Social video: qualità, quantità o… vortice?

Uno dei nostri ormai celebri meme sottolinea la differenza tra come viene fruito lo stesso video su Facebook e su YouTube.

E’ ovviamente una semplificazione per spiegare l’atteggiamento diverso degli utenti dei due social. Non è che una scelta sia migliore dell’altra, anzi è probabile che in una strategia strutturata, siano necessarie tutte e due. Le persone stanno su diversi social media, in momenti diversi della loro giornata, con differenti motivazioni. Un brand ha bisogno sia di qualità che di quantità.

Ci sono segnali visivi (colori, forme, loghi) che non hanno bisogno di particolare attenzione, ma che finiscono per diventare una sorta di filo conduttore del viaggio quotidiano tra i media di ognuno di noi. In una frazione di secondo, all’inizio di un video su Facebook, su un poster stradale, dietro la porta di una partita di calcio, riceviamo in modo quasi subliminale il messaggio che quel brand c’è, esiste, ha qualcosa da dirci. Fa parte del nostro paesaggio mentale.

Poi ci sono gli “spot”, brevi video pubblicitari di solito posizionati prima del video che vogliamo vedere. Sono molto simili agli spot tv, siamo obbligati a vederli, e che lo vogliamo o meno, assorbiamo le sintetiche informazioni che ci comunicano. Il fatto che siano visioni forzate non è di per sé negativo: abbiamo vissuto decenni in cui questa cosa funzionava, e funziona ancora oggi. La credibilità è bassissima ma dall’altra parte c’è il massimo del controllo: ho la sicurezza che mi vedrai, di quante volte lo farai, e che i miei soldi garantiscono che il mio messaggio arrivi fino in fondo.

E poi ci sono le operazioni più complesse, in cui creo dei video il cui contenuto è interessante per un target, lo diverte, lo emoziona o lo informa. All’audience che desidero raggiungere e portare a bordo dò insomma qualcosa in cambio. È un obiettivo altamente qualitativo, non facile da raggiungere, ma che dà grandi risultati in termini di sintonia col brand. Per ottenere qualità bisogna offrire qualità: chiarezza di obiettivi, ascolto, lavoro e investimenti. Un ottimo, recente esempio è la partnership tra Il Milanese Imbruttito e McDonalds. L’alleanza con un produttore di contenuti che un certo target ama, proietta sul brand un alone positivo, se c’è una base comune di valori/emozioni condivisi.

Una strategia video social completa dovrebbe lavorare su tutte e tre questi piani, in modo coerente e sinergico. È quello che noi chiamiamo “il vortice” digitale. Nell’insieme liquido del media journey, non basta diffondere un messaggio ovunque, occorre creare un strategia che “risucchi” l’attenzione del nostro target verso di noi.

VERDE, LUMINOSO E ACCOGLIENTE, BENVENUTI NELL’UFFICIO DEL FUTURO

Articolo tratto da Huffpost – 30 maggio 2017

Intere giornate ancorati alla scrivania saranno solo un brutto ricordo

 

 

Un lavoro edificante

 

Gli ambienti all’interno dei quali andiamo a lavorare esercitano un notevole impatto sulla qualità del lavoro che svolgiamo. Una ricerca realizzata ad Harvard ha scoperto che gli uffici dotati di un migliore sistema di ventilazione, di un’illuminazione più naturale e di temperature medie incrementano performance e livello di produttività dei dipendenti, oltre ad aiutarli a dormire meglio quando poi rientrano a casa.

Tutti fattori che vanno anche a incrociare le tematiche ambientali, tanto che l’ufficio del futuro finirà probabilmente per dare la priorità a queste caratteristiche. Possiamo anche lasciarci alle spalle l’idea di ritrovarci ancorati a una scrivania collocata in un determinato luogo. Al contrario i lavoratori verranno incoraggiati a traslocare di volta in volta da una scrivania all’altra, e a farne uso solo quando strettamente necessario.

Colossi della Silicon Valley quali Google e Facebook hanno già adottato questo approccio, per cui gli uffici vengono organizzati in maniera tale da stimolare incontri fortuiti — li chiamano ‘bump’ — nel corso dei quali confrontare nuove idee e strategie.

 

La foresta in ufficio

 

Questo ‘nomadismo’ verrà probabilmente accompagnato da una più nitida consapevolezza di ciò che accade fra le mura dell’ufficio. Le app dei cellulari, il cloud computing e la tecnologia indossabile ci indicheranno quali siano le aree più rumorose e quelle più tranquille, quali riunioni siano in corso e dove, chi c’è e chi non c’è in ufficio. Così che il giorno in cui avrai bisogno di un po’ di tranquillità per concentrarti, saprai subito dove andare — e lo stesso quando invece vorrai immergerti nel flusso del lavoro dei tuoi colleghi, o quando sarai alla ricerca di qualcuno con cui poterti confrontare.

Ovunque ti collocherai all’interno di un ufficio scoprirai un ambiente sempre più rigoglioso, letteralmente, dato che le ricerche dimostrano che in presenza anche solo di qualche piantina sparsa qui e lì gli impiegati risultano più produttivi.

 

Un approccio illuminato

 

Il solare andrà a svolgere un ruolo fondamentale negli uffici del futuro, alimentando gli edifici e redistribuendo l’energia al quartiere nell’ambito delle infrastrutture della ‘smart city’. Lo si può già osservare all’interno di edifici come il “The Edge” di Amsterdam, dove si è perfino riusciti a convincere l’università vicina a installare ulteriori pannelli solari sul tetto in cambio dell’uso gratuito alla corrente elettrica in eccesso.

Ma la luce del sole verrà adoperata anche in altri modi. L’ecoLogic Studio ha ideato un’architettura che definisce ‘biodigitale’ e fa uso di ‘bioreattori’, pannelli contenenti alghe che crescono in proporzione alla quantità di luce a cui vengono sottoposti.

Un altro sviluppo al quale assisteremo negli uffici del futuro è quello dei soffitti e degli atrii inclinati, per convogliare l’acqua piovana all’interno di serbatoi. L’acqua raccolta entra successivamente in circolo nell’impianto idraulico per poi esser riutilizzata, ad esempio, dagli scarichi dei bagni.

 

L’avatar d’ufficio

 

Parlando di hi-tech digitale l’ufficio del futuro finirà per diventare uno spazio sempre più virtuale. I giovani che intraprendono le proprie carriere oggi sono nativi digitali che hanno trascorso gran parte delle proprie vite in compagnia di uno smartphone, quindi per loro l’uso delle app risulta già naturale.

Il suddetto The Edge è già oggi dotato di app in grado di modificare la temperatura ambientale, prenotare sale riunioni, aprire armadietti.

L’Internet delle cose e la stampa tridimensionale ci consegneranno un futuro mutaforma nel quale sedie e scrivanie si potranno conformare alle proprie specifiche necessità. Lo stesso discorso vale per i display olografici da tavolo, che saranno pure oggetti d’uso comune nei film di fantascienza, ma in realtà risultano terribilmente ardui da realizzare. Si assiste già, invece, a innovazioni come quelle del Jenkins Steel robot, adoperato da First Light PR, in grado di fungere da avatar per chi, in un determinato momento, non è presente in ufficio. L’assente sarà infatti in grado di controllarlo a distanza, e di farlo spostare all’interno dell’ambiente di lavoro di modo da poter interagire coi colleghi anche a centinaia di chilometri di distanza.

A risultare piuttosto comune all’interno degli uffici, nel futuro prossimo, sarà poi la capacità di proiettare immagini su qualsiasi superficie, adoperando un apparecchio qualsiasi. Strumenti minuscoli, delle dimensioni di un orologio, sono già oggi in grado di andare a proiettare immagini più grandi sui muri e sugli schermi, e con lo sviluppo dell’OLED e delle nanotecnologie stiamo già muovendo i primi passi all’interno di questo mondo — il computer del futuro potrebbe limitarsi a proiettare uno schermo e una tastiera su qualsiasi superficie risulti utile.

Ecco perché in ufficio il futuro sarà sempre più luminoso, verde e accogliente: sarà quel genere d’ambiente che ti farà venir voglia d’alzarti dal letto al mattino. Altrimenti basterà impugnare il telecomando sul comodino, e attivare il proprio avatar d’ufficio.

 

Articolo completo: http://www.huffingtonpost.it/2017/05/30/verde-luminoso-e-accogliente-benvenuti-nellufficio-del-futuro_a_22109066/

APP MOBILE: I MODELLI DI SVILUPPO DEL BUSINESS CAMBIANO AL SERVIZIO DEL MARKETING

Articolo tratto da Digital 4 biz – 26 ottobre 2017

197 miliardi di download e un mercato che oggi vale miliardi di dollari: il fenomeno delle app mobile sta cambiando sensibilmente il concetto di sviluppo ma anche quello di customer care. Dal massimizzare gli utenti al monetizzarne l’utilizzo, oggi il focus è la tracciabilità a supporto del CRM. Il modello DevOps protagonista indiscusso, dal back-end al front-end

 

 

Il mercato delle app mobile ha 10 anni. Secondo i dati più aggiornati, oggi si contano 968 mila app disponibili su Google Play, 498 mila sull’Apple App Store, 7mila sull’Amazon AppStore (Fonte App Annie 2017). Dal lancio nel gennaio 2007 del primo iPhone, l’indotto delle app mobile è diventato un modello di business a più zeri.

I ricavi generati dalle due piattaforme principali, Apple e Google, hanno raggiunto un giro d’affari di 89 miliardi di dollari. Il tempo trascorso utilizzando applicazioni mobili è cresciuto di oltre il 20%, raggiungendo i 900 miliardi di ore. Le ultime ricerche mostrano come le app scaricate dagli utenti quest’anno raggiungeranno i 197 miliardi.

 

Dalle app mobile alla app economy cambiano strumenti e strategie

 

Come sottolineano gli esperti, i dati che descrivono meglio l’ecosistema delle app mobile sono le statistiche dei download: solo comparando i dati 2016 con le stime 2017 si passa da 149  miliardi di download a 197 miliardi con una proiezione sul 2021 che parla di 353 miliardi di download.

 

In dettaglio, osservando le statistiche dei download di app dei due principali sistemi operativi mobili, iOS e Android, troviamo Google Play in testa, grazie a un modello di business nettamente diverso da quello di Apple.

 

Quante app usiamo in media ogni giorno?

 

Al di là dei numeri legati ai download, gli analisi ricordano come le persone che scaricano le app mobile ne usano solo pochissime, disinstallando quelle che non usano più. Un consumatore su 4, una volta che ha scaricato una app, la usa una volta sola perché non funziona bene o non funziona affatto: 6 utenti su 10 dichiarano di aver avuto problemi.

 

A livello internazionale, le ricerche dicono che gli utenti non usano più di 10 app al giorno. Gli italiani invece hanno in media 30 app sullo smartphone, ma ne utilizzano 5 ogni giorno e 13 in un mese.

 

Come e perché il marketing sofisticato ha a cuore le app mobile

 

I mobile user in Italia sono 50,8 milioni, con un tasso di penetrazione dello smartphone pari all’85% della popolazione. 28 milioni di italiani, cioè il 47% della popolazione, si connettono da mobile ai social. (Fonte: We Are Social 2017). Inoltre il 68% degli italiani dotati di smartphone ha il Wi-FI sempre attivo, il 19% ha il bluetooth sempre attivo e il 37% ha sempre attiva la funzione di geolocalizzazione.

 

Le app mobile che sfruttano il geofencing sono una strategia chiave per il marketing: grazie al perimetro virtuale attivo anche quando il dispositivo è in movimento, si può conoscere in un certo momento la posizione attuale di un utente e la sua vicinanza a determinati punti di contatto (touch point) per innescare una comunicazione programmata. Quest’azione è strategica lato front-end e lato back-end: da un lato fa partire una segnalazione via mail o tramite SMS all’utente del dispositivo, dall’altra fa partire una segnalazione all’operatore che, avendo attivato il perimetro, può effettuare un monitoraggio e una mappatura da cui ricavare metriche di dettaglio per erogare migliori servizi.

 

 App per il business: il DevOps a supporto del marketing

 

Per i brand la nuova sfida della app economy è rilasciare app mobile capaci di soddisfare gli utenti e di permettere la tracciabilità di un grandissimo numero di informazioni su criteri di navigazione, scelte, comportamenti e, in generale, alle domande che ogni singolo utente pone chiedendo supporto, assistenza o, semplicemente cliccando sulle call to action associate a promo e iniziative online e offline.

Lo smartphone è diventato un inseparabile e indispensabile compagno della produttività individuale e del tempo libero, e per questo i marketer hanno iniziato a lavorare in maniera sempre più stretta con gli sviluppatori. Le app, per mantenere alto l’ingaggio dell’utente, devono essere sempre aggiornate per essere attrattive e per restare al passo dell’evoluzione tecnologica.

 

Analogamente avviene in ambito B2B dove il 79% delle imprese utilizza più di 10 app mobile per gestire il proprio business. L’aumentare delle app in contesti dove si accede a dati sensibili deve alzare l’attenzione delle aziende sui pericoli legati al cybercrime. Solo per citare gli ultimi attacchi, HummingBad ha infettato 85 milioni di device, QuadRooter circa 900 milioni di device, The Godless 850 mila.

Ecco perché il DevOps è diventata la strategia centrale di sviluppo delle app. Si tratta di una metodologia che sfrutta le nuove logiche della condivisione e della collaborazione tra sviluppatori (DEV) e operation (OPS) per accelerare i tempi di progettazione, testing e di rilascio delle soluzioni applicative aziendali, sia in ambienti tradizionali che cloud.

 

Articolo completo: https://www.digital4.biz/marketing/advertising/mobile-app-i-modelli-di-sviluppo-del-business-cambiano-al-servizio-del-marketing_436721510705.htm

E-COMMERCE IN ITALIA +17%

Articolo tratto da Techeconomy – 11 ottobre 2017

Prosegue lo sviluppo dell’eCommerce nel nostro Paese: il valore degli acquisti online da parte dei consumatori italiani raggiunge nel 2017 i 23,6 miliardi di euro, con un incremento del 17% rispetto al 2016. Nel 2017, gli acquisti online di Prodotti (pari a 12,2 miliardi) crescono del 28% e superano per la prima volta quelli di Servizi (+7%, 11,4 miliardi).
Il Turismo si conferma primo settore (9,2 miliardi, +7%) seguito da Informatica ed elettronica di Consumo (4 miliardi, +28%), e Abbigliamento (2,5 miliardi, +28%). Tra i settori emergenti i più importanti sono Arredamento e home living e Food&Grocery che insieme valgono quasi 1,8 miliardi di €. Gli acquisti via smartphone crescono del 65% e superano quest’anno i 5,8 miliardi di €.

“Nel 2017 l’eCommerce mondiale è stato caratterizzato da diversi fatti particolarmente significativi” afferma Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano “Tra questi ricordiamo le alleanze stipulate da alcuni grandi merchant eCommerce e operatori di differente natura (per sviluppare congiuntamente tecnologie o per espandersi commercialmente), l’affermazione di alcuni trend tecnologici (in primis assistenza vocale e chatbot) e la consacrazione delle principali ricorrenze eCommerce (Single Day, Black Friday e Cyber Monday). Il successo di alcune iniziative eCommerce ha messo infatti a dura prova, in mercati più maturi dell’Italia, la sopravvivenza di alcune insegne della grande distribuzione tradizionale, tra cui quelle incapaci di progettare efficaci soluzioni ibride online – offline”.

L’e-commerce B2c continua la sua corsa, ampliando di anno in anno il suo perimetro d’azione, tanto che nel 2017 in Italia supera i 23,6 miliardi di euro, con un incremento rispetto al 2016  del 17%.

 

L’EVOLUZIONE DEL  MERCATO

 

“Per la prima volta nella storia dell’eCommerce B2c in Italia, i prodotti, grazie a un ritmo di crescita quadruplo (rispettivamente +28% e +7%), raggiungono e superano i servizi (52% contro 48% a valore). Il paniere degli acquisti online si sta quindi lentamente avvicinando a quello rilevato nei principali mercati più evoluti (dove i prodotti incidono per il 70% circa)” afferma Riccardo Mangiaracina, Responsabile scientifico dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm Politecnico di Milano.

Nel 2017 gli acquisti di prodotti valgono 12,2 miliardi di euro. Il primo settore è l’Informatica ed elettronica di consumo con circa 4 miliardi di euro e un tasso di crescita del 28%. Gli acquisti nell’Abbigliamento (capi di vestiario, scarpe e accessori) crescono del 28% e raggiungono 2,5 miliardi di euro, non solo grazie al fashion ma anche al mass market.

“Il tasso di penetrazione totale degli acquisti online sul totale retail, passa dal 4,9% del 2016 al 5,7% del 2017 con i Prodotti al 4% e i Servizi al 9%, e i tassi più alti sono stati raggiunti da Informatica ed Elettronica di consumo (20%) e Turismo (30%).” Afferma Valentina Pontiggia, Direttore dell’Osservatorio eCommerce B2c Il ritardo dell’Italia rispetto ai principali mercati eCommerce permane ed è riconducibile alla ridotta penetrazione nei comparti di prodotto e specialmente nel Food&Grocery (0,5%).

 

GLI ACQUISTI DA SMARTPHONE CRESCONO IN TUTTI I SETTORI

 

Nel 2017 un terzo degli acquisti eCommerce, a valore, è concluso attraverso smartphone o tablet. L’incidenza di questi device è quintuplicata nel giro di 5 anni: nel 2013 la somma di tablet e smartphone valeva infatti solo il 6%. Ancora più significativa la crescita dello smartphone: il suo contributo è passato infatti dal 4% nel 2013 al 25% nel 2017. In valore assoluto, gli acquisti eCommerce da smartphone superano, nel 2017, i 5,8 miliardi di euro, con una crescita del +65% rispetto al 2016.
L’importanza di questo canale per il consumatore è visibile in tutti i principali comparti merceologici: il tasso di penetrazione dello smartphone sul totale eCommerce sfiora o supera il 30% nella maggior parte dei settori di prodotto (Editoria, Abbigliamento, Informatica ed elettronica, Food&Grocery) ed è pari al 15% nel Turismo e al 5% nelle Assicurazioni.

 

I WEB SHOPPER IN ITALIA, TRA ABITUALI E SPORADICI

 

Nel 2017 i web shopper italiani – ossia i consumatori che hanno effettuato almeno un acquisto online nell’anno – sono 22 milioni e crescono del 10% rispetto al 2016. Tra questi, gli acquirenti abituali – ossia i consumatori che effettuano almeno un acquisto al mese – sono 16,2 milioni e generano il 93% della domanda totale eCommerce (a valore), spendendo online in un anno, mediamente, 1.357 euro ciascuno. Gli acquirenti sporadici sono invece 5,8 milioni, generano il restante 7% della domanda eCommerce e spendono mediamente 284 euro all’anno.

 

LA CRESCITA DELL’EXPORT

 

Nel 2017 l’Export, inteso come il valore delle vendite da siti italiani a consumatori stranieri, vale 3,5 miliardi di euro e rappresenta il 16% delle vendite eCommerce totali.
I prodotti, grazie a una crescita del 19%, valgono 2,3 miliardi di euro e rappresentano il 67% delle vendite oltre-confine. La bilancia commerciale (Export – Import) nei prodotti è, a differenza dei servizi, positiva e vale 800 milioni di euro (+150 milioni di euro rispetto al 2016). L’Abbigliamento, grazie alla notorietà dei brand italiani e alle competenze digitali sviluppate da alcune Dot Com o boutique multi-brand nazionali, è responsabile del 65% dell’Export di prodotto.
L’Export online è ben più significativo se, oltre alle vendite dirette da siti italiani verso consumatori stranieri, consideriamo le vendite abilitate dagli “intermediari digitali” con ragione sociale straniera (siti delle vendite private operanti all’estero, marketplace stranieri e retailer internazionali).

 

Articolo completo: http://www.techeconomy.it/2017/10/11/ecommerce-italia/

 

 

 

BIG DATA E SMART DATA, COSA SONO E QUALI DIFFERENZE

Articolo tratto da Tecnologia.libero – 13 settembre 2017

Un’azienda deve essere capace di interpretare i Big Data, ossia di utilizzarli in maniera appropriata per risolvere i problemi e migliorare la produzione

 

I Big Data rappresentano uno dei cardini principali dell’Industria 4.0, un concetto che serve a identificare l’insieme dei dati raccolti dalle macchine. Informazioni che, se analizzate correttamente, permettono all’impresa di ottenere numerosi vantaggi. I Big Data, però, non sono tutti uguali.

La digitalizzazione, fenomeno ormai in una fase molto avanzata, sta trasformando i sistemi produttivi delle aziende, che abbandonano i vecchi standard a favore di tecniche più efficienti e flessibili. In questo processo di cambiamento, sono diversi gli attori chiamati in causa. Le fabbriche, infatti, passano a strumenti di lavorazione automatizzate e intelligenti, in grado di connettersi in rete e di raccogliere molti dati.

 

Big Data vs Smart Data

 

Un’azienda deve essere capace di interpretare i Big Data, ossia di utilizzarli in maniera appropriata per risolvere i problemi e migliorare la produzione. È questa la differenza principale. Da un parte ci sono le informazioni raccolte dalle macchine, dall’altra c’è la necessità per l’impresa di analizzare questi dati in modo intelligente, ovvero trasformare i Big Data da un semplice accumulo di dati in elementi di valore. Si parla in in questo caso di Smart Data.

Gli Smart Data, dunque, non solo altro che quella parte di Big Data davvero utile all’azienda. All’impresa spetterà il compito di individuare, tra questo enorme insieme, quali informazioni estrapolare. Non tutti i dati aggregati, infatti, sono necessari all’impresa. Senza un approccio intelligente, i Big Data rischiano di restare un ammasso di informazioni senza nessun valore.

Dare significato ai dati è, quindi, l’elemento che contraddistingue gli Smart Data. Le aziende adotteranno sempre di più approcci qualitativi, in cui le uniche informazioni analizzate saranno quelle intelligenti.

 

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/big-data-e-smart-data-cosa-sono-e-quali-differenze-15141

 

ORA SI FA SUL SERIO: WINDOWS MIXED REALITY ARRIVA IL 17 OTTOBRE CON UNA MAREA DI NOVITÀ

Articolo tratto da DDay – 5 ottobre 2017

Dopo mesi di anticipazioni, finalmente Microsoft ha svelato nel dettaglio i suoi piani per la Mixed Reality. Arriverà con il Fall Creators Update ed acquisterà un peso sempre maggiore nell’universo Windows.

 

Incalzata da Apple e Google con ARKit e ARCore, Microsoft ha tenuto un evento a San Francisco per presentare alla stampa Windows Mixed Reality. Sebbene non sia certo una novità dell’ultima ora, la piattaforma per la realtà mista di casa Microsoft è sempre stata un po’ “fumosa”. Microsoft, però, ha finalmente svelato nel dettaglio in cosa consisterà Windows Mixed Reality.

Innanzitutto, arriverà per tutti il 17 ottobre, contestualmente al rilascio del prossimo aggiornamento per Windows 10. I visori per la Windows Mixed Reality – anche noti come Head Mounted Display (HMD) –, annunciati già lo scorso autunno, sono finalmente disponibili al preordine sul Microsoft Store (non ancora in Italia). Il prezzo di questi HMD parte da 449 euro e include due appositi controller. Agli HMD già noti di Acer, ASUS, Dell, HP e Lenovo, si è aggiunto anche quello di Samsung, con la sua offerta premium.

 

Ma entriamo nel merito: cos’è di preciso la Windows Mixed Reality? In effetti il nome potrebbe ingannare, ma la soluzione sviluppata da Microsoft, di fatto è quella più completa, abbracciando realtà virtuale, realtà aumentata “semplice” e quelli che il colosso di Redmond definisce ologrammi. Per realtà aumentata semplice Microsoft intende quella che si può sperimentare attraverso il display di uno smartphone, di un PC o di un tablet; viceversa, per ologrammi s’intendono esperienze analoghe a quelle offerte da dispositivi come gli HoloLens.

Alex Kipman, a capo del progetto HoloLens, ha tenuto l’intera conferenza in VR, illustrando tutte le principali novità di Windows Mixed Reality. Per cominciare, tutti i possessori di un visore potranno entrare nella cosiddetta Clip House, un ambiente virtuale interamente personalizzabile che ricorda un’abitazione di design. In giro per la Clip House si potranno sistemare tutte le proprie applicazioni preferite, creando anche dei veri e propri angoli tematici, come una sala cinema o una sala giochi.

 

Gli spostamenti nell’ambiente virtuale della Clip House verranno riproposti in scala 1:1 con quelli compiuti nella realtà. Tuttavia, per evitare di percorrere “chilometri” per spostarsi da un punto all’altro, sarà anche possibile teletrasportarsi utilizzando i controller, assumendo automaticamente anche particolari prospettive che consentano di godere al meglio dell’app prescelta.

Grandi novità anche per il gaming. Sebbene gli HMD non siano – ancora – compatibili con l’Xbox, i possessori di un visore avranno modo di divertirsi con numerosi titoli che sbarcheranno sul Windows Store questo autunno e l’intero catalogo di SteamVR entro la fine dell’anno. Tra questi, oltre all’immancabile Minecraft, spicca anche un nuovo capitolo della fortunata saga di 343 Studios, Halo Recruits.

 

Ultimo annuncio degno di nota da parte di Microsoft è l’acquisizione di AltspaceVR, il social per eccellenza nella realtà virtuale. Nello specifico, con AltspaceVR si potranno creare degli eventi a tema o semplici conferenze nel mondo virtuale, nei quali i singoli partecipanti saranno incarnati da avatar, che seguono fedelmente i movimenti compiuti nel mondo reale.

 

Come se non bastasse, Kipman ha fatto espressamente riferimento al prossimo arrivo di una nuova categoria di dispositivi: visori in grado di far sperimentare sia gli ologrammi che la realtà virtuale. Che sia un teaser per la seconda iterazione di HoloLens?

 

Articolo completo: http://www.dday.it/redazione/24406/ora-si-fa-sul-serio-windows-mixed-reality-arriva-il-17-ottobre-con-una-marea-di-novita

FACEBOOK: IN TEST UN NUOVO PULSANTE “INFORMAZIONI” CONTRO LE FAKE NEWS

Articolo tratto da HD Blog – 06 ottobre 2017

 

La lotta contro le bufale del web o fake news è stato un argomento particolarmente importante per Facebook nel corso degli ultimi mesi. A conferma di ciò, nelle ultime ore la stessa azienda di Mark Zuckerberg ha annunciato l’avvio di un nuovo test che fornisce agli utenti degli strumenti aggiuntivi per identificare velocemente una notizia falsa.

Questa nuova funzionalità – spiegano gli stessi sviluppatori – porterà un nuovo pulsante “i” (il classico pulsante informazioni) dove tutti gli utenti potranno trovare maggiori dettagli in merito alla pagina che ha condiviso una notizia. Saranno disponibili, ad esempio, alcune informazioni tratte da Wikipedia, articoli correlati sull’argomento da altre fonti o addirittura la possibilità di seguire direttamente la pagina dell’editore.

 

Grazie a questa nuova funzionalità, dunque, gli utenti potranno acquisire una maggiore consapevolezza sulle storie da leggere, condividere e di cui fidarsi. Tale test verrà esteso a più utenti nel corso delle prossime settimane. Non è dato sapere, però, se la funzionalità verrà estesa da subito anche al di fuori degli Stati Uniti.

 

Articolo completo: https://mobile.hdblog.it/2017/10/06/Facebook-test-pulsante-informazioni-fake-news/

 

GUIDA AL FACT-CHECKING E AGLI STRUMENTI DI VERIFICA DELLE NOTIZIE

Articolo tratto da Inside Marketing – 14 maggio 2017

 

Verificare le notizie è essenziale per evitare il diffondersi di bufale e notizie false. Ecco i principali strumenti per il fact-checking.

 

Se sembra troppo bello per essere vero, probabilmente non lo è. Con riferimento alle notizie, mette in guardia da tutti quei fatti che ogni giorno raggiungono newsroom e giornalisti e che però non possono (e non devono) essere considerati notizie.

Se c’è una minaccia alla credibilità dell’informazione digitale, infatti, si tratta delle bufale. Il mito della velocità e dell’aggiornamento continuo, la necessità di competere con i social e gli altri ambienti digitali dove le notizie corrono istantaneamente spesso inducono chi si occupa d’informazione a cadere nella trappola di notizie non verificate, false o confezionate ad hoc in una logica “acchiappa like”.

La vera soluzione? Riscoprire i tempi di un giornalismo slow”, che punti alla qualità più che alla quantità di notizie e all’aggiornamento continuo e, nel frattempo, preoccuparsi di diffondere una cultura del fact-checking, letteralmente della verifica delle notizie.

 

UN MANIFESTO DEL FACT-CHECKING

 

Per farlo non bastano le iniziative isolate. Per questo il giornalismo, d’oltreoceano soprattutto, si è già inventato community contro le bufale all’interno delle quali i professionisti dell’informazione possono scambiarsi best practice e puntare all’alfabetizzazione dei lettori, affinché siano i primi stakeholder di un giornalismo di qualità. Più recentemente, alcuni dei maggiori soggetti internazionali che operano nel campo dell’informazione hanno firmato un manifesto del fact-checking che ha come obiettivo quello di promuovere le eccellenze in materia di verifica delle fonti.

 

QUALI STRUMENTI PER IL FACT-CHECKING?

 

Per difendere la credibilità dell’informazione ci sono diverse pratiche e tool che chi si occupa d’informazione può e deve utilizzare per non incappare nel pericolo bufale o notizie non verificate e non verificabili. Si tratta di strumenti utilissimi soprattutto quando ci si trova ad affrontare e gestire una crisi.

 

CURARE LE FONTI

 

Il primo passo per un fact-checking efficace, infatti, è il controllo delle fonti. Nel gioco di rimbalzi, condivisioni, passaparola tipico degli ambienti digitali può essere particolarmente difficile risalire alla fonte originale di una notizia. Le rivoluzioni nel Medio Oriente, meglio conosciute come Primavera Araba, hanno fatto scuola e sono state il banco di prova per il citizen journalism. In quell’occasione i giornalisti “tradizionali” si trovarono più volte a dover verificare l’attendibilità di fonti che si proclamavano direttamente coinvolte nelle rivolte. Già da allora si dimostrò essenziale, così, quello che fu indicato come un approccio “networked al giornalismo: di fronte all’abbondanza di informazioni che arrivano alle redazioni da fonti non tradizionali, il giornalista non può che lavorare “facendo rete” con le proprie. Significa selezionare alcuni utenti che si mostrano più attendibili di altri, preparare liste (soprattutto su Twitter e altri social network) di contatti da seguire per restare aggiornati sulla situazione, entrare in contatto con soggetti privilegiati (freelance, fotografi, videoreporter, operatori umanitari, etc.) che operano nella zona e che potrebbero fornire materiale di prima mano.

 

GLI STRUMENTI DIGITALI A PROVA DI FACT-CHECKING

 

Non possono essere ignorati i numerosi strumenti d’ausilio al fact-checking offerti dalla tecnologia e dagli ambienti digitali: si va dai badge blu che contraddistinguono sui social i profili ufficiali di giornalisti, politici, personaggi pubblici alle diverse piattaforme che permettono di ricavare qualche informazione in più sui contenuti multimediali. Il giornalismo digitale deve gestire, infatti, una grande quantità di user generated content che arrivano nelle newsroom e che costituiscono spesso l’unico apparato multimediale disponibile per quella notizia. Come fare a stabilire, allora, la veridicità di una foto o di un video? Si può partire, per esempio, dall’analizzare i meta-dati eventualmente disponibili e che dicono qualcosa su quando e come sono stati scattati o girati, anche se la maggior parte dei social cancella questa tipologia di dati; si può usare la ricerca inversa, tramite immagini di Google Image, per verificare che quella stessa foto o un fotogramma del video non siano stati già pubblicati in precedenza e possano non riferirsi, quindi, all’evento in atto; si possono usare servizi come Google Maps o Wikimapia per confrontare alcuni dettagli urbani e paesaggistici, in modo da capire se foto o video siano stati realizzati realmente nel posto in questione.

AFFIDARSI ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE…

 

Qualcuno ha provato a costruire, addirittura, algoritmi che aiutino giornalisti e professionisti dell’informazione a valutare l’attendibilità dei post sui social. Ci sarebbero, infatti, elementi ricorrenti nei tweet o negli aggiornamenti Facebook che riportano bufale, notizie false o non verificate. Sono elementi sintattici come grossolani errori grammaticali (che potrebbero essere, per esempio, spia dell’uso di traduttori online), uno smodato uso dei pronomi o della punteggiatura o, persino, delle emoticon.

 

…O A QUELLA COLLETTIVA

 

Chi non voglia affidarsi all’intelligenza artificiale, però, può sempre affidarsi all’intelligenza collettiva. Gli ambienti digitali, infatti, renderebbero più facile il fact-checking anche per la possibilità di affidarsi al crowd-sourcing: un giornalista che debba verificare una notizia, in altre parole, può fare affidamento alla “folla”, partendo dal presupposto che la coda lunga della Rete permette di trovare facilmente l’esperto di qualsiasi materia.

 

UNA SENSIBILITÀ NUOVA PER IL FACT-CHECKING?

 

Non si possono non segnalare, infine, i passi avanti nella direzione del fact-checking condotti anche dai giganti dell’informazione 2.0. È stato creato per esempio il Facebook Journalism Project con l’intento di agire sia sul fronte dei professionisti dell’informazione sia su quello dei lettori per una maggiore sensibilizzazione rispetto all’importanza di condividere solo notizie verificate e alle responsabilità anche giuridiche che derivano dalla diffusione volontaria di bufale.

 

Ad aprile 2017 è arrivata, poi, la conferma dell’impegno di Google contro le fake news. Dopo vari annunci che sottolineavano la volontà di penalizzare con l’algoritmo i siti che pubblicassero notizie false o non verificate, Big G ha introdotto infatti, sia nella sezione News che per i comuni risultati di ricerca, e in tutte le lingue, l’etichetta “Fact Check” con cui vengono segnalate le notizie che rispettano i più comuni criteri di verifica delle fonti o che provengono da siti e domini segnalati come attendibili.

 

Articolo completo: https://www.insidemarketing.it/fact-checking-strumenti-verifica-notizie/

LA (NUOVA) COMUNICAZIONE PUBBLICA PER VINCERE LA BATTAGLIA DELLE FAKE NEWS

Articolo tratto da La Stampa – 09/10/2017

Il requisito fondamentale è la creazione di una comunità, attraverso il quale diffondere notizie verificate.

 

La comunicazione pubblica può vincere la battaglia contro le fake news. Per Francesco Nicodemo, scrittore ed ex responsabile della comunicazione del Partito Democratico, la vera questione è l’educazione del cittadino, che deve acquisire gli strumenti per distinguere una notizia vera da una falsa.

La relazione con il cittadino è il tema su cui comunicatori, addetti stampa e social media manager si sono confrontati nella terza edizione degli Stati Generali della nuova comunicazione pubblica.

 

Il social media team regionale «è una realtà di eccellenza europea», ha detto Francesco Di Costanzo, presidente di PA social. «Grazie a campagne social mirate, sono riusciti a fare rete tra cittadini, imprese e turisti», continua. Insomma, la promozione del territorio nasce proprio dalla creazione di una comunità che fa del rapporto diretto con le istituzioni il suo valore fondante. Rapporto diretto che è l’obiettivo dell’ufficio comunicazione del Comune di Ancona. Il lavoro fatto dalla responsabile Barbara Ulisse, rappresenta uno dei primi esperimenti in Italia dell’utilizzo di Whatsapp come strumento per una relazione continua e personalizzata con l’utente.

 

Una comunità che nasce anche nelle istituzioni che forniscono servizi essenziali come la sanità. Gabriele Palmara è il social media manager di ATS Bergamo, l’agenzia di tutela della salute provinciale. Il suo staff ha iniziato a usare Snapchat per diffondere campagne d’informazione e di prevenzione per determinate patologie. In questo caso, il canale era rivolto ai più giovani. Mentre per le persone più anziane, hanno deciso di utilizzare Facebook: in particolare i gruppi formati da cittadini bergamaschi, attraverso il quale diffondere informazioni e notizie.

 

«Nasce tutto dalla capacità di gestire i social network, conoscere i linguaggi degli stessi e soprattutto capire con chi si sta parlando», spiega Palmara. Tre requisiti fondamentali, attraverso i quali creare una nuova figura professionale: il giornalista pubblico. «Una professione fondamentale per fare da tramite tra il cittadino e le istituzioni», dice Di Costanzo.

 

Articolo completo: http://www.lastampa.it/2017/10/09/tecnologia/news/la-nuova-comunicazione-pubblica-per-vincere-la-battaglia-delle-fake-news-avrm7erCd9UDJOFEnaclbJ/pagina.html 

TRA REALTÀ VIRTUALE E CHATBOT, L’UFFICIO NELL’ERA DELL’INDUSTRIA 4.0

Articolo tratto da Libero.it – 19 Settembre 2017

In azienda stanno entrando nuove tecnologie, che un giorno rimodelleranno non solo i sistemi di produzione ma anche le abitudini lavorative

 

Non è difficile immaginare in un futuro non troppo lontano come potrebbe evolversi il lavoro in ufficio. È sufficiente, ad esempio, mettere insieme le ultime innovazioni a disposizione dell’Industria 4.0. Oltre all’automazione e agli oggetti sempre connessi dell’Internet of Things, in azienda, infatti, cominciano ad entrare la stampa 3D e soprattutto l’intelligenza artificiale, il machine learning e le realtà virtuale e aumentata. Strumenti che rimodellano completamente gli attuali sistemi di produzione, che di massa e rigidi virano verso tecniche flessibili, e ridisegnano anche gli standard lavorativi.

 

L’ufficio 4.0

 

Partiamo con la realtà virtuale. Non è fantascienza se in futuro per prendere parte in una riunione basterà indossare un visore VR, senza neanche recarsi fisicamente in azienda. Un assistente intelligente ci ricorderà gli appuntamenti in calendario oppure ci leggerà le email: sarà sufficiente utilizzare la voce per rispondere ai messaggi in arrivo.

Così come appare probabile che in ufficio, nel giro di qualche anno, i classici schermi saranno sostituiti da display olografici e tecnologie di proiezione virtuale. Come assistente avremo, come visto, un chatbot dalle capacità di ragionamento quasi umane.

 

Anche l’intelligenza artificiale giocherà un ruolo importante nell’ufficio 4.0. Gli algoritmi potranno, ad esempio, aiutarci a concludere un progetto, suggerendoci possibili soluzioni. Così come sarà importante la stampa 3D, tecnologia sempre più utilizzata dalle aziende in fase di produzione. Con una stampante 3D potremmo sviluppare qualsiasi oggetto senza essere costretti a uscire dall’ufficio.

In azienda, inoltre, i badge saranno sostituiti da sistemi di riconoscimento biometrici, mentre ad attenderci davanti l’ingresso non ci sarà più security ma dei robot.

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/tra-realta-virtuale-e-chatbot-lufficio-nellera-dellindustria-4-0-15281

TRA FAKE NEWS E BREAKING BAD. COME AFFRONTARE IL MONDO DELLA POST VERITÀ?

Articolo tratto da Wired – 7 settembre 2017

La nostra realtà è cambiata: non possiamo più ragionare con un semplice criterio di vero e falso. Come orientarsi? Risponde Andrea Fontana, tra gli invitati del Festival della comunicazione di Camogli

Qualche tempo fa Vince Gilligan, ideatore della serie tv Breaking Bad  ha dovuto prendere posizione pubblicamente, su social media e tv americane, per chiedere ufficialmente ai fan della serie di non lanciare pizze sulla casa di Walter White, protagonista della fortunata fiction. Alcuni appassionati infatti, più zelanti del dovuto, avevano preso la cattiva abitudine di andare a visitare la casa dove era stata girata la serie e di lanciare pizze sul tetto – imitando il comportamento del protagonista in un episodio divenuto memorabile.

Peccato che quella casa non fosse di proprietà di White, che naturalmente è personaggio fittizio della serie, ma la residenza di una tranquilla e reale famiglia di Alburquerqe, in New Mexico.

Molti commentatori sono convinti di questo e sostengono che la post-verità diventa cifra e condizione di un mondo connesso e che vive in iper-relazione. Certo, il tema della post-verità e più in genere delle fake news, che sta assorbendo molto dibattito contemporaneo, non è nuovo. Solitamente la questione viene liquidata in modo sbrigativo: le fake news sono il male, il falso, l’imbroglio rispetto a una verità non meglio definitiva. Esattamente come è male che i fan della serie Breaking Bad gettino pizze sul tetto di una casa di Albuquerque.

Conosciamo ormai le dinamiche di comportamento di molti utenti online:

1. ottenere informazioni che aderiscono al proprio sistema di credenze (confirmation bias);
2. trovare profili e persone con inclinazioni simili (echo chambers);
3. rinforzare e radicalizzare le proprie posizioni di partenza (polarizzazione).

Viviamo ormai in una condizione sociale fatta di finzione positiva e siamo noi a creare un mare di informazione falsata senza nemmeno accorgercene. Le fake news non sono solo sinonimo di imbroglio ma, oggi più che mai, anche sintomo di una serie di inquietudini profonde legate alla nostra contemporaneità, dispersa su più piattaforme di conoscenza e dominata dalle logiche dei deep media.

Visto da qui, il fake diventa un modo diverso di fare i conti con la realtà, sempre più sospesa tra finzionalitàpolarizzazioni affettive e condivisione sociale. Abbiamo quindi la necessità di capire le nuove regole di questo gioco e sviluppare competenze per stare in una dimensione comunicativa in cui la contro-fattualità diventa pratica di vita online e offline, oltre il dilemma del vero-finto. Che ci piaccia o no, dobbiamo imparare a vivere in mondi dove esistono realtà alternative che generano consenso sociale e valore di business. Le notizie falsate possono essere almeno di tre tipi:

– quelle effettivamente manomesse da una cattiva volontà: notizie ingannatrici e costruite ad arte per attaccare una reputazione (personale e aziendale);
– quelle snaturate per errore o dalla disattenzione di scarse professionalità;
– quelle deformate, da tutti noi, ogni volta che scattiamo foto, le filtriamo con testo e le mettiamo online.

Questa dinamica di costruzione sociale dell’informazione e della conoscenza ci costringe a chiudere il mito moderno della razionalità cristallina e dell’opinione pubblica informata in modo trasparente e lineare; ci impone piuttosto di fare i conti con la consapevolezza che l’immaginario, il fantastico, lo strano e persino il metafisico dominano incontrastati nelle nostre percezioni e nella nostra idea di mondo.

La post-verità non è un’eccezione, una temporanea deviazione dal flusso della verità storica. Non è un avversario ideologico da abbattere, perché più la si contrasta più si rinforza, ma una situazione strutturale e fisiologica con cui fare i conti.

Quello che davvero dobbiamo capire oggi è che non potrà mai esistere nessun tribunale della verità, o peggio algoritmo del vero, capace di fermare l’incidere della contro-fattualità in un mondo comunicativo dove tutto è sempre più cognitivo e narrativodominato dalle logiche dei deep media e dell’intelligenza artificiale distribuita il contro-fattuale e la simulazione di vita diventa modello di mondo.

Articolo completo: https://www.wired.it/attualita/media/2017/09/07/fake-news-post-verita-camogli/

 

LA PROSSIMA GOLF È GIÀ REALTÀ… VIRTUALE

Articolo tratto da Data Manager – 30 settembre 2017

Ostermann e Möhring indossano occhiali per la realtà virtuale connessi a numerosi computer. Möhring suggerisce di controllare i flussi della ventilazione alla massima potenza. Al tocco di un bottone, linee di flusso trasparenti circondano entrambi.

 

 

Frank Ostermann è a capo del Virtual Engineering Lab di Wolfsburg, uno dei sei centri di ricerca coordinati dal Dipartimento IT del Gruppo Volkswagen. Nei laboratori, esperti d’informatica, scienziati e specialisti software della Volkswagen lavorano con istituti di ricerca e partner tecnologici al futuro digitale dell’Azienda.

La Volkswagen sta utilizzando le concept car virtuali per lo sviluppo dei modelli di serie, come la prossima generazione della Golf. Möhring guida la digitalizzazione della progettazione del prodotto nel Dipartimento di Sviluppo Tecnico della Volkswagen e spiega: “Abbiamo ancora varie idee in serbo, di cui vi potrò parlare solo più avanti”.

Applicazioni di VR (Virtual Reality) come la concept car virtuale permettono di ottimizzare i costi di sviluppo, perché consentono di ridurre il numero di prototipi fisici che richiedono un costoso processo di realizzazione.
Ciò rappresenta un significativo miglioramento dell’efficienza per la marca Volkswagen, vista la sua ampia offerta di modelli.

 

 

La concept car virtuale fa anche risparmiare tempo. Poiché tutti i componenti sono progettati virtualmente, i loro dati possono essere facilmente trasferiti al programma. Il risultato è un modello virtuale ma perfettamente funzionante di una futura auto, su cui tutti i membri dello Sviluppo possono lavorare in contemporanea.

Ostermann e il suo team al Virtual Engineering Lab stanno già lavorando al prossimo obiettivo. Per sviluppare un veicolo virtuale totalmente funzionante che permetta un’esperienza completa, hanno lanciato un progetto di ricerca alla Stanford University della California.

Articolo completo: http://www.datamanager.it/2017/09/la-prossima-golf-gia-realta-virtuale/