nome del brand, l’immagine di copertina deve essere in linea con lo stile grafico dell’intera comunicazione dell’azienda.
    Non dimenticate, inoltre, di compilare attentamente la scheda delle informazioni: non necessariamente dovete riempire tutti i campi, ma chiedetevi sempre quali sono le informazioni che i vostri clienti cercano su di voi e quali quelle che renderanno più facile raggiungervi online o nel punto vendita.
    Ricordatevi, infine, di impostare correttamente il bottone sotto all’immagine di copertina in modo da inserire la call to action più efficace.
  • Verificate la pagina: aggiudicarsi il bollino con la spunta azzurro (in caso di brand o personaggi pubblici) o grigio (in caso di società e negozi) vi permetterà di essere immediatamente riconoscibili come voce ufficiale e, quindi, di guadagnare la fiducia dei clienti che vi conoscono già e non far sorgere dubbi o confusioni.
    Ottenere la spunta è semplice: basta aprire la tab delle “Impostazioni” e cliccare su “Verifica della pagina”. Facebook vi richiederà dei documenti che attestino che siete davvero i rappresentati ufficiali del brand o della società e, una volta ricevuti, vi concederà l’ambita spunta
  • Impostate una corretta strategia di community management. I vostri utenti non sono nemici che stanno in agguato pronti ad attaccarvi e ricoprirvi di critiche appena se ne presenta l’occasione, ma sono una comunità con cui parlare e che vi darà una grande quantità di informazioni e feedback utili. Una lamentela deve essere ascoltata, presa in considerazione e recuperata, se possibile, cento lamentele sono una piccola survey di mercato che vi consentirà di capire quali sono i punti deboli e i punti di forza del vostro brand e dei vostri prodotti.

Questi sono solo i primi passi, ma si sa che “chi ben comincia è a metà dell’opera”.

Tono di voce: due domande per trovare “quello giusto”

Le occasioni e gli spazi di scrittura sul web si moltiplicano: che sia per raccontarci, per costruire il nostro personal branding o per parlare di un brand, siamo sempre più spesso alle prese con articoli per blog, post su Facebook o tweet.

In questo mare di scrittura, però, una cosa contraddistingue molto bene una voce dall’altra ed è il tono che si usa per comunicare.

Il tono di voce dipende strettamente da chi siamo – o chi è il nostro brand – e dal mezzo utilizzato per esprimersi: mantenere una coerenza attraverso tutti i canali di comunicazione, senza essere piatti o risultare fuori luogo, però, è impegnativo e per farlo è importante avere le idee ben chiare.

Innanzitutto, quindi, per decidere quale debba essere il proprio tono di voce sui vari canali occorre porsi due domande fondamentali:

  1. Chi parla: prima ancora di decidere cosa direte e come lo direte, stabilite qual è la voce che parlerà al vostro pubblico. Sarà un “noi” o un “io”?
    Questo è fondamentale per declinare al meglio qualsiasi contenuto e non perdere di vista l’identità propria o di brand.
    Sicuramente parlando al plurale l’idea di comunità di persone sarà accentuata, soprattutto sui social, e sarà più facile che chi legge si senta parte di un gruppo di persone con interessi comuni.
    Se a scrivere, invece, è un “io” si rafforza l’idea dell’individualità ed è più facile parlare, ad esempio, di se stessi come professionisti, artisti o artigiani.
  2. A chi parlate: ricordatevi che sui social la comunicazione non è mai broadcast, quindi chi parla è importante almeno quanto chi ascolta.
    Chiedetevi chi sono le persone con cui dialogherete, se sono un “voi”, quindi una community coesa, o un insieme di “tu”, domandatevi quali sono le chiavi per suscitare il loro interesse e coinvolgerli nella conversazione, quali sono gli argomenti che li appassionano o le informazioni che gli interessano.

Queste due domande vi serviranno per costruire un timone che vi permetterà di non sbagliare la rotta sia quando state scrivendo un post che quando state rispondendo ad un commento o state girando un video.

Ricordate: il tono di voce vi contraddistingue, quindi la coerenza e la consistenza sono fondamentali.

Comunicazione di brand e giornalismo: gli strumenti digitali

Questo week end ci siamo ritagliati un po’ di tempo per stare dall’altra parte della cattedra e aggiornarci, attività indispensabile nella vita di ogni formatore.

Abbiamo partecipato anche noi, come migliaia di persone da tutto il mondo, al Festival del Giornalismo di Perugia, un evento sempre di grande interesse non solo per il mondo del giornalismo ma per quello della comunicazione in generale.

La produzione di contenuti, infatti, non è più ormai solo appannaggio dei publisher ma sempre di più è diventata un’attività di comunicazione fondamentale anche per i brand.

Molto si è parlato in questi giorni del festival di Branded Journalism, ossia di tutte quelle pratiche di informazione che prevedono il coinvolgimento di un brand. Il branded journalism ha come caratteristica quella di non essere incentrato solo sui messaggi che il marchio stesso vuole veicolare, ma deve tenere conto delle esigenze del pubblico, di ciò che gli interessa, degli argomenti con cui interagirà.

Sempre di più, però, che si parli di giornalismo tradizionale o di comunicazione di brand, gli strumenti digitali offrono supporto tecnico e spunti narrativi a chi produce contenuti.

Gli strumenti di Google ne sono un esempio: si pensi a Google Earth, attraverso il quale si può monitorare il cambiamento di certe aree nel tempo, a Google My Maps, che permette di embeddare mappe interattive o a Google My Data, grazie al quale si possono trasformare dati più o meno complessi in mappe collaborative.

I social media, invece, spesso si prestano ad essere piattaforme di storytelling particolarmente adatte per certe forme di racconto. Si pensi, per esempio, al racconto della storia e dei valori di un’impresa artigianale che può essere portato avanti nel tempo attraverso una pagina Facebook coinvolgendo e dialogando con gli utenti.

Anche il giornalismo trova spesso nuova linfa proprio nei social. Molti sono i progetti di reportage portati avanti in questo ambito. Uno tra tutti Time Finding Home: un reportage svolto su Instagram dal Time che ha raccontato giorno per giorno la vita dei rifugiati che arrivano dalla Siria in Europa. Fare la stessa cosa, con lo stesso impatto, su un magazine tradizionale, sarebbe stato molto più difficile.

Insomma, abbiamo imparato molto anche quest’anno al Festival e soprattutto abbiamo avuto la conferma che il confronto e il continuo aggiornamento sono vitali per il mondo della comunicazione.

Tre strumenti per creare immagini e video per i social

Creare contenuti coinvolgenti è il primo passo per costruire una buona relazione con i vostri utenti, fidelizzandoli e accrescendo anche la vostra fan base.

L’elemento visuale è fondamentale per raccontare storie, presentare e descrivere prodotti e servizi e attirare l’attenzione del pubblico.

Foto, infografiche, video: sono tutti elementi indispensabili per arricchire i vostri piani editoriali.

Ma come fare per realizzare al meglio questi contenuti?

Sicuramente la prima scelta è quella di rivolgersi a dei professionisti, ma se questo non è possibile o, semplicemente, avete urgenza di creare un contenuto foto/video di buona qualità potete usare tool gratuiti o basso costo che trovate sul web.

Innanzitutto vi segnaliamo Canva: uno strumento ormai molto conosciuto e utilizzato che vi darà un grande supporto dal punto di vista grafico. Con Canva potete ridimensionare le immagini, realizzare post, grafiche per i social, presentazioni e molto altro attingendo ad una library di immagini ed elementi grafici sia a pagamento che gratuiti.

Per i video uno strumento utile è Rocketium: partendo da un costo base di 40$ al mese potrete caricare dei video ed elaborarli in diverso modo, tagliandoli anche tramite mobile app e aggiungendo immagini o grafiche in sovraimpressione ed esportare tutto nel formato che vi è più comodo.

Se avete bisogno, invece, di immagini di buona qualità ma non avete la possibilità di realizzarle o di acquistarle da banca immagini, una piattaforma utile è The Stocks che raccoglie immagini copyright free da diversi siti internet e mette a disposizione un buon motore di ricerca per rintracciare quelle più adatte allo scopo.

Provateli, smanettate, divertitevi e potrete realizzare contenuti che vi soddisfino e che vadano incontro alle esigenze del vostro pubblico.

LinkedIn: come pubblicare contenuti efficaci

LinkedIn ha messo a disposizione degli utenti di lingua italiana le sue funzionalità per la pubblicazione di contenuti “come se fossero editoriali”, come precisa Marcello Albergoni, head of Italy di Linkedin.

Ora, quindi, anche la Publishing Platform di LinkedIn, che nella sua versione inglese è cresciuta fino ad ospitare 100 mila nuovi articoli a settimana, è disponibile anche in italiano e quindi sarà ancora più facile utilizzarla come proprio blog professionale.

Ma come creare un buon contenuto su LinkedIn?

1. Innanzitutto parlate di argomenti attuali, interessanti, che attirino l’attenzione di chi vi segue.
Scrivere di cose accadute mesi fa o che non siano inerenti con il vostro ambito professionale non è proficuo e probabilmente porterà poche persone a leggere quello che avete da dire.

2. Non siate scontati: offrite sempre un punto di vista puntuale ma anche originale sulle questioni di cui vi occupate.

3. Presentate dei dati: offrire dati aggiornati e utili vi farà percepire dalla vostra community di collegamenti come una fonte autorevole e affidabile.

4. Non date giudizi: giudicare il lavoro di qualcun altro non è mai positivo. Piuttosto prendete spunto da quello che non ha funzionato nelle strategie professionali di altre persone per scrivere vostri suggerimenti su cosa potrebbe funzionare in situazioni simili.

5 .Siate chiari e diretti: non siamo di fronte a contenuti di forma breve ma neanche a long form per eccellenza. Mirate a esprimere chiaramente il concetto senza dilungarvi troppo e magari riportando esempi e dati concreti per rafforzarlo.

6. Inserite belle immagini esplicative che attirino l’attenzione dei vostri potenziali lettori.

7. Monitorate i risultati che ottenete con i vostri post, in modo da farvi un’idea di quali sono gli argomenti che più attirano i vostri lettori.

E infine…non mancate di controllare il vostro Social Selling Index, l’indicatore che vi dà la misura di quanto è efficace la vostra presenza su LinkedIn.