L’infelice caso del video della filiale di Castiglione: dilettanti allo sbaraglio

Si tratta di un caso balzato agli onori delle cronache non più di due settimane fa, ma già sembra passato un anno. Un fenomeno che è durato giusto il tempo di rovinare la vita a una persona e alla sua famiglia, per poi essere dimenticato. Per chi non ne avesse sentito parlare, o se ne fosse già dimenticato, ecco qui la storia.  In breve: un contest interno di Intesa Sanpaolo invitava le filiali a produrre dei video “divertenti”, che li rappresentassero.

L'iniziativa video di Banca Intesa Sanpaolo

Per motivi ancora da chiarire, ma sostanzialmente attribuibili alle bassezze del genere umano, facilitate dal digitale (come anche le altezze, che oggi come ieri sono ahimè meno comuni), il video, involontariamente comico, è divenuto di dominio pubblico, con relativa gogna social per la malcapitata protagonista. Su questo fenomeno, Selvaggia Lucarelli ha scritto un post che mi sento di condividere:

Sul fronte della riflessione centrata sulle motivazioni “aziendali” di iniziative del genere, e sulla cultura corporate che le ha prodotte, ha scritto molto bene Enrico Sola nel suo blog su Il Post

Servono aziende più serie. Non nel senso di aziende che pubblichino meno balletti ridicoli con sorrisi finti da nuoto sincronizzato, ma aziende che capiscano che la “militanza affettiva” dei propri impiegati passa attraverso fatti concreti, non proclami sterili, cori da stadio e fuffa da convention.

E conclude:

Il vero danno d’immagine per uno dei principali istituti bancari nazionali è questo: il top management fa fare ai suoi dipendenti un’attività imbarazzante, non li difende dall’esposizione pubblica e, a danno fatto, non concepisce nemmeno da lontano l’opportunità di dire “forse abbiamo avuto un’idea stupida e pericolosa e non abbiamo capito come funziona Internet”, e in ultimo avvia un’inutile caccia alle streghe contro la “spia” interna”.

Osservazione personale: dato la memoria cortissima degli utenti dei social (cioè di quasi tutti noi), anche questi danni di immagine si rivelano per queste aziende del tutto temporanei. Vorrei sapere quante delle persone che hanno riso su quel video sono a conoscenza o ricordano di quale banca si tratti (ve lo ricordo io: Banca Intesa Sanpaolo).

Su questo tema aveva scritto il mio amico Luca Villani di The Van, e in tempi non sospetti: giugno 2016. Il titolo era provocatorio: La comunicazione interna? Non esiste. Scriveva Luca:

Sul piano culturale, il mondo è cambiato: i social media hanno messo fine al concetto stesso di privacy, a dispetto di ogni legge che ci obbliga a procedure inutili e fastidiose per “accettare i cookies”. Certo, i collaboratori restano un target privilegiato: ma sono parte di un target più ampio, fatto di cerchi concentrici i cui confini non sono mai netti.

Ne sa qualcosa Luca Luciani, che nel 2008, Direttore Generale di Telecom/TIM, fu travolto da una bufera mediatica perché in un suo discorso ai venditori, tra iperboli e sgrammaticature, aveva asserito che Napoleone (anzi, “NapoleTone”) avesse vinto a Waterloo.

Il filmato finì su YouTube e la sua stella si offuscò. (Ma non vi preoccupate per lui: come vedete qui, l’uomo è di quelli che cadono sempre in piedi).

Sul caso della filiale di Banca Intesa Sanpaolo di Castiglione delle Stiviere, personalmente vorrei soffermarmi su un tema forse minore, e magari specialistico, ma per me, addetto ai lavori, profondamente irritante. Premetto: promuovere la produzione di contenuti creativi da parte degli impiegati non è di per sé un’idea sbagliata, tutt’altro. Il titolo di  uno dei corsi di formazione che tengo per The Vortex è: Essere creativi. Dopo un’intera giornata di workshop, i partecipanti arrivano a scoprire che tutti loro possono essere creativi, a patto di capire cos’è davvero la creatività e attivare alcune facoltà che non ritenevano di possedere. Per fare questo occorre metodo e impegno. Ecco: promuovere la creatività dei dipendenti è un obiettivo meritorio, ma richiede progettualità, tempi e risorse. E per mie esperienza personale, raramente le aziende italiane le mettono in campo per obiettivi del genere.

Ma c’è un aspetto per me particolarmente irritante: dietro queste iniziative c’è in fondo l’idea che basti uno smartphone e un quarto d’ora di tempo per produrre qualcosa di gradevole. È un’idea profondamente ingenua e sbagliata. Attori e videomaker non ci si improvvisa. Non per questo occorre acquisire all’esterno video professionali o rinunciare. Imparare alcuni trucchi per ottenere buoni risultati (ad esempio questi) è più facile di quello che sembra. Ma occorre un progetto di lungo periodo, dei project leader, una piattaforma tecnica condivisa, e un po’ di formazione. Niente di trascendentale o di costoso. In cambio, un’operazione così congegnata coinvolge veramente i dipendenti, dà loro qualcosa di importante (nuove esperienze, nuove conoscenze, nuove sicurezze) e produce materiale di qualità infinitamente superiore. Che se trapela all’esterno, dà veramente l’idea di un’azienda davvero coesa e creativa.

ORA SI FA SUL SERIO: WINDOWS MIXED REALITY ARRIVA IL 17 OTTOBRE CON UNA MAREA DI NOVITÀ

Articolo tratto da DDay – 5 ottobre 2017

Dopo mesi di anticipazioni, finalmente Microsoft ha svelato nel dettaglio i suoi piani per la Mixed Reality. Arriverà con il Fall Creators Update ed acquisterà un peso sempre maggiore nell’universo Windows.

 

Incalzata da Apple e Google con ARKit e ARCore, Microsoft ha tenuto un evento a San Francisco per presentare alla stampa Windows Mixed Reality. Sebbene non sia certo una novità dell’ultima ora, la piattaforma per la realtà mista di casa Microsoft è sempre stata un po’ “fumosa”. Microsoft, però, ha finalmente svelato nel dettaglio in cosa consisterà Windows Mixed Reality.

Innanzitutto, arriverà per tutti il 17 ottobre, contestualmente al rilascio del prossimo aggiornamento per Windows 10. I visori per la Windows Mixed Reality – anche noti come Head Mounted Display (HMD) –, annunciati già lo scorso autunno, sono finalmente disponibili al preordine sul Microsoft Store (non ancora in Italia). Il prezzo di questi HMD parte da 449 euro e include due appositi controller. Agli HMD già noti di Acer, ASUS, Dell, HP e Lenovo, si è aggiunto anche quello di Samsung, con la sua offerta premium.

 

Ma entriamo nel merito: cos’è di preciso la Windows Mixed Reality? In effetti il nome potrebbe ingannare, ma la soluzione sviluppata da Microsoft, di fatto è quella più completa, abbracciando realtà virtuale, realtà aumentata “semplice” e quelli che il colosso di Redmond definisce ologrammi. Per realtà aumentata semplice Microsoft intende quella che si può sperimentare attraverso il display di uno smartphone, di un PC o di un tablet; viceversa, per ologrammi s’intendono esperienze analoghe a quelle offerte da dispositivi come gli HoloLens.

Alex Kipman, a capo del progetto HoloLens, ha tenuto l’intera conferenza in VR, illustrando tutte le principali novità di Windows Mixed Reality. Per cominciare, tutti i possessori di un visore potranno entrare nella cosiddetta Clip House, un ambiente virtuale interamente personalizzabile che ricorda un’abitazione di design. In giro per la Clip House si potranno sistemare tutte le proprie applicazioni preferite, creando anche dei veri e propri angoli tematici, come una sala cinema o una sala giochi.

 

Gli spostamenti nell’ambiente virtuale della Clip House verranno riproposti in scala 1:1 con quelli compiuti nella realtà. Tuttavia, per evitare di percorrere “chilometri” per spostarsi da un punto all’altro, sarà anche possibile teletrasportarsi utilizzando i controller, assumendo automaticamente anche particolari prospettive che consentano di godere al meglio dell’app prescelta.

Grandi novità anche per il gaming. Sebbene gli HMD non siano – ancora – compatibili con l’Xbox, i possessori di un visore avranno modo di divertirsi con numerosi titoli che sbarcheranno sul Windows Store questo autunno e l’intero catalogo di SteamVR entro la fine dell’anno. Tra questi, oltre all’immancabile Minecraft, spicca anche un nuovo capitolo della fortunata saga di 343 Studios, Halo Recruits.

 

Ultimo annuncio degno di nota da parte di Microsoft è l’acquisizione di AltspaceVR, il social per eccellenza nella realtà virtuale. Nello specifico, con AltspaceVR si potranno creare degli eventi a tema o semplici conferenze nel mondo virtuale, nei quali i singoli partecipanti saranno incarnati da avatar, che seguono fedelmente i movimenti compiuti nel mondo reale.

 

Come se non bastasse, Kipman ha fatto espressamente riferimento al prossimo arrivo di una nuova categoria di dispositivi: visori in grado di far sperimentare sia gli ologrammi che la realtà virtuale. Che sia un teaser per la seconda iterazione di HoloLens?

 

Articolo completo: http://www.dday.it/redazione/24406/ora-si-fa-sul-serio-windows-mixed-reality-arriva-il-17-ottobre-con-una-marea-di-novita

TRA REALTÀ VIRTUALE E CHATBOT, L’UFFICIO NELL’ERA DELL’INDUSTRIA 4.0

Articolo tratto da Libero.it – 19 Settembre 2017

In azienda stanno entrando nuove tecnologie, che un giorno rimodelleranno non solo i sistemi di produzione ma anche le abitudini lavorative

 

Non è difficile immaginare in un futuro non troppo lontano come potrebbe evolversi il lavoro in ufficio. È sufficiente, ad esempio, mettere insieme le ultime innovazioni a disposizione dell’Industria 4.0. Oltre all’automazione e agli oggetti sempre connessi dell’Internet of Things, in azienda, infatti, cominciano ad entrare la stampa 3D e soprattutto l’intelligenza artificiale, il machine learning e le realtà virtuale e aumentata. Strumenti che rimodellano completamente gli attuali sistemi di produzione, che di massa e rigidi virano verso tecniche flessibili, e ridisegnano anche gli standard lavorativi.

 

L’ufficio 4.0

 

Partiamo con la realtà virtuale. Non è fantascienza se in futuro per prendere parte in una riunione basterà indossare un visore VR, senza neanche recarsi fisicamente in azienda. Un assistente intelligente ci ricorderà gli appuntamenti in calendario oppure ci leggerà le email: sarà sufficiente utilizzare la voce per rispondere ai messaggi in arrivo.

Così come appare probabile che in ufficio, nel giro di qualche anno, i classici schermi saranno sostituiti da display olografici e tecnologie di proiezione virtuale. Come assistente avremo, come visto, un chatbot dalle capacità di ragionamento quasi umane.

 

Anche l’intelligenza artificiale giocherà un ruolo importante nell’ufficio 4.0. Gli algoritmi potranno, ad esempio, aiutarci a concludere un progetto, suggerendoci possibili soluzioni. Così come sarà importante la stampa 3D, tecnologia sempre più utilizzata dalle aziende in fase di produzione. Con una stampante 3D potremmo sviluppare qualsiasi oggetto senza essere costretti a uscire dall’ufficio.

In azienda, inoltre, i badge saranno sostituiti da sistemi di riconoscimento biometrici, mentre ad attenderci davanti l’ingresso non ci sarà più security ma dei robot.

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/tra-realta-virtuale-e-chatbot-lufficio-nellera-dellindustria-4-0-15281

TRA FAKE NEWS E BREAKING BAD. COME AFFRONTARE IL MONDO DELLA POST VERITÀ?

Articolo tratto da Wired – 7 settembre 2017

La nostra realtà è cambiata: non possiamo più ragionare con un semplice criterio di vero e falso. Come orientarsi? Risponde Andrea Fontana, tra gli invitati del Festival della comunicazione di Camogli

Qualche tempo fa Vince Gilligan, ideatore della serie tv Breaking Bad  ha dovuto prendere posizione pubblicamente, su social media e tv americane, per chiedere ufficialmente ai fan della serie di non lanciare pizze sulla casa di Walter White, protagonista della fortunata fiction. Alcuni appassionati infatti, più zelanti del dovuto, avevano preso la cattiva abitudine di andare a visitare la casa dove era stata girata la serie e di lanciare pizze sul tetto – imitando il comportamento del protagonista in un episodio divenuto memorabile.

Peccato che quella casa non fosse di proprietà di White, che naturalmente è personaggio fittizio della serie, ma la residenza di una tranquilla e reale famiglia di Alburquerqe, in New Mexico.

Molti commentatori sono convinti di questo e sostengono che la post-verità diventa cifra e condizione di un mondo connesso e che vive in iper-relazione. Certo, il tema della post-verità e più in genere delle fake news, che sta assorbendo molto dibattito contemporaneo, non è nuovo. Solitamente la questione viene liquidata in modo sbrigativo: le fake news sono il male, il falso, l’imbroglio rispetto a una verità non meglio definitiva. Esattamente come è male che i fan della serie Breaking Bad gettino pizze sul tetto di una casa di Albuquerque.

Conosciamo ormai le dinamiche di comportamento di molti utenti online:

1. ottenere informazioni che aderiscono al proprio sistema di credenze (confirmation bias);
2. trovare profili e persone con inclinazioni simili (echo chambers);
3. rinforzare e radicalizzare le proprie posizioni di partenza (polarizzazione).

Viviamo ormai in una condizione sociale fatta di finzione positiva e siamo noi a creare un mare di informazione falsata senza nemmeno accorgercene. Le fake news non sono solo sinonimo di imbroglio ma, oggi più che mai, anche sintomo di una serie di inquietudini profonde legate alla nostra contemporaneità, dispersa su più piattaforme di conoscenza e dominata dalle logiche dei deep media.

Visto da qui, il fake diventa un modo diverso di fare i conti con la realtà, sempre più sospesa tra finzionalitàpolarizzazioni affettive e condivisione sociale. Abbiamo quindi la necessità di capire le nuove regole di questo gioco e sviluppare competenze per stare in una dimensione comunicativa in cui la contro-fattualità diventa pratica di vita online e offline, oltre il dilemma del vero-finto. Che ci piaccia o no, dobbiamo imparare a vivere in mondi dove esistono realtà alternative che generano consenso sociale e valore di business. Le notizie falsate possono essere almeno di tre tipi:

– quelle effettivamente manomesse da una cattiva volontà: notizie ingannatrici e costruite ad arte per attaccare una reputazione (personale e aziendale);
– quelle snaturate per errore o dalla disattenzione di scarse professionalità;
– quelle deformate, da tutti noi, ogni volta che scattiamo foto, le filtriamo con testo e le mettiamo online.

Questa dinamica di costruzione sociale dell’informazione e della conoscenza ci costringe a chiudere il mito moderno della razionalità cristallina e dell’opinione pubblica informata in modo trasparente e lineare; ci impone piuttosto di fare i conti con la consapevolezza che l’immaginario, il fantastico, lo strano e persino il metafisico dominano incontrastati nelle nostre percezioni e nella nostra idea di mondo.

La post-verità non è un’eccezione, una temporanea deviazione dal flusso della verità storica. Non è un avversario ideologico da abbattere, perché più la si contrasta più si rinforza, ma una situazione strutturale e fisiologica con cui fare i conti.

Quello che davvero dobbiamo capire oggi è che non potrà mai esistere nessun tribunale della verità, o peggio algoritmo del vero, capace di fermare l’incidere della contro-fattualità in un mondo comunicativo dove tutto è sempre più cognitivo e narrativodominato dalle logiche dei deep media e dell’intelligenza artificiale distribuita il contro-fattuale e la simulazione di vita diventa modello di mondo.

Articolo completo: https://www.wired.it/attualita/media/2017/09/07/fake-news-post-verita-camogli/

 

LA PROSSIMA GOLF È GIÀ REALTÀ… VIRTUALE

Articolo tratto da Data Manager – 30 settembre 2017

Ostermann e Möhring indossano occhiali per la realtà virtuale connessi a numerosi computer. Möhring suggerisce di controllare i flussi della ventilazione alla massima potenza. Al tocco di un bottone, linee di flusso trasparenti circondano entrambi.

 

 

Frank Ostermann è a capo del Virtual Engineering Lab di Wolfsburg, uno dei sei centri di ricerca coordinati dal Dipartimento IT del Gruppo Volkswagen. Nei laboratori, esperti d’informatica, scienziati e specialisti software della Volkswagen lavorano con istituti di ricerca e partner tecnologici al futuro digitale dell’Azienda.

La Volkswagen sta utilizzando le concept car virtuali per lo sviluppo dei modelli di serie, come la prossima generazione della Golf. Möhring guida la digitalizzazione della progettazione del prodotto nel Dipartimento di Sviluppo Tecnico della Volkswagen e spiega: “Abbiamo ancora varie idee in serbo, di cui vi potrò parlare solo più avanti”.

Applicazioni di VR (Virtual Reality) come la concept car virtuale permettono di ottimizzare i costi di sviluppo, perché consentono di ridurre il numero di prototipi fisici che richiedono un costoso processo di realizzazione.
Ciò rappresenta un significativo miglioramento dell’efficienza per la marca Volkswagen, vista la sua ampia offerta di modelli.

 

 

La concept car virtuale fa anche risparmiare tempo. Poiché tutti i componenti sono progettati virtualmente, i loro dati possono essere facilmente trasferiti al programma. Il risultato è un modello virtuale ma perfettamente funzionante di una futura auto, su cui tutti i membri dello Sviluppo possono lavorare in contemporanea.

Ostermann e il suo team al Virtual Engineering Lab stanno già lavorando al prossimo obiettivo. Per sviluppare un veicolo virtuale totalmente funzionante che permetta un’esperienza completa, hanno lanciato un progetto di ricerca alla Stanford University della California.

Articolo completo: http://www.datamanager.it/2017/09/la-prossima-golf-gia-realta-virtuale/

REALTÀ VIRTUALE, COME FUNZIONA LA TECNOLOGIA PER I MONDI DIGITALI

Articolo tratto da Libero

La realtà virtuale è una simulazione realistica di una realtà che non esiste. La mente sa che è tutto finto, ma il divertimento prende subito il sopravvento

Cos’è la realtà virtuale

 

La realtà virtuale nasce dalla combinazione di dispositivi hardware e software che “collaborano” per creare uno spazio virtuale all’interno del quale l’utente può muoversi liberamente. L’accesso a questo mondo digitale è reso possibile dai visori VR e dagli accessori sviluppati appositamente per interagire e “vivere” all’interno della realtà virtuale. In questo modo si viene a creare un mondo simulato e tridimensionale che agli occhi (ma non solo) degli utenti appare come reale, per l’appunto. E proprio come accade nella realtà, l’ambiente virtuale/reale all’interno del quale ci si immerge, può essere esplorato in ogni singolo centimetro e in ogni direzione. All’utente sarà sufficiente voltare la testa per vedere cosa accade ai suoi lati o sollevarla verso l’alto per vedere la pioggia scendere sulla sua testa. Il visore, e i software che utilizza, terranno traccia dei movimenti della testa (vedremo tra poco come) così da adattare prospettiva e visuale alla nostra posizione e offrire immagini realistiche.

 

Visore realtà virtuale

 

C’è realtà virtuale e realtà virtuale

 

Sul primo gradino ci sono i modelli Google Cardboard: caschetti di cartone o, comunque, super economici, che permettono di piazzare davanti agli occhi uno smartphone che visualizza applicazioni in grado di offrire, secondo il colosso di Mountain View, delle “esperienze immersive”. La “vera” realtà virtuale è qualcosa di completamente diverso. Serve un kit costituito da un visore – come un Oculus Rift o una PlayStation VR – collegato a un computer, o ancora meglio a una console, con una serie di dispositivi per il controllo dei movimenti della testa e degli occhi, della voce e dell’audio, oltre a un controller o, come minimo, un trackpad. Se si cerca il massimo esistono anche guanti speciali per la realtà virtuale.

 

Visuale 3D immersiva a tutto campo

 

L’obiettivo dei visori VR è quello di creare una sorta di nuova dimensione, qualcosa di ben diverso dal 3D offerto da TV o occhialini più meno speciali. Il video, o il gioco, viene inviato dal computer al visore tramite un cavo HDMI (alta definizione). Alcuni modelli si presentano con uno schermo LED per occhio con l’aggiunta di lenti, mentre altri permettono persino di regolare la distanza tra gli schermi e gli occhi per una visione ancora migliore. In altri prodotti, invece, come il Daydream di Google e il Samsung Gear VR, è lo smartphone a fungere da schermo, ma inserito in un apposito alloggiamento.

 

Samsung Galaxy VR

 

Ancora più reale della realtà

 

Alcuni visori usano uno stratagemma per offrire un’immersione nella realtà virtuale ancora più spettacolare: allargare il campo visivo, per esempio ingrandendo la dimensione delle immagini. Per rendere le immagini ancora più realistiche, è necessario un “frame rate” – ossia una frequenza di fotogrammi – dell’ordine di circa 60 fps per evitare una visione a scatti o che dia fastidio agli occhi. L’attuale generazione di visori, come l’Oculus Rift o la PlayStation VR, offrono rispettivamente una frequenza di 90 fps e 120 fps.

 

Vietato non muovere la testa

Anche altre tecnologie entrano in gioco quando si parla di realtà virtuale, come l’head tracking, ossia quel sistema che monitorizza il movimento della testa: l’immagine, si sposta seguendo esattamente i movimenti del capo: in alto in basso, di lato, avanti e indietro. L’head tracking, per funzionare, richiede la presenza all’interno del visore di strumenti come un giroscopio, un accelerometro e un magnetometro. Il Sony utilizza, nove luci led posizionate sul suo visore che, comunicando con una videocamera esterna, offrono un tracking di 360 gradi. Oculus propone un sistema simile, ma non paragonabile alla PlayStation VR.

 

Oculus Rift in testa

 

Tutto (o quasi) sotto controllo

 

L’head tracking, va in coppia con l’eye tracking. La tecnologia, in questo caso, per monitorare il movimento degli occhi sfrutta un sensore a infrarossi che offre, l’ulteriore vantaggio, di rendere ancora più realistica la profondità di campo.

L’ultima frontiera della realtà virtuale, infine, è il motion tracking: il sensore di movimento per conoscere sempre dove si trova l’utente nello spazio come fa ormai da anni Microsoft Kinect.

 

I campi di applicazione della realtà virtuale

La realtà virtuale ha le potenzialità per rivoluzionare diversi settori dell’intrattenimento, della produzione industriale e del commercio. Il lancio del PlayStation VR, ad esempio, fornisce un assaggio di come i visori VR possono “impattare” nel settore videoludico, fornendo un’esperienza di gioco completamente differente rispetto al passato. Allo stesso modo, anche il settore turistico potrebbe mutare così profondamente che, nel giro di pochi anni, potrebbe essere irriconoscibile: sarà sufficiente indossare un visore VR, infatti, per spostarsi immediatamente in una località turistica e visitarla ben prima di metterci piede.

 

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/cose-e-come-funziona-la-realta-virtuale-933

McKinsey, LA COMUNICAZIONE SUL LAVORO È SEMPRE PIÙ SOCIAL. E GLI EXECUTIVE APPREZZANO

Articolo tratto da Digital4 – 31 Luglio 2017

Applicazioni di collaboration, editing condiviso, videoconferenze: gli strumenti di nuova generazione sono ormai integrati nelle attività quotidiane delle aziende e supportano un numero crescente di processi, sostituendo mail e telefonate. 

Gli uffici sono sempre più social: gli strumenti per la comunicazione digitale hanno raggiunto il più alto livello di integrazione di sempre nel modo di lavorare delle organizzazioni. Lo rivela l’ultimo sondaggio di McKinsey Global sull’utilizzo delle applicazioni per la collaborazione, la messaggistica e le videoconferenze in azienda. In particolare, nelle organizzazioni in cui si sono diffuse le piattaforme message-based, la comunicazione tra dipendenti o con i manager avviene più spesso con i sistemi social che tramite telefono e email. I prodotti sono ormai molti: fra i più noti ed estesi ci sono Office 365 di Microsoft, G Suite di Google, Facebook Workplace. Lo smart working viene dunque agevolato, in uno scenario di organizzazione collaborativa in cui la Direzione HR riveste un ruolo fondamentale per favorire il cambiamento.

Tecnologie social integrate nel quotidiano in quasi metà delle aziende

Non che gli strumenti di comunicazione social al lavoro siano predominanti: sono ancora definiti un “supplemento” e quasi tre quarti degli executive sentiti da McKinsey ammette di basarsi sull’uso di tecnologie più vecchie, come email, Sms, telefonate. Tuttavia, il 45% del campione afferma, riferendosi alla situazione del 2016, che le tecnologie social sono “molto” o “estremamente” integrate nel lavoro quotidiano (contro il 33% del 2015); solo nel 3% dei casi queste tecnologie non sono integrate “per niente”.

Le piattaforme di messaggistica business agevolano l’uso dei tool social

L’utilizzo dei nuovi strumenti è particolarmente comune nelle aziende che hanno adottato piattaforme message-based – una quota di intervistati che è più che raddoppiata tra il 2015 e il 2016. In queste aziende la probabilità di aver integrato al massimo gli strumenti social per comunicare in ufficio è due volte e mezzo più alta della media e, ovviamente, scende di pari passo l’utilizzo di email e telefono. Nelle organizzazioni dove sono consolidati i prodotti di messaggistica la probabilità di connettersi con i colleghi usando strumenti interattivi e in tempo reale come applicazioni di team collaboration e editing collaborativo di documenti è doppia rispetto alla media complessiva.

Anche nei processi di Procurement e Supply Chain

Le tecnologie social hanno un utilizzo prevalentemente interno: nell’85% dei casi si applicano alla comunicazione tra colleghi e team dentro l’organizzazione. Ma c’è una quota crescente di executive che dice che vengono usate anche per comunicare con i partner: il 59% nel 2016, contro il 49% del 2015. L’uso è più comune in “processi che si interfacciano con l’esterno, come le pubbliche relazioni, il recruiting o la gestione delle relazioni con i clienti”.

Comunicazione più informale, team più autonomi

Per gli executive intervistati, il primo vantaggio dell’adozione degli strumenti di comunicazione social, collaboration e videoconferenza è la riduzione dei costi, ma è molto apprezzato anche il miglioramento dell’efficienza nella collaborazione, in particolare per la possibilità di interagire in tempo reale, di parlarsi e vedersi anche se ci si trova in posti distanti e con fusi orari diversi. Gli executive sottolineano come gli strumenti social rendono la comunicazione più spontanea e aiutano le persone ad auto-organizzarsi e coordinarsi.

Articolo completo: https://www.digital4.biz/executive/approfondimenti/mckinsey-la-comunicazione-sul-lavoro-e-sempre-piu-social-e-gli-executive-apprezzano_436721510505.htm

 

OCCHIO ALLE FALSE MAIL DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE, È UN PHISHING

Articolo tratto da Wired – 31 Agosto 2017

I messaggi di posta elettronica che promettono rimborsi del canone Rai o che fanno scaricare moduli per regolarizzare la posizione fiscale presso l’Agenzia delle Entrate sono una truffa. Ecco come difendersi

Negli ultimi giorni è in corso un massiccio invio di messaggi di posta elettronica che sembrano avere come mittente l’Agenzia delle Entrate, ma che in realtà sono dei falsi.

Nelle mail fraudolente si legge che sarebbe necessario attivare fantomatiche procedure di rimborso o per regolarizzare della propria posizione fiscale, con l’obiettivo di evitare multe e sanzioni. In particolare, all’ignaro utente viene richiesto di scaricare un apposito modulo di richiesta, che ovviamente si trova sotto forma di link nel messaggio di posta elettronica.

Tuttavia il link conduce a un virus, che una volta scaricato e aperto potrebbe infettare o danneggiare il dispositivo in uso attraverso l’installazione di codici malevoli (malware).

Le diverse versioni della truffa Esistono alcune varianti della truffa, tutte riconducibili a un unico attacco informatico condotto in nome del Fisco.

In una tipologia, ad esempio, all’utente viene chiesto di mettere in regola la propria posizione versando una determinata somma di denaro, non prima di aver scaricato un apposito documento (che ovviamente è fasullo).

In un altro caso si parla invece di canone televisivo, presentando il link da cliccare come la via di accesso a un fantomatico modulo di rimborso parziale del canone Rai (un tema da sempre oggetto di bufale). Si legge, in particolare, di una presunta procedura di ricalcolo dell’importo da versare, ma il Fisco ha già confermato che nessuna amministrazione pubblica hai mai inviato mail di questo tipo.

I consigli su che cosa fare Come sempre in questi casi, il primo consiglio è di essere sempre attenti e dubbiosi quando si ricevono mail inattese, evitando di seguire ingenuamente e in modo acritico le procedure descritte nei messaggi di posta elettronica.

Le azioni più pericolose e da evitare nel caso di messaggi sospetti sono l’apertura degli eventuali allegati e dei link contenuti nel testo. In questo caso, ad esempio, è sufficiente fare click sul link suggerito per avviare il download del virus.

Se un messaggio è palesemente falso o si è a conoscenza di una truffa in corso, è bene cestinare il messaggio evitando del tutto di aprirlo. Infine, per proteggere i propri dispositivi è importante mantenere sempre aggiornato il software antivirus.

Articolo completo: https://www.wired.it/attualita/tech/2017/08/31/false-email-agenzia-entrate-phishing-fisco/

 

IL LAVORO AGILE RIDISEGNA I LIMITI SU ORARIO, CONTROLLI E SEDE DI ATTIVITÀ

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore – 30 Agosto 2017

Cos’è e come si misura Lo smart working è una mera modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, non una nuova tipologia contrattuale, quindi non fa venir meno la subordinazione ed i connessi poteri del datore di lavoro.

Il ricorso al lavoro agile va stabilito mediante accordo. È cioè indispensabile sottoscrivere accordi con ogni lavoratore che voglia rendere la prestazione con questa modalità e ciò anche ai fini della regolarità amministrativa.

Orario e organizzazione Nel lavoro agile non ci sono precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro. La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno di locali aziendali ed in parte all’esterno, senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro.

Il lavoratore dovrebbe quindi essere libero di determinare autonomamente tempi e luoghi della prestazione, con il solo vincolo della durata massima dell’orario di lavoro (non orario normale) in funzione del raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il lavoro agile ben si presta a una valorizzazione del rapporto di fiducia con il lavoratore. Può quindi comportare forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi.

Strumenti e controlli Data l’assenza di vincoli di luogo, è imprescindibile il ricorso a strumenti tecnologici anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale.

La predisposizione di una procedura sulla base del comma 3 dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori consentirebbe sia di rispettare quanto richiesto dalla legge sul lavoro agile, sia l’utilizzabilità a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro delle informazioni raccolte.

Flessibilità Il lavoro agile è quindi una grande opportunità sia per le imprese che per i lavoratori. Per le prime un’opportunità per adottare nuovi modelli organizzativi, che comportando importanti riduzioni di costi, non fanno perdere, ma anzi guadagnare, controllo sulla prestazione. Per i lavoratori è un’opportunità per guadagnare spazi di fiducia ed essere misurati sui risultati della prestazione.

Questo può mettere in crisi le tradizionali distinzioni tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, ma poco importano alle aziende le distinzioni teoriche se i nuovi strumenti legislativi consentono di adottare, con maggior sicurezza, modelli organizzativi che ormai si imponevano nella realtà socio-economica.

Il pubblico impiego La nuova legge sul lavoro agile si applica anche ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, «secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’art. 14 della legge 7 agosto 2015 n. 124» e fatte salve le specificità del lavoro pubblico.

La disposizione appena citata della legge 124/2015 prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative per l’attuazione del telelavoro e la sperimentazione «di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa (lavoro agile)». L’obiettivo della legge è ambizioso: consentire, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti di lavorare da remoto, senza pregiudizio per la professionalità e la carriera.

Articolo completo: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-08-26/-lavoro-agile-ridisegna-limiti-orario-controlli-e-sede-attivita-190201.shtml?uuid=AERxSe6B&refresh_ce=1

SMART WORKING

Arriva lo “smart working”, il lavoro agile. Ma con regole

Via libera dal Parlamento alla legge sul lavoro autonomo, che nel secondo capo stabilisce nuove regole anche per il cosiddetto «smart working» o «lavoro agile. Lo smart working si rivolge a professionalità qualificate di tipo impiegatizio o manageriale. Si basa su tecnologie «mobili» come tablet, laptop e smartphone. Prevede che il lavoratore svolga una parte dell’orario di lavoro fuori dall’azienda – due giorni alla settimana, tre, un pomeriggio soltanto, con qualunque motivazione – mentre il resto del tempo lavora nel modo tradizionale.

Per dare il via a questo rapporto di lavoro “smart” serve un contratto scritto tra le parti, con la possibilità unilaterale di recedere: può essere a tempo determinato o indeterminato.

ACCORDI SU LAVORO AGILE, MARCIA INDIETRO CON PREAVVISO 

L’accordo sul lavoro agile tra azienda e lavoratore, che deve essere un contratto scritto tra le parti, può essere a tempo determinato o indeterminato. Nel caso di accordo a tempo indeterminato, per fare marcia indietro rispetto alla modalità lavoro agile è richiesto un preavviso non inferiore a 30 giorni, che sale a 90 giorni nel caso in cui il recesso da parte del datore di lavoro riguardi un rapporto di lavoro agile con un lavoratore disabile. Il passaggio alla modalità `smart´ è risolvibile da entrambe le parti con preavviso.

PARITÀ TRATTAMENTO CON I COLLEGHI IN UFFICIO  

Il lavoratore ha diritto a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello riconosciuto ai colleghi che svolgono le stesse mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda, in attuazione dei contratti collettivi.

IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE  

I dipendenti potranno lavorare in parte presso i locali dell’azienda, in parte dove vorranno, ma sempre entro gli orari giornalieri e settimanali massimi. Una parte dell’accordo dovrà essere dedicata al dettagliare il “diritto alla disconnessione”: dovrà esser messo nero su bianco il tempo di riposo del lavoratore, “nonché le misure (tecniche ed organizzative) necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”.

SALUTE E SICUREZZA  

Il datore di lavoro consegna al lavoratore agile e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta in cui sono individuati i rischi generali e specifici. Viene riconosciuto il diritto alla tutela contro gli infortuni (anche in itinere) e le malattie professionali.

 

Articolo completo: http://www.lastampa.it/2017/05/11/economia/arriva-lo-smart-working-il-lavoro-agile-ma-con-regole-M4CtGqUn6E4k8HIA6IsbyM/pagina.html

La trasformazione digitale passa per il mobile

Visual Networking Index di Cisco: in cinque anni il 70% della popolazione globale sarà composto da utenti che si collegano via smartphone e tablet. Il traffico dati aumenterà di otto volte rispetto a oggi

 

Entro il 2020 ci saranno 5,5 miliardi di utenti di telefonia mobile, pari al 70% per cento della popolazione mondiale.

A trainare la crescita c’è l’adozione di dispositivi mobili, l’aumento della copertura mobile, e la domanda di contenuti mobili: elementi che fanno crescere il numero di utenti al doppio della velocità rispetto alla crescita della popolazione mondiale.

Secondo le proiezioni, i dispositivi e le connessioni mobile “intelligenti” rappresenteranno il 72% del totale dei dispositivi e di connessioni mobile entro il 2020, in crescita rispetto al 36% registrato nel 2015.

Si prevede, si legge in una nota di Cisco, nello stesso arco di tempo i dispositivi intelligenti genereranno il 98% del traffico dati mobile.

Dal punto di vista del singolo dispositivo, a dominare nel campo dei traffico mobile sono gli smartphone: entro il 2020 rappresenteranno l’81% del traffico mobile totale, rispetto al 76% del 2015. Entro il 2020 il numero di persone che possiedono telefoni cellulari (5,4 miliardi) supererà il numero di persone che hanno energia elettrica (5,3 miliardi).

Il video mobile, secondo le previsioni dello studio, avrà il tasso di crescita più elevato di qualsiasi altra applicazione mobile. La richiesta da parte di utenti consumer e business di una maggiore risoluzione del video, una maggiore larghezza di banda e velocità di elaborazione porterà ad un maggiore utilizzo di dispositivi connessi 4G.

“Di fronte al costante aumento di miliardi di persone e cose che si connettono, la mobility è il mezzo principale che oggi sta permettendo la trasformazione digitale a livello globale. Il progresso dell’Internet delle cose continuerà a portare benefici concreti a persone, imprese, e alla società in generale”.

Articolo completo: http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/39382_mobile-boom-entro-il-2020-a-trainare-smart-devices-video-e-4g.htm

Come rispondere sul web, non solo alle critiche

Il web è pieno di tutorial su come rispondere ai propri utenti sul web. Sembra paradossale, eppure questa “arte” è decisamente difficile da apprendere.

La teoria ci sembra decisamente facile: basta essere gentili, supportare le persone, farsi vedere disponibili. Ma è davvero sufficiente?

Sicuramente non chiudersi di fronte alle critiche o ai commenti negativi è un ottimo punto di partenza per costruire un dialogo proficuo con le persone. Ma non basta.

Se gestite una pagina Facebook vi sarà capitato diverse volte di essere magari prontissimi a rispondere ad un commento con un bel “Ciao, come possiamo aiutarti?”, ma poi vi sarà altrettanto spesso capitato di scontrarvi con dei limiti oggettivi posti alla vostra buona volontà di andare incontro alle persone.

Tra le altre:

  • Mancanza di informazioni reali, affidabili e concrete su come risolvere quel problema. Anche se lavorate in azienda non è detto che siate a conoscenza di tutti i meccanismi, di tutti i settori, di tutte le problematiche. Se siete degli esterni tutto questo sarà ancora più difficile. Cosa fare allora? Innanzitutto parlarne con i referenti diretti dell’azienda e magari trovare anche soluzioni che siano più immediate di una conversazione sui social come, ad esempio, far chiamare la persona dal servizio clienti. Se non riuscite a farlo dovrete contare sulle vostre forze. L’utente si aspetta una risposta, quindi dovete almeno provare a dargliela: ci sono risorse sul sito dell’azienda che possono aiutarvi? piuttosto fornite un numero di telefono o una mail, non è il massimo, ma è meglio di non rispondere. Ad mali estremi: prendete tempo. Non abbandonate l’utente. Mai.
  • Incapacità o poca disponibilità della persona a descrivervi il suo problema: niente panico. Può succedere che l’utente sia talmente arrabbiato o non realmente così interessato da non riuscire a descrivervi il problema e comunicare in modo confuso e poco chiaro. In questo caso cercate di accompagnarlo, fategli domande molto precise, seguitelo passo passo fino a che non riuscirà a dirvi in modo chiaro qual è il suo problema.

E se le interazioni sono positive? Troppo spesso i brand si preoccupano – giustamente – molto dei commenti negativi e si curano troppo poco di quelli positivi. Non commettete questo errore: quando qualcuno, nella vita quotidiana, vi fa un complimento, quanto meno gli rispondete “grazie”. Ecco, su Facebook basta anche solo un like per rendere felice una persona.