TRA FAKE NEWS E BREAKING BAD. COME AFFRONTARE IL MONDO DELLA POST VERITÀ?

Articolo tratto da Wired – 7 settembre 2017

La nostra realtà è cambiata: non possiamo più ragionare con un semplice criterio di vero e falso. Come orientarsi? Risponde Andrea Fontana, tra gli invitati del Festival della comunicazione di Camogli

Qualche tempo fa Vince Gilligan, ideatore della serie tv Breaking Bad  ha dovuto prendere posizione pubblicamente, su social media e tv americane, per chiedere ufficialmente ai fan della serie di non lanciare pizze sulla casa di Walter White, protagonista della fortunata fiction. Alcuni appassionati infatti, più zelanti del dovuto, avevano preso la cattiva abitudine di andare a visitare la casa dove era stata girata la serie e di lanciare pizze sul tetto – imitando il comportamento del protagonista in un episodio divenuto memorabile.

Peccato che quella casa non fosse di proprietà di White, che naturalmente è personaggio fittizio della serie, ma la residenza di una tranquilla e reale famiglia di Alburquerqe, in New Mexico.

Molti commentatori sono convinti di questo e sostengono che la post-verità diventa cifra e condizione di un mondo connesso e che vive in iper-relazione. Certo, il tema della post-verità e più in genere delle fake news, che sta assorbendo molto dibattito contemporaneo, non è nuovo. Solitamente la questione viene liquidata in modo sbrigativo: le fake news sono il male, il falso, l’imbroglio rispetto a una verità non meglio definitiva. Esattamente come è male che i fan della serie Breaking Bad gettino pizze sul tetto di una casa di Albuquerque.

Conosciamo ormai le dinamiche di comportamento di molti utenti online:

1. ottenere informazioni che aderiscono al proprio sistema di credenze (confirmation bias);
2. trovare profili e persone con inclinazioni simili (echo chambers);
3. rinforzare e radicalizzare le proprie posizioni di partenza (polarizzazione).

Viviamo ormai in una condizione sociale fatta di finzione positiva e siamo noi a creare un mare di informazione falsata senza nemmeno accorgercene. Le fake news non sono solo sinonimo di imbroglio ma, oggi più che mai, anche sintomo di una serie di inquietudini profonde legate alla nostra contemporaneità, dispersa su più piattaforme di conoscenza e dominata dalle logiche dei deep media.

Visto da qui, il fake diventa un modo diverso di fare i conti con la realtà, sempre più sospesa tra finzionalitàpolarizzazioni affettive e condivisione sociale. Abbiamo quindi la necessità di capire le nuove regole di questo gioco e sviluppare competenze per stare in una dimensione comunicativa in cui la contro-fattualità diventa pratica di vita online e offline, oltre il dilemma del vero-finto. Che ci piaccia o no, dobbiamo imparare a vivere in mondi dove esistono realtà alternative che generano consenso sociale e valore di business. Le notizie falsate possono essere almeno di tre tipi:

– quelle effettivamente manomesse da una cattiva volontà: notizie ingannatrici e costruite ad arte per attaccare una reputazione (personale e aziendale);
– quelle snaturate per errore o dalla disattenzione di scarse professionalità;
– quelle deformate, da tutti noi, ogni volta che scattiamo foto, le filtriamo con testo e le mettiamo online.

Questa dinamica di costruzione sociale dell’informazione e della conoscenza ci costringe a chiudere il mito moderno della razionalità cristallina e dell’opinione pubblica informata in modo trasparente e lineare; ci impone piuttosto di fare i conti con la consapevolezza che l’immaginario, il fantastico, lo strano e persino il metafisico dominano incontrastati nelle nostre percezioni e nella nostra idea di mondo.

La post-verità non è un’eccezione, una temporanea deviazione dal flusso della verità storica. Non è un avversario ideologico da abbattere, perché più la si contrasta più si rinforza, ma una situazione strutturale e fisiologica con cui fare i conti.

Quello che davvero dobbiamo capire oggi è che non potrà mai esistere nessun tribunale della verità, o peggio algoritmo del vero, capace di fermare l’incidere della contro-fattualità in un mondo comunicativo dove tutto è sempre più cognitivo e narrativodominato dalle logiche dei deep media e dell’intelligenza artificiale distribuita il contro-fattuale e la simulazione di vita diventa modello di mondo.

Articolo completo: https://www.wired.it/attualita/media/2017/09/07/fake-news-post-verita-camogli/

 

LA PROSSIMA GOLF È GIÀ REALTÀ… VIRTUALE

Articolo tratto da Data Manager – 30 settembre 2017

Ostermann e Möhring indossano occhiali per la realtà virtuale connessi a numerosi computer. Möhring suggerisce di controllare i flussi della ventilazione alla massima potenza. Al tocco di un bottone, linee di flusso trasparenti circondano entrambi.

 

 

Frank Ostermann è a capo del Virtual Engineering Lab di Wolfsburg, uno dei sei centri di ricerca coordinati dal Dipartimento IT del Gruppo Volkswagen. Nei laboratori, esperti d’informatica, scienziati e specialisti software della Volkswagen lavorano con istituti di ricerca e partner tecnologici al futuro digitale dell’Azienda.

La Volkswagen sta utilizzando le concept car virtuali per lo sviluppo dei modelli di serie, come la prossima generazione della Golf. Möhring guida la digitalizzazione della progettazione del prodotto nel Dipartimento di Sviluppo Tecnico della Volkswagen e spiega: “Abbiamo ancora varie idee in serbo, di cui vi potrò parlare solo più avanti”.

Applicazioni di VR (Virtual Reality) come la concept car virtuale permettono di ottimizzare i costi di sviluppo, perché consentono di ridurre il numero di prototipi fisici che richiedono un costoso processo di realizzazione.
Ciò rappresenta un significativo miglioramento dell’efficienza per la marca Volkswagen, vista la sua ampia offerta di modelli.

 

 

La concept car virtuale fa anche risparmiare tempo. Poiché tutti i componenti sono progettati virtualmente, i loro dati possono essere facilmente trasferiti al programma. Il risultato è un modello virtuale ma perfettamente funzionante di una futura auto, su cui tutti i membri dello Sviluppo possono lavorare in contemporanea.

Ostermann e il suo team al Virtual Engineering Lab stanno già lavorando al prossimo obiettivo. Per sviluppare un veicolo virtuale totalmente funzionante che permetta un’esperienza completa, hanno lanciato un progetto di ricerca alla Stanford University della California.

Articolo completo: http://www.datamanager.it/2017/09/la-prossima-golf-gia-realta-virtuale/

REALTÀ VIRTUALE, COME FUNZIONA LA TECNOLOGIA PER I MONDI DIGITALI

Articolo tratto da Libero

La realtà virtuale è una simulazione realistica di una realtà che non esiste. La mente sa che è tutto finto, ma il divertimento prende subito il sopravvento

Cos’è la realtà virtuale

 

La realtà virtuale nasce dalla combinazione di dispositivi hardware e software che “collaborano” per creare uno spazio virtuale all’interno del quale l’utente può muoversi liberamente. L’accesso a questo mondo digitale è reso possibile dai visori VR e dagli accessori sviluppati appositamente per interagire e “vivere” all’interno della realtà virtuale. In questo modo si viene a creare un mondo simulato e tridimensionale che agli occhi (ma non solo) degli utenti appare come reale, per l’appunto. E proprio come accade nella realtà, l’ambiente virtuale/reale all’interno del quale ci si immerge, può essere esplorato in ogni singolo centimetro e in ogni direzione. All’utente sarà sufficiente voltare la testa per vedere cosa accade ai suoi lati o sollevarla verso l’alto per vedere la pioggia scendere sulla sua testa. Il visore, e i software che utilizza, terranno traccia dei movimenti della testa (vedremo tra poco come) così da adattare prospettiva e visuale alla nostra posizione e offrire immagini realistiche.

 

Visore realtà virtuale

 

C’è realtà virtuale e realtà virtuale

 

Sul primo gradino ci sono i modelli Google Cardboard: caschetti di cartone o, comunque, super economici, che permettono di piazzare davanti agli occhi uno smartphone che visualizza applicazioni in grado di offrire, secondo il colosso di Mountain View, delle “esperienze immersive”. La “vera” realtà virtuale è qualcosa di completamente diverso. Serve un kit costituito da un visore – come un Oculus Rift o una PlayStation VR – collegato a un computer, o ancora meglio a una console, con una serie di dispositivi per il controllo dei movimenti della testa e degli occhi, della voce e dell’audio, oltre a un controller o, come minimo, un trackpad. Se si cerca il massimo esistono anche guanti speciali per la realtà virtuale.

 

Visuale 3D immersiva a tutto campo

 

L’obiettivo dei visori VR è quello di creare una sorta di nuova dimensione, qualcosa di ben diverso dal 3D offerto da TV o occhialini più meno speciali. Il video, o il gioco, viene inviato dal computer al visore tramite un cavo HDMI (alta definizione). Alcuni modelli si presentano con uno schermo LED per occhio con l’aggiunta di lenti, mentre altri permettono persino di regolare la distanza tra gli schermi e gli occhi per una visione ancora migliore. In altri prodotti, invece, come il Daydream di Google e il Samsung Gear VR, è lo smartphone a fungere da schermo, ma inserito in un apposito alloggiamento.

 

Samsung Galaxy VR

 

Ancora più reale della realtà

 

Alcuni visori usano uno stratagemma per offrire un’immersione nella realtà virtuale ancora più spettacolare: allargare il campo visivo, per esempio ingrandendo la dimensione delle immagini. Per rendere le immagini ancora più realistiche, è necessario un “frame rate” – ossia una frequenza di fotogrammi – dell’ordine di circa 60 fps per evitare una visione a scatti o che dia fastidio agli occhi. L’attuale generazione di visori, come l’Oculus Rift o la PlayStation VR, offrono rispettivamente una frequenza di 90 fps e 120 fps.

 

Vietato non muovere la testa

Anche altre tecnologie entrano in gioco quando si parla di realtà virtuale, come l’head tracking, ossia quel sistema che monitorizza il movimento della testa: l’immagine, si sposta seguendo esattamente i movimenti del capo: in alto in basso, di lato, avanti e indietro. L’head tracking, per funzionare, richiede la presenza all’interno del visore di strumenti come un giroscopio, un accelerometro e un magnetometro. Il Sony utilizza, nove luci led posizionate sul suo visore che, comunicando con una videocamera esterna, offrono un tracking di 360 gradi. Oculus propone un sistema simile, ma non paragonabile alla PlayStation VR.

 

Oculus Rift in testa

 

Tutto (o quasi) sotto controllo

 

L’head tracking, va in coppia con l’eye tracking. La tecnologia, in questo caso, per monitorare il movimento degli occhi sfrutta un sensore a infrarossi che offre, l’ulteriore vantaggio, di rendere ancora più realistica la profondità di campo.

L’ultima frontiera della realtà virtuale, infine, è il motion tracking: il sensore di movimento per conoscere sempre dove si trova l’utente nello spazio come fa ormai da anni Microsoft Kinect.

 

I campi di applicazione della realtà virtuale

La realtà virtuale ha le potenzialità per rivoluzionare diversi settori dell’intrattenimento, della produzione industriale e del commercio. Il lancio del PlayStation VR, ad esempio, fornisce un assaggio di come i visori VR possono “impattare” nel settore videoludico, fornendo un’esperienza di gioco completamente differente rispetto al passato. Allo stesso modo, anche il settore turistico potrebbe mutare così profondamente che, nel giro di pochi anni, potrebbe essere irriconoscibile: sarà sufficiente indossare un visore VR, infatti, per spostarsi immediatamente in una località turistica e visitarla ben prima di metterci piede.

 

Articolo completo: https://tecnologia.libero.it/cose-e-come-funziona-la-realta-virtuale-933

CHI SONO GLI ITALIANI CONNESSI: ECCO I DATI AGGIORNATI

Se vi siete mai chiesti quali siano i numeri più recenti sugli utenti di Internet in Italia, sappiate che esiste un istituto che ogni mese rilascia un rapporto chiamato Total Digital Audience, e che descrive le caratteristiche di tutti gli italiani connessi in quel mese: quanti sono, chi sono e cosa fanno quando sono connessi. Questo istituto si chiama Audiweb ed è “l’organismo super partes che rileva e distribuisce i dati di audience di internet in Italia, offrendo al mercato dati obiettivi, di carattere quantitativo e qualitativo, sulla fruizione del mezzo”. Chi c’è dietro? “Le associazioni di categoria che rappresentano gli operatori del mercato: Fedoweb (50%), associazione degli editori online, UPA Utenti Pubblicità Associati (25%), che rappresenta le aziende nazionali e multinazionali che investono in pubblicità e Assap Servizi s.r.l., l’azienda servizi di AssoCom (25%), associazione delle agenzie e centri media operanti in Italia”. Insomma, è per il digitale quello che è l’Auditel per la TV.

 

TotalDigitalAudience_Luglio_2017

 

Cosa emerge da questo rapporto? Da un lato sorprende che solo di recente l’uso di Internet abbia superato la metà della popolazione italiana: il 58% degli italiani si è connesso almeno una volta nell’ultimo mese rilevato. Se parliamo di utilizzo quotidiano, scendiamo al 44%. Che sono sempre quasi 22 milioni di utenti, eh, connessi per una media di 2 ore e 21 minuti ogni giorno. In realtà, se tagliamo fuori gli over 55, che abbassano di brutto la media, parliamo di percentuali che arrivano a sfiorare il 70% di italiani connessi ogni giorno. Va detto che il segmento degli over 55 è anche quello che sta crescendo più velocemente (addirittura +10% da un mese all’altro!).

 

 

TotalDigitalAudience__profili_Luglio2017

 

Altro dato interessante è che nel mese di luglio 2017 gli utenti maggiorenni hanno dedicato l’81% del tempo totale online alla navigazione tramite mobile. Insomma, chi sta leggendo questo post da un pc/laptop, sappia che fa parte di una sparuta minoranza. Ma c’è di più: nell’ultimo mese rilevato, oltre 14 milioni di italiani si sono connessi esclusivamente da mobile. Un pc connesso manco sanno com’è fatto, o giù di lì. Chiunque produca contenuti per il web deve tenerlo sempre a mente. E non è un esercizio facile: il più delle volte chi produce contenuti “professionali” lo fa con un pc, ma la sua audience probabilmente non li vedrà sullo stesso device che lui sta utilizzando.

 

TotalDigitalAudience__tempo_speso_bis_Luglio2017

Ultimo dato interessante riguarda le donne. Che da sempre sono rimaste sempre un passo indietro nell’utilizzo della rete. Bene, almeno qui la parità di genere è praticamente raggiunta: nel giorno medio risultano online il 44% delle donne e il 44,9% degli uomini. Ma se parliamo dell’utilizzo da mobile, scopriamo che è avvenuto un sorpasso, e che sorpasso: le donne trascorrono online mediamente 2 ore e 18 minuti da mobile, mentre gli uomini un’ora e 53. Vien da dire che lo smartphone ha rimosso quel filtro da nerd che riservava l’utilizzo dei device elettronici solo a quelli che li sapevano montare e smontare, che tradizionalmente è uno sport tipicamente maschile. Del resto, guardate un po’ che guai possono combinare certi maschi nerd…

Fonte: http://www.audiweb.it/news/total-digital-audience-luglio-2017/?utm_source=Newsletter&utm_medium=RedLink&utm_campaign=dati_luglio_2017&utm_content=link_sito

McKinsey, LA COMUNICAZIONE SUL LAVORO È SEMPRE PIÙ SOCIAL. E GLI EXECUTIVE APPREZZANO

Articolo tratto da Digital4 – 31 Luglio 2017

Applicazioni di collaboration, editing condiviso, videoconferenze: gli strumenti di nuova generazione sono ormai integrati nelle attività quotidiane delle aziende e supportano un numero crescente di processi, sostituendo mail e telefonate. 

Gli uffici sono sempre più social: gli strumenti per la comunicazione digitale hanno raggiunto il più alto livello di integrazione di sempre nel modo di lavorare delle organizzazioni. Lo rivela l’ultimo sondaggio di McKinsey Global sull’utilizzo delle applicazioni per la collaborazione, la messaggistica e le videoconferenze in azienda. In particolare, nelle organizzazioni in cui si sono diffuse le piattaforme message-based, la comunicazione tra dipendenti o con i manager avviene più spesso con i sistemi social che tramite telefono e email. I prodotti sono ormai molti: fra i più noti ed estesi ci sono Office 365 di Microsoft, G Suite di Google, Facebook Workplace. Lo smart working viene dunque agevolato, in uno scenario di organizzazione collaborativa in cui la Direzione HR riveste un ruolo fondamentale per favorire il cambiamento.

Tecnologie social integrate nel quotidiano in quasi metà delle aziende

Non che gli strumenti di comunicazione social al lavoro siano predominanti: sono ancora definiti un “supplemento” e quasi tre quarti degli executive sentiti da McKinsey ammette di basarsi sull’uso di tecnologie più vecchie, come email, Sms, telefonate. Tuttavia, il 45% del campione afferma, riferendosi alla situazione del 2016, che le tecnologie social sono “molto” o “estremamente” integrate nel lavoro quotidiano (contro il 33% del 2015); solo nel 3% dei casi queste tecnologie non sono integrate “per niente”.

Le piattaforme di messaggistica business agevolano l’uso dei tool social

L’utilizzo dei nuovi strumenti è particolarmente comune nelle aziende che hanno adottato piattaforme message-based – una quota di intervistati che è più che raddoppiata tra il 2015 e il 2016. In queste aziende la probabilità di aver integrato al massimo gli strumenti social per comunicare in ufficio è due volte e mezzo più alta della media e, ovviamente, scende di pari passo l’utilizzo di email e telefono. Nelle organizzazioni dove sono consolidati i prodotti di messaggistica la probabilità di connettersi con i colleghi usando strumenti interattivi e in tempo reale come applicazioni di team collaboration e editing collaborativo di documenti è doppia rispetto alla media complessiva.

Anche nei processi di Procurement e Supply Chain

Le tecnologie social hanno un utilizzo prevalentemente interno: nell’85% dei casi si applicano alla comunicazione tra colleghi e team dentro l’organizzazione. Ma c’è una quota crescente di executive che dice che vengono usate anche per comunicare con i partner: il 59% nel 2016, contro il 49% del 2015. L’uso è più comune in “processi che si interfacciano con l’esterno, come le pubbliche relazioni, il recruiting o la gestione delle relazioni con i clienti”.

Comunicazione più informale, team più autonomi

Per gli executive intervistati, il primo vantaggio dell’adozione degli strumenti di comunicazione social, collaboration e videoconferenza è la riduzione dei costi, ma è molto apprezzato anche il miglioramento dell’efficienza nella collaborazione, in particolare per la possibilità di interagire in tempo reale, di parlarsi e vedersi anche se ci si trova in posti distanti e con fusi orari diversi. Gli executive sottolineano come gli strumenti social rendono la comunicazione più spontanea e aiutano le persone ad auto-organizzarsi e coordinarsi.

Articolo completo: https://www.digital4.biz/executive/approfondimenti/mckinsey-la-comunicazione-sul-lavoro-e-sempre-piu-social-e-gli-executive-apprezzano_436721510505.htm

 

OCCHIO ALLE FALSE MAIL DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE, È UN PHISHING

Articolo tratto da Wired – 31 Agosto 2017

I messaggi di posta elettronica che promettono rimborsi del canone Rai o che fanno scaricare moduli per regolarizzare la posizione fiscale presso l’Agenzia delle Entrate sono una truffa. Ecco come difendersi

Negli ultimi giorni è in corso un massiccio invio di messaggi di posta elettronica che sembrano avere come mittente l’Agenzia delle Entrate, ma che in realtà sono dei falsi.

Nelle mail fraudolente si legge che sarebbe necessario attivare fantomatiche procedure di rimborso o per regolarizzare della propria posizione fiscale, con l’obiettivo di evitare multe e sanzioni. In particolare, all’ignaro utente viene richiesto di scaricare un apposito modulo di richiesta, che ovviamente si trova sotto forma di link nel messaggio di posta elettronica.

Tuttavia il link conduce a un virus, che una volta scaricato e aperto potrebbe infettare o danneggiare il dispositivo in uso attraverso l’installazione di codici malevoli (malware).

Le diverse versioni della truffa Esistono alcune varianti della truffa, tutte riconducibili a un unico attacco informatico condotto in nome del Fisco.

In una tipologia, ad esempio, all’utente viene chiesto di mettere in regola la propria posizione versando una determinata somma di denaro, non prima di aver scaricato un apposito documento (che ovviamente è fasullo).

In un altro caso si parla invece di canone televisivo, presentando il link da cliccare come la via di accesso a un fantomatico modulo di rimborso parziale del canone Rai (un tema da sempre oggetto di bufale). Si legge, in particolare, di una presunta procedura di ricalcolo dell’importo da versare, ma il Fisco ha già confermato che nessuna amministrazione pubblica hai mai inviato mail di questo tipo.

I consigli su che cosa fare Come sempre in questi casi, il primo consiglio è di essere sempre attenti e dubbiosi quando si ricevono mail inattese, evitando di seguire ingenuamente e in modo acritico le procedure descritte nei messaggi di posta elettronica.

Le azioni più pericolose e da evitare nel caso di messaggi sospetti sono l’apertura degli eventuali allegati e dei link contenuti nel testo. In questo caso, ad esempio, è sufficiente fare click sul link suggerito per avviare il download del virus.

Se un messaggio è palesemente falso o si è a conoscenza di una truffa in corso, è bene cestinare il messaggio evitando del tutto di aprirlo. Infine, per proteggere i propri dispositivi è importante mantenere sempre aggiornato il software antivirus.

Articolo completo: https://www.wired.it/attualita/tech/2017/08/31/false-email-agenzia-entrate-phishing-fisco/

 

IL LAVORO AGILE RIDISEGNA I LIMITI SU ORARIO, CONTROLLI E SEDE DI ATTIVITÀ

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore – 30 Agosto 2017

Cos’è e come si misura Lo smart working è una mera modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, non una nuova tipologia contrattuale, quindi non fa venir meno la subordinazione ed i connessi poteri del datore di lavoro.

Il ricorso al lavoro agile va stabilito mediante accordo. È cioè indispensabile sottoscrivere accordi con ogni lavoratore che voglia rendere la prestazione con questa modalità e ciò anche ai fini della regolarità amministrativa.

Orario e organizzazione Nel lavoro agile non ci sono precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro. La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno di locali aziendali ed in parte all’esterno, senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro.

Il lavoratore dovrebbe quindi essere libero di determinare autonomamente tempi e luoghi della prestazione, con il solo vincolo della durata massima dell’orario di lavoro (non orario normale) in funzione del raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il lavoro agile ben si presta a una valorizzazione del rapporto di fiducia con il lavoratore. Può quindi comportare forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi.

Strumenti e controlli Data l’assenza di vincoli di luogo, è imprescindibile il ricorso a strumenti tecnologici anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale.

La predisposizione di una procedura sulla base del comma 3 dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori consentirebbe sia di rispettare quanto richiesto dalla legge sul lavoro agile, sia l’utilizzabilità a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro delle informazioni raccolte.

Flessibilità Il lavoro agile è quindi una grande opportunità sia per le imprese che per i lavoratori. Per le prime un’opportunità per adottare nuovi modelli organizzativi, che comportando importanti riduzioni di costi, non fanno perdere, ma anzi guadagnare, controllo sulla prestazione. Per i lavoratori è un’opportunità per guadagnare spazi di fiducia ed essere misurati sui risultati della prestazione.

Questo può mettere in crisi le tradizionali distinzioni tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, ma poco importano alle aziende le distinzioni teoriche se i nuovi strumenti legislativi consentono di adottare, con maggior sicurezza, modelli organizzativi che ormai si imponevano nella realtà socio-economica.

Il pubblico impiego La nuova legge sul lavoro agile si applica anche ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, «secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’art. 14 della legge 7 agosto 2015 n. 124» e fatte salve le specificità del lavoro pubblico.

La disposizione appena citata della legge 124/2015 prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative per l’attuazione del telelavoro e la sperimentazione «di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa (lavoro agile)». L’obiettivo della legge è ambizioso: consentire, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti di lavorare da remoto, senza pregiudizio per la professionalità e la carriera.

Articolo completo: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-08-26/-lavoro-agile-ridisegna-limiti-orario-controlli-e-sede-attivita-190201.shtml?uuid=AERxSe6B&refresh_ce=1

SOCIAL SELLING INDEX DI LINKEDIN: COS’È E COME MIGLIORARLO

Articolo tratto da Jobstep – 14 Luglio 2017

E’ ormai risaputo come LinkedIn rappresenti un’efficace strumento di promozione e social selling. Tramite di esso aziende e singoli professionisti possono far conoscere i propri servizi e dare visibilità al proprio know-how acquisendo clienti ed affermandosi come leader di riferimento all’interno del proprio settore professionale.

Il SSI – Social Selling Index, attraverso un indice generale che va da 0 a 100, definisce il grado di efficacia con cui utilizziamo LinkedIn per azioni di social selling. Al fine di calcolare quest’indice vengono considerati molteplici dati debitamente articolati in quattro sotto categorie ognuna delle quali rappresenta un quarto (25 punti) dell’indice generale. Conoscere il funzionamento di questi indici rappresenta il primo passo per un utilizzo professionale del social media che consenta di convertire i semplici visitatori del proprio profilo in reali clienti.

Ecco i 4 sotto indici e quali fattori considerare per migliorare il proprio Social Selling Index:

Crea il brand professionale Rappresenta la percentuale di completamento del tuo profilo LinkedIn. Così come nella vita face to face la prima impressione è quella che conta, bisogna quindi considerare il proprio profilo come una sorta di landing page in grado di veicolare in pochi istanti le giuste informazioni.

Trovare le giuste persone Migliorare il proprio SSI ed essere un social seller di successo significa riuscire a mettersi in contatto con le persone che realmente si intendono raggiungere. Le vendite potranno essere realizzate soltanto identificando quei contatti potenzialmente interessati a ciò che hai da offrire. Il numero di collegamenti e la percentuale d’accettazione delle richieste da te inviate sono i fattori che andranno a determinare quest’indice.

Interagire con informazioni rilevanti Emergere come un esperto all’interno del proprio ambito professionale rappresenta la migliore strategia per acquisire visibilità. Scrivere e condividere articoli di valore andrà ad innescare meccanismi sociali di condivisione che ti permetteranno di raggiungere un notevole numero di connessioni realmente interessate ai temi di cui ti occupi.  Condivisioni, commenti, reshares, messaggi inviati e relativo tasso di risposta andranno a comporre quest’indice.

Costruire relazioni La costituzione di relazioni con contatti di valore potenzialmente interessati ai propri servizi rappresenta sicuramente un aspetto chiave della propria strategia di social selling. Quest’ultimo ed importantissimo indice definisce proprio il modo in cui “socializzi” con i membri del network. Ricerche di persone, visualizzazioni del profilo, giorni di attività costituiranno i dati presi in considerazione per la costituzione della percentuale.

Puoi scoprire il tuo SSI semplicemente vistando il seguente link https://www.linkedin.com/sales/ssi

Articolo completo: https://www.jobstep.it/social-selling-index-ssi-linkedin/

 

L’AMORE AL TEMPO DEGLI SMARTPHONE

La chart di questa settimana fa il punto su un argomento tipicamente da ombrellone: la coppia e le sue nevrosi. Ma anche da un argomento così apparentemente lontano dal mondo digital, possiamo ricavare alcune osservazioni interessanti.

La gelosia non è stata inventata da Apple. Da sempre il senso di possesso, le insicurezze  o la curiosità morbosa fanno parte del rapporto tra partner in amore. Ma anche in questo campo, “changing media is changing business”.

C’è stato un tempo, fino agli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, in cui l’infedeltà viaggiava via “snail mail”. Il coniuge intercettava corrispondenza sospetta nella casella della posta, o rinveniva misteriose buste accartocciate nel cestino, o lettere dimenticate nella tasca di una giacca, e ogni tanto  proprio una missiva (anonima) lo metteva sull’avviso. Era l’epoca in cui Edoardo Vianello cantava “Non è un capello, ma un crine di cavallo” a proposito di controverso ritrovamento sul suo cappotto. Tutto molto analogico.

Successivamente, protagonista è stato il telefono. Il controllo sull’apparecchio telefonico fisso significava tagliare le possibilità di comunicazione tra coniuge infedele e amante. Le telefonate di controllo erano frequenti (“Dove sei?”, “Chiamami quando arrivi”…). Era l’epoca della canzone di Claudia Mori, in cui in risposta al suo melodioso canto d’amore, una voce maschile al telefono rispondeva “Buonasera dottore” e al termine della canzone chiudeva “Certamente, vengo subito da lei”.

La chart che vediamo ci dice che oggi lo strumento di controllo è lo smartphone, che si confemerma il nostro prolungamento, la nostra dimensione digitale più totalizzante. Più di un terzo della generazione dei Millenials (dai 18 ai 34 anni) legge di nascosto i messaggi sul cellulare del partner, almeno una volta alla settimana. Il 24% lo fa tutti i giorni. Anche in questo caso, con l’alzarsi dell’età, questo comportamento diventa meno frequente. Saggezza? Disinteresse subentrato? Meno confidenza con la tecnologia?

In ogni caso, siamo di fronte a un altro caso di violazione della nostra privacy. Solo che una volta tanto non sono i cattivoni della Silicon Valley o gli hacker a rubarci i dati, ma la nostra anima gemella. E anche in questo caso, il consiglio è sempre lo stesso. Usare password sicure e cambiarle spesso…

SMART WORKING

Arriva lo “smart working”, il lavoro agile. Ma con regole

Via libera dal Parlamento alla legge sul lavoro autonomo, che nel secondo capo stabilisce nuove regole anche per il cosiddetto «smart working» o «lavoro agile. Lo smart working si rivolge a professionalità qualificate di tipo impiegatizio o manageriale. Si basa su tecnologie «mobili» come tablet, laptop e smartphone. Prevede che il lavoratore svolga una parte dell’orario di lavoro fuori dall’azienda – due giorni alla settimana, tre, un pomeriggio soltanto, con qualunque motivazione – mentre il resto del tempo lavora nel modo tradizionale.

Per dare il via a questo rapporto di lavoro “smart” serve un contratto scritto tra le parti, con la possibilità unilaterale di recedere: può essere a tempo determinato o indeterminato.

ACCORDI SU LAVORO AGILE, MARCIA INDIETRO CON PREAVVISO 

L’accordo sul lavoro agile tra azienda e lavoratore, che deve essere un contratto scritto tra le parti, può essere a tempo determinato o indeterminato. Nel caso di accordo a tempo indeterminato, per fare marcia indietro rispetto alla modalità lavoro agile è richiesto un preavviso non inferiore a 30 giorni, che sale a 90 giorni nel caso in cui il recesso da parte del datore di lavoro riguardi un rapporto di lavoro agile con un lavoratore disabile. Il passaggio alla modalità `smart´ è risolvibile da entrambe le parti con preavviso.

PARITÀ TRATTAMENTO CON I COLLEGHI IN UFFICIO  

Il lavoratore ha diritto a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello riconosciuto ai colleghi che svolgono le stesse mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda, in attuazione dei contratti collettivi.

IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE  

I dipendenti potranno lavorare in parte presso i locali dell’azienda, in parte dove vorranno, ma sempre entro gli orari giornalieri e settimanali massimi. Una parte dell’accordo dovrà essere dedicata al dettagliare il “diritto alla disconnessione”: dovrà esser messo nero su bianco il tempo di riposo del lavoratore, “nonché le misure (tecniche ed organizzative) necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”.

SALUTE E SICUREZZA  

Il datore di lavoro consegna al lavoratore agile e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta in cui sono individuati i rischi generali e specifici. Viene riconosciuto il diritto alla tutela contro gli infortuni (anche in itinere) e le malattie professionali.

 

Articolo completo: http://www.lastampa.it/2017/05/11/economia/arriva-lo-smart-working-il-lavoro-agile-ma-con-regole-M4CtGqUn6E4k8HIA6IsbyM/pagina.html

La trasformazione digitale passa per il mobile

Visual Networking Index di Cisco: in cinque anni il 70% della popolazione globale sarà composto da utenti che si collegano via smartphone e tablet. Il traffico dati aumenterà di otto volte rispetto a oggi

 

Entro il 2020 ci saranno 5,5 miliardi di utenti di telefonia mobile, pari al 70% per cento della popolazione mondiale.

A trainare la crescita c’è l’adozione di dispositivi mobili, l’aumento della copertura mobile, e la domanda di contenuti mobili: elementi che fanno crescere il numero di utenti al doppio della velocità rispetto alla crescita della popolazione mondiale.

Secondo le proiezioni, i dispositivi e le connessioni mobile “intelligenti” rappresenteranno il 72% del totale dei dispositivi e di connessioni mobile entro il 2020, in crescita rispetto al 36% registrato nel 2015.

Si prevede, si legge in una nota di Cisco, nello stesso arco di tempo i dispositivi intelligenti genereranno il 98% del traffico dati mobile.

Dal punto di vista del singolo dispositivo, a dominare nel campo dei traffico mobile sono gli smartphone: entro il 2020 rappresenteranno l’81% del traffico mobile totale, rispetto al 76% del 2015. Entro il 2020 il numero di persone che possiedono telefoni cellulari (5,4 miliardi) supererà il numero di persone che hanno energia elettrica (5,3 miliardi).

Il video mobile, secondo le previsioni dello studio, avrà il tasso di crescita più elevato di qualsiasi altra applicazione mobile. La richiesta da parte di utenti consumer e business di una maggiore risoluzione del video, una maggiore larghezza di banda e velocità di elaborazione porterà ad un maggiore utilizzo di dispositivi connessi 4G.

“Di fronte al costante aumento di miliardi di persone e cose che si connettono, la mobility è il mezzo principale che oggi sta permettendo la trasformazione digitale a livello globale. Il progresso dell’Internet delle cose continuerà a portare benefici concreti a persone, imprese, e alla società in generale”.

Articolo completo: http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/39382_mobile-boom-entro-il-2020-a-trainare-smart-devices-video-e-4g.htm

Come scegliere il colore giusto

Sì, avete capito bene: parliamo sempre molto di contenuti, di storytelling, di scrittura, ma occorre non dimenticare che l’elemento visivo è fondamentale in qualsiasi comunicazione.

Oltre alle belle immagini, ai video, alle GIF divertenti c’è un aspetto che va tenuto in considerazione prima di tutto: il colore.

In particolare secondo una ricerca condotta dal Segretariato del Seoul International Color Expo, il 92.6% delle persone intervistate ha ammesso di dare molta importanza al fattore visivo quando acquista un prodotto e l’84.7% ha affermato che il colore è uno degli aspetti che conta maggiormente.

Se si pensa a un brand come Coca Cola, poi, è chiaro come il colore sia fondamentale per l’identità di un marchio, influendo sulla riconoscibilità dell’azienda fino all’80%.

Ma qual è, allora, il colore giusto?

La risposta non è scontata: non esiste un colore perfetto. Il colore, o la combinazione di colori più giusta per caratterizzare la comunicazione del vostro brand, va scelto in base a diversi fattori.

Innanzitutto è una questione di identità: il colore sarà uno strumento per far capire chi siete, cosa fate, che valori avete, a quali persone vi rivolgete.

In secondo luogo, poi, occorre ancora una volta tenere conto del target di persone a cui vi rivolgete e capire quale potrebbe essere il colore che colpisce maggiormente la loro attenzione: si tratta di giovani donne che amano i colori pastello? ragazzi più vicini a colori vivi e vivaci?

Da ultimo, ma non per ultimo, è utile conoscere quali sono le peculiarità di ciascun colore, cosa comunica, che sensazioni trasmette: il blu, ad esempio, è rassicurante, il verde trasmette freschezza e novità, il giallo è sinonimo di vivacità.

Le caratteristiche dei colori, però, sono molte di più e coprono una gamma molto più vasta di sensazioni e valori. Studiarli prima di decidere l’identità visuale della propria azienda vi tornerà sicuramente utile.