Come predisporre al meglio un piano editoriale sui social media

Spesso rimaniamo ammirati della capacità che alcuni brand hanno nel commentare, con ironia e tempestività, ciò che accade nella cronaca e nella politica ed immaginiamo che il social media manager sia un po’ come un artista che tira fuori il coniglio dal proprio cilindro.

Anche le testate editoriali che di mestiere raccontano l’attualità non possono però limitarsi a pubblicare notizie, ma debbono – nel rispetto della diversità di linguaggi e contenuti che prevalgono sui social media- coniugare l’informazione con la curiosità, la breaking news con l’aneddoto storico. Chi segue la pagina Facebook del Post ne è consapevole. Il tempo presente deve sempre essere accostato al “tempo di Internet” e intessere questi due fili rendono possibile quella trama che è data dal “piano editoriale”.

Un piano editoriale sui social media è pensato infatti per perseguire obiettivi di diverso tipo:

 

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Luci e ombre del successo di Tik Tok

Durante il lockdown, anche i più adulti – se avevano in casa degli adolescenti – hanno dovuto districarsi, per non incorrere nell’appellativo di “boomer“, fra termini legati a piattaforme digitali come Twitch e Housepary, assistere a concerti trasmessi su Fortnite e soprattutto provare a capire le ragioni del successo di Tik Tok che nel nostro Paese ha visto crescere del 20% la sua adozione e consolidare la sua rilevanza presso un pubblico molto giovane.

L’ascesa di Tik Tok merita pertanto di essere indagato anche dai marketer sia per la rilevanza che sta assumendo sia per le sue caratteristiche funzionali:

 

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Social media e pubblicità, la differenza tra campagne tattiche e strategiche

Fra i tanti, due sono gli errori più gravi perché più strutturali che possono essere commessi da chi pianifica campagne pubblicitarie sui social media (FacebookInstagram ed anche Linkedin): il primo è scegliere una soluzione pubblicitaria incoerente con l’obiettivo che ci si pone, non in linea con la metrica per la quale si è disposti a sostenere un investimento in advertising.

Social media: quale campagna scegliere?

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Gli hashtag sono vecchi?

Il tempo passa e i comportamenti cambiano, si sa, ed anche le piattaforme che appaiono innovative vivono trasformazioni frutto delle forme con le quali gli utenti li vivono e della trasformazione dei propri algoritmi.

Gli hashtag, centrali nell’esperienza di molti social media – Linkedin li ha lanciati di recente, Twitter ne ha esteso il significato dando da qualche mese la possibilità di seguire “argomenti” – soffrono su Instagram la percezione di essere, soprattutto a detta degli utenti più giovani “vecchi” e di certo non esteticamente gradevoli.

 

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Cara azienda, se sei su Instagram non sei sola…

Dopo aver superato gli 800 milioni di utenti in settembre, Instagram ha recentemente superato un’altra pietra miliare nella sua corsa per diventare un’ambiente che colleghi i brand ai clienti. Come annunciato di recente dalla società, sulla piattaforma ora ci sono oltre 25 milioni di profili aziendali, rispetto ai 15 milioni di luglio. Praticamente, quasi raddoppiati in quattro mesi. Considerando che Instagram ha lanciato questi profili insieme ad altri strumenti di business a giugno 2016, questi numeri indicano chiaramente che i brand stanno adottando Instagram come un nuovo modo di connettersi con i consumatori. E sembra funzionare: a marzo 2017, l’80 percento degli utenti di Instagram ha seguito un’attività commerciale, e in novembre 200 milioni di instagrammer hanno visitato un profilo aziendale ogni giorno.

La corsa delle aziende su Instagram

Far partecipare le imprese è un passo fondamentale per monetizzare una piattaforma come Instagram, perché aumenta la sua accettazione tra i professionisti e la sua attrattiva per gli inserzionisti. A partire da settembre 2017, Instagram ha avuto due milioni di inserzionisti attivi al mese – un aumento decuplicato da marzo 2016.

Buon per Zuckerberg, ma questo significa maggior concorrenza tra i brand per accaparrarsi un po’ di attenzione degli utenti. Quindi l’importante è capire come trarre il meglio dalla propria presenza su Instagram. Al di là di tecniche specifiche da social media manager, è importanze che l’azienda rifletta su un proprio linguaggio visuale. Non semplicemente immagini di prodotti, ma

  • gratificazione visiva per gli utenti
  • storyteling visuale
  • creazione di un universo di forme, colori e brevi video che rendano il feed del brand gratificante per chi lo guarda (avendo cura che chi lo guarda sia in target…)

P.S.: Se invece la tua azienda non è su Instagram, e addirittura non investe sui media digitali, sappi che comincerai a sentirti molto solo… A livello mondiale, gli investimenti sul digitale alla fine hanno superato la vecchia cara TV. E ogni giorno che passa, il gap si farà sempre più profondo…

Digital killed the TV star...

Social video: qualità, quantità o… vortice?

Uno dei nostri ormai celebri meme sottolinea la differenza tra come viene fruito lo stesso video su Facebook e su YouTube.

E’ ovviamente una semplificazione per spiegare l’atteggiamento diverso degli utenti dei due social. Non è che una scelta sia migliore dell’altra, anzi è probabile che in una strategia strutturata, siano necessarie tutte e due. Le persone stanno su diversi social media, in momenti diversi della loro giornata, con differenti motivazioni. Un brand ha bisogno sia di qualità che di quantità.

Ci sono segnali visivi (colori, forme, loghi) che non hanno bisogno di particolare attenzione, ma che finiscono per diventare una sorta di filo conduttore del viaggio quotidiano tra i media di ognuno di noi. In una frazione di secondo, all’inizio di un video su Facebook, su un poster stradale, dietro la porta di una partita di calcio, riceviamo in modo quasi subliminale il messaggio che quel brand c’è, esiste, ha qualcosa da dirci. Fa parte del nostro paesaggio mentale.

Poi ci sono gli “spot”, brevi video pubblicitari di solito posizionati prima del video che vogliamo vedere. Sono molto simili agli spot tv, siamo obbligati a vederli, e che lo vogliamo o meno, assorbiamo le sintetiche informazioni che ci comunicano. Il fatto che siano visioni forzate non è di per sé negativo: abbiamo vissuto decenni in cui questa cosa funzionava, e funziona ancora oggi. La credibilità è bassissima ma dall’altra parte c’è il massimo del controllo: ho la sicurezza che mi vedrai, di quante volte lo farai, e che i miei soldi garantiscono che il mio messaggio arrivi fino in fondo.

E poi ci sono le operazioni più complesse, in cui creo dei video il cui contenuto è interessante per un target, lo diverte, lo emoziona o lo informa. All’audience che desidero raggiungere e portare a bordo dò insomma qualcosa in cambio. È un obiettivo altamente qualitativo, non facile da raggiungere, ma che dà grandi risultati in termini di sintonia col brand. Per ottenere qualità bisogna offrire qualità: chiarezza di obiettivi, ascolto, lavoro e investimenti. Un ottimo, recente esempio è la partnership tra Il Milanese Imbruttito e McDonalds. L’alleanza con un produttore di contenuti che un certo target ama, proietta sul brand un alone positivo, se c’è una base comune di valori/emozioni condivisi.

Una strategia video social completa dovrebbe lavorare su tutte e tre questi piani, in modo coerente e sinergico. È quello che noi chiamiamo “il vortice” digitale. Nell’insieme liquido del media journey, non basta diffondere un messaggio ovunque, occorre creare un strategia che “risucchi” l’attenzione del nostro target verso di noi.

L’infelice caso del video della filiale di Castiglione: dilettanti allo sbaraglio

Si tratta di un caso balzato agli onori delle cronache non più di due settimane fa, ma già sembra passato un anno. Un fenomeno che è durato giusto il tempo di rovinare la vita a una persona e alla sua famiglia, per poi essere dimenticato. Per chi non ne avesse sentito parlare, o se ne fosse già dimenticato, ecco qui la storia.  In breve: un contest interno di Intesa Sanpaolo invitava le filiali a produrre dei video “divertenti”, che li rappresentassero.

L'iniziativa video di Banca Intesa Sanpaolo

Per motivi ancora da chiarire, ma sostanzialmente attribuibili alle bassezze del genere umano, facilitate dal digitale (come anche le altezze, che oggi come ieri sono ahimè meno comuni), il video, involontariamente comico, è divenuto di dominio pubblico, con relativa gogna social per la malcapitata protagonista. Su questo fenomeno, Selvaggia Lucarelli ha scritto un post che mi sento di condividere:

Sul fronte della riflessione centrata sulle motivazioni “aziendali” di iniziative del genere, e sulla cultura corporate che le ha prodotte, ha scritto molto bene Enrico Sola nel suo blog su Il Post

Servono aziende più serie. Non nel senso di aziende che pubblichino meno balletti ridicoli con sorrisi finti da nuoto sincronizzato, ma aziende che capiscano che la “militanza affettiva” dei propri impiegati passa attraverso fatti concreti, non proclami sterili, cori da stadio e fuffa da convention.

E conclude:

Il vero danno d’immagine per uno dei principali istituti bancari nazionali è questo: il top management fa fare ai suoi dipendenti un’attività imbarazzante, non li difende dall’esposizione pubblica e, a danno fatto, non concepisce nemmeno da lontano l’opportunità di dire “forse abbiamo avuto un’idea stupida e pericolosa e non abbiamo capito come funziona Internet”, e in ultimo avvia un’inutile caccia alle streghe contro la “spia” interna”.

Osservazione personale: dato la memoria cortissima degli utenti dei social (cioè di quasi tutti noi), anche questi danni di immagine si rivelano per queste aziende del tutto temporanei. Vorrei sapere quante delle persone che hanno riso su quel video sono a conoscenza o ricordano di quale banca si tratti (ve lo ricordo io: Banca Intesa Sanpaolo).

Su questo tema aveva scritto il mio amico Luca Villani di The Van, e in tempi non sospetti: giugno 2016. Il titolo era provocatorio: La comunicazione interna? Non esiste. Scriveva Luca:

Sul piano culturale, il mondo è cambiato: i social media hanno messo fine al concetto stesso di privacy, a dispetto di ogni legge che ci obbliga a procedure inutili e fastidiose per “accettare i cookies”. Certo, i collaboratori restano un target privilegiato: ma sono parte di un target più ampio, fatto di cerchi concentrici i cui confini non sono mai netti.

Ne sa qualcosa Luca Luciani, che nel 2008, Direttore Generale di Telecom/TIM, fu travolto da una bufera mediatica perché in un suo discorso ai venditori, tra iperboli e sgrammaticature, aveva asserito che Napoleone (anzi, “NapoleTone”) avesse vinto a Waterloo.

Il filmato finì su YouTube e la sua stella si offuscò. (Ma non vi preoccupate per lui: come vedete qui, l’uomo è di quelli che cadono sempre in piedi).

Sul caso della filiale di Banca Intesa Sanpaolo di Castiglione delle Stiviere, personalmente vorrei soffermarmi su un tema forse minore, e magari specialistico, ma per me, addetto ai lavori, profondamente irritante. Premetto: promuovere la produzione di contenuti creativi da parte degli impiegati non è di per sé un’idea sbagliata, tutt’altro. Il titolo di  uno dei corsi di formazione che tengo per The Vortex è: Essere creativi. Dopo un’intera giornata di workshop, i partecipanti arrivano a scoprire che tutti loro possono essere creativi, a patto di capire cos’è davvero la creatività e attivare alcune facoltà che non ritenevano di possedere. Per fare questo occorre metodo e impegno. Ecco: promuovere la creatività dei dipendenti è un obiettivo meritorio, ma richiede progettualità, tempi e risorse. E per mie esperienza personale, raramente le aziende italiane le mettono in campo per obiettivi del genere.

Ma c’è un aspetto per me particolarmente irritante: dietro queste iniziative c’è in fondo l’idea che basti uno smartphone e un quarto d’ora di tempo per produrre qualcosa di gradevole. È un’idea profondamente ingenua e sbagliata. Attori e videomaker non ci si improvvisa. Non per questo occorre acquisire all’esterno video professionali o rinunciare. Imparare alcuni trucchi per ottenere buoni risultati (ad esempio questi) è più facile di quello che sembra. Ma occorre un progetto di lungo periodo, dei project leader, una piattaforma tecnica condivisa, e un po’ di formazione. Niente di trascendentale o di costoso. In cambio, un’operazione così congegnata coinvolge veramente i dipendenti, dà loro qualcosa di importante (nuove esperienze, nuove conoscenze, nuove sicurezze) e produce materiale di qualità infinitamente superiore. Che se trapela all’esterno, dà veramente l’idea di un’azienda davvero coesa e creativa.

Come rispondere sul web, non solo alle critiche

Il web è pieno di tutorial su come rispondere ai propri utenti sul web. Sembra paradossale, eppure questa “arte” è decisamente difficile da apprendere.

La teoria ci sembra decisamente facile: basta essere gentili, supportare le persone, farsi vedere disponibili. Ma è davvero sufficiente?

Sicuramente non chiudersi di fronte alle critiche o ai commenti negativi è un ottimo punto di partenza per costruire un dialogo proficuo con le persone. Ma non basta.

Se gestite una pagina Facebook vi sarà capitato diverse volte di essere magari prontissimi a rispondere ad un commento con un bel “Ciao, come possiamo aiutarti?”, ma poi vi sarà altrettanto spesso capitato di scontrarvi con dei limiti oggettivi posti alla vostra buona volontà di andare incontro alle persone.

Tra le altre:

  • Mancanza di informazioni reali, affidabili e concrete su come risolvere quel problema. Anche se lavorate in azienda non è detto che siate a conoscenza di tutti i meccanismi, di tutti i settori, di tutte le problematiche. Se siete degli esterni tutto questo sarà ancora più difficile. Cosa fare allora? Innanzitutto parlarne con i referenti diretti dell’azienda e magari trovare anche soluzioni che siano più immediate di una conversazione sui social come, ad esempio, far chiamare la persona dal servizio clienti. Se non riuscite a farlo dovrete contare sulle vostre forze. L’utente si aspetta una risposta, quindi dovete almeno provare a dargliela: ci sono risorse sul sito dell’azienda che possono aiutarvi? piuttosto fornite un numero di telefono o una mail, non è il massimo, ma è meglio di non rispondere. Ad mali estremi: prendete tempo. Non abbandonate l’utente. Mai.
  • Incapacità o poca disponibilità della persona a descrivervi il suo problema: niente panico. Può succedere che l’utente sia talmente arrabbiato o non realmente così interessato da non riuscire a descrivervi il problema e comunicare in modo confuso e poco chiaro. In questo caso cercate di accompagnarlo, fategli domande molto precise, seguitelo passo passo fino a che non riuscirà a dirvi in modo chiaro qual è il suo problema.

E se le interazioni sono positive? Troppo spesso i brand si preoccupano – giustamente – molto dei commenti negativi e si curano troppo poco di quelli positivi. Non commettete questo errore: quando qualcuno, nella vita quotidiana, vi fa un complimento, quanto meno gli rispondete “grazie”. Ecco, su Facebook basta anche solo un like per rendere felice una persona.

 

Tre parole chiave per prendersi cura dei propri clienti sul web

Il web è ormai sempre di più un terreno fertile su cui far crescere l’awareness del proprio brand ma anche coltivare il business.
Insomma, su internet ormai si vende, si compra, si cercano e si trovano informazioni su prodotti e servizi ma soprattutto si costruiscono relazioni.
Relazioni tra persone, ma anche relazioni dei brand col proprio pubblico di riferimento. Relazioni virtuali, certo, ma che hanno un innegabile impatto sul commercio reale e sulla fama di un marchio.

Queste relazioni sono basate essenzialmente su un dialogo costante con i propri clienti.

Per instaurare questo tipo di scambio proficuo si deve tenere conto di tre “parole chiave” fondamentali:

  1. Attenzione: ascoltate i vostri utenti, date loro modo di esprimersi e di condividere con voi le loro opinioni sul vostro brand, sui vostri prodotti o servizi.
    Fateli sentire al centro dell’attenzione, in fondo, sono il bene più prezioso che avete, quindi è giusto dargli spazio, anche online.
  2. Cura: non lasciate niente al caso. Curate il vostro tono di voce, la celerità con cui gli rispondete, il follow up che riuscite a garantirgli in caso di problemi da risolvere.
    Anche quando progettate il vostro sito o le vostre pagine social non trascurate nessun dettaglio, fate che i vostri clienti si sentano a casa, riescano a trovare subito quello che cercano, sappiano che li ascoltate e che siete al loro servizio per garantirgli il meglio.
  3. Progettazione: l’esperienza d’uso del cliente dovrebbe essere sempre più soddisfacente possibile. Ricordate che sul web non state solo vendendo qualcosa all’utente, ma lo state invitando a casa vostra, a conoscervi, ad entrare in contatto con voi. Tutto questo è molto di più che un semplice atto di acquisto per lui. Quindi è importante studiare il customer journey e progettare un’esperienza che, attraverso tutti i touch point digitali, riesca ad offrire il meglio ai vostri clienti.

Acquisire nuovi clienti non basta se poi non si è in grado di costruire un rapporto basato sulla fiducia. Solo in questo modo trasformerete le persone che vengono in contatto con la vostra azienda in veri e propri brand ambassador.

Come scegliere il colore giusto

Sì, avete capito bene: parliamo sempre molto di contenuti, di storytelling, di scrittura, ma occorre non dimenticare che l’elemento visivo è fondamentale in qualsiasi comunicazione.

Oltre alle belle immagini, ai video, alle GIF divertenti c’è un aspetto che va tenuto in considerazione prima di tutto: il colore.

In particolare secondo una ricerca condotta dal Segretariato del Seoul International Color Expo, il 92.6% delle persone intervistate ha ammesso di dare molta importanza al fattore visivo quando acquista un prodotto e l’84.7% ha affermato che il colore è uno degli aspetti che conta maggiormente.

Se si pensa a un brand come Coca Cola, poi, è chiaro come il colore sia fondamentale per l’identità di un marchio, influendo sulla riconoscibilità dell’azienda fino all’80%.

Ma qual è, allora, il colore giusto?

La risposta non è scontata: non esiste un colore perfetto. Il colore, o la combinazione di colori più giusta per caratterizzare la comunicazione del vostro brand, va scelto in base a diversi fattori.

Innanzitutto è una questione di identità: il colore sarà uno strumento per far capire chi siete, cosa fate, che valori avete, a quali persone vi rivolgete.

In secondo luogo, poi, occorre ancora una volta tenere conto del target di persone a cui vi rivolgete e capire quale potrebbe essere il colore che colpisce maggiormente la loro attenzione: si tratta di giovani donne che amano i colori pastello? ragazzi più vicini a colori vivi e vivaci?

Da ultimo, ma non per ultimo, è utile conoscere quali sono le peculiarità di ciascun colore, cosa comunica, che sensazioni trasmette: il blu, ad esempio, è rassicurante, il verde trasmette freschezza e novità, il giallo è sinonimo di vivacità.

Le caratteristiche dei colori, però, sono molte di più e coprono una gamma molto più vasta di sensazioni e valori. Studiarli prima di decidere l’identità visuale della propria azienda vi tornerà sicuramente utile.

Tre regole per conquistare i giovanissimi sui social

Snapchat ha avuto un’ascesa rapida quanto il declino che sta vivendo in questo momento, ma in questo percorso è riuscito comunque a portare dei cambiamenti consistenti nel modo di vivere i social network.
Dei cambiamenti che interessano soprattutto le nuove generazioni, quella dei Millennials, ma soprattutto quella successiva.

È recentissima la notizia dell’ennesima novità introdotta dal social media del fantasmino: le Storie Personalizzate che possono essere create su qualsiasi argomento, anche col contributo degli amici che si sceglie di voler far partecipare. Si potrà addirittura scegliere un Geofence relativo a una posizione, cioè un’area geografica all’interno del quale gli utenti possono interagire con la Storia stessa.

Insomma a tutti gli effetti una storia collaborativa che permetterà a più persone di contribuire alla creazione dello stesso contenuto.

Un formato molto interessante per il target a cui si rivolge Snapchat, ovvero i giovanissimi che possiedono una padronanza di uso dei mezzi mobile e un gusto estetico per il montaggio foto e video decisamente molto più avanzati rispetto alle precedenti generazioni.

Di sicuro, in futuro, sarà sempre più difficile produrre contenuti che suscitino l’interesse di persone così abituate a crearseli da soli, su misura, personalizzati, con il contributo dei loro amici.

E allora, come fare per conquistarli?

Innanzitutto ascoltarli, osservarli e capire come i loro comportamenti “digitali” siano profondamente diversi dai nostri. È vero che non sono ancora potenziali acquirenti così interessanti, ma lo diventeranno, lo stanno diventando e, se per quel momento non saremo pronti, il rischio che percepiscano la comunicazione, anche quella social, come qualcosa di antiquato che non li rispecchia e non li emoziona è altissimo.

In secondo luogo essere disposti a scardinare le regole a cui siamo abituati: la cura del contenuto ora è qualcosa di diverso da quello che era qualche anno fa. Non servono produzioni milionarie, ma contenuti emozionanti. E spesso, il video realizzato con lo smartphone insieme a un amico, è più emozionante di uno spot.

Terzo: creare valore. Paradossalmente – ma non troppo – la sovraesposizione a contenuti sempre diversi e a voci molteplici ha reso più importante il messaggio, il concetto che c’è dietro a una comunicazione. Ancora una volta, si parla di emozione, quella vera, empatica, capace di coinvolgere.

Tenere a mente questi tre spunti sarà sempre più importante nella content creation del futuro.

 

 

5 Consigli utili per scrivere buoni contenuti

Il contenuto è importante, è il Re, come si diceva ormai qualche anno fa. I buoni contenuti raccontano storie, emozionano, coinvolgono, conquistano l’attenzione e la fiducia delle persone, le fanno sognare.
Che siano social, blog, spot o campagne stampa, i buoni contenuti si riconoscono a un primo sguardo, a una prima lettura, a un primo incontro.

Uno strumento vincente, dunque, per la strategia di marketing di qualsiasi brand.

Ma come si fa a produrre contenuti di qualità?

Guardandoci bene dal dare guide che abbiano la pretesa di essere in qualche modo esaustive, ci limitiamo a fornire qualche spunto su cui riflettere prima di mettersi alla tastiera.

  1. Non iniziate a scrivere contenuti senza prima aver ben chiaro il concetto da esprimere o la storia da raccontare. A volte si è presi da una sorta di ispirazione momentanea e improvvisa: meglio lasciarla decantare, magari appuntarsi qualche spunto e poi mettersi al lavoro per costruire qualcosa di più solido.
  2. Non partite dal mezzo, dalla piattaforma su cui volete pubblicare, ma dai concetti e dalle storie. Immaginate un racconto e poi cercate di capire quale potrebbe essere il modo e il mezzo migliore per veicolarlo oppure come potrebbe vivere su mezzi diversi. Vedrete che vi verranno spunti molto più creativi.
  3. Non scrivete per voi, o per il brand, ma per il vostro pubblico, per coloro che vi immaginate vi ascolteranno. Cercate di capire cosa interesserebbe a loro, cosa li coinvolgerebbe, li emozionerebbe e li spingerebbe ad appassionarsi al brand.
  4. Siate chiari e non date mai nulla per scontato: non tutti hanno i vostri stessi riferimenti culturali o riescono a seguire i vostri ragionamenti se non li esplicitate a dovere. Siate, quindi, più lineari possibili. I vostri contenuti devono essere piacevoli e scorrevoli.
  5. Sembra il consiglio più banale ma…rileggete! Una volta finito di scrivere lasciate lì quel contenuto per un po’, fatelo riposare anche nella vostra mente e poi riprendetelo in mano e leggetelo come se non lo aveste scritto voi. È una cosa molto difficile, ma anche molto utile per capire se davvero siete riusciti a veicolare il messaggio che volevate come lo volevate.

Scrivere è un duro lavoro…ma può essere anche molto piacevole. Con queste piccole accortezze lo sarà ancora di più.