Google FLoCs, quali scenari per il mercato della pubblicità online?

Come condiviso in un articolo di Luigi Garofalo su Key4biz, assistere a quanto sta avvenendo nel mondo della pubblicità online a seguito del blocco prossimo venturo dei cookie di terze parti presenta mostre somiglianze con la vicenda della Super Lega di calcio.

Google FLoCs: cosa cambia

Se la tecnologia proposta da Google – le Federated Learning of Cohorts (FLoCs) – ha infatti ricevuto una reazione negativa da parte di alcuni browser (es. Opera), tiepida da parte di altri e se i test di tale approccio aggregato alla profilazione degli utenti sono al momento bloccati in Europa per via del GDPR, rimane il fatto che un importante cambiamento di scenario sta per investire il mercato della pubblicità online: il blocco, da parte dei browser, dei cookie di terzi parti.

Come detto in un webinar organizzato dall’agenzia di marketing digitale Webperformance, i cookie sono come il numerino che chi entra al supermercato riceve per poter essere riconosciuto quando è il suo turno: il blocco dei cookie di terzi parti ha come conseguenza il fatto che l’utente è riconoscibile solo fino al momento in cui naviga su un sito e la possibilità di comunicare con lui termina non appena abbandona la sessione. Sul fronte dell’analisi, questo rende complesso monitorare per un inserzionista le sorgenti di traffico determinate dalle campagne pubblicitarie e il riconoscimento degli utenti nuovi e degli utenti di ritorno. La profilazione e il targeting della pubblicità ne risultano depauperati così come, in molti casi, l’applicazione di limiti di frequenza alle campagne pubblicitarie che possono esserne pregiudicate sia per quanto riguarda la misurazione e che per l’applicazione dei modelli di attribuzione.

Quali scenari…

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L’importanza dell’integrazione dei CRM con ambienti digital e social

In questa rubrica abbiamo più volte affrontato il tema del CRM, software che permette ad un’azienda ed ai suoi collaboratori di mettere a fattor comune i dati dei propri prospect e clienti e, in una prospettiva online, anche di coloro che si registrano al sito per accedere a contenuti e servizi a valori aggiunti.

Il CRM non è una semplice mailing list, ma segue il ciclo di vita del lead dalla sua acquisizione alla relazione che matura con l’azienda ed al valore che esprime di interesse verso i suoi prodotti e servizi e al fatturato che questo genera.

Se i CRM sono per definizione e-CRM per favorire la dimensione collaborativo con figure non solo commerciali, ma anche amministrative e di customer care, i software che in questo settore si sono rivelati più innovativi hanno nel tempo sviluppato forme di integrazione con ambienti digital e social, ad esempio:

 

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Fiere ed eventi: urge adattarsi al ‘next normal’ per difendere il modello di business. Il tech non basta, servono buona volontà e fantasia

Forse, anche prima del Covid, alcuni avrebbero potuto considerare di studiare e lavorare, almeno in parte, online: del resto, esempi di smart working e di e-learning erano al centro dell’attenzione da anni, ma di certo in pochi avrebbero potuto immaginare che si potessero condurre anche delle degustazioni online come ha fatto la Fiera Internazionale del Tartufo di Alba che ha avuto la possibilità, lo scorso autunno, non solo di celebrare l’edizione 2020 della propria manifestazione in presenza, ma anche la volontà di introdurre esperienze ibride, inviando per posta prima il prodotto e nel contempo offrendo esperienze digitali di confronto con gli esperti.

Forse anche il nostro secolo sarà definito “il secolo breve” perché davvero iniziato con la pandemia e, da essa, cambiato per sempre. Ad esserne consapevoli più di altri sono gli operatori e i lavoratori del settore delle fiere e degli eventi, uno degli ambiti che non solo ha più sofferto durante il 2020, ma che ha di fronte a sé un “next normal” in cui la riduzione degli spostamenti e la consapevolezza che, almeno in parte, gli incontri e le esposizioni possano essere realizzate online lancia la sfida di innovare per difendere il modello di business e la sostenibilità della propria attività.

Come riporta l’UFI, l’associazione di settore degli organizzatori di fiere e centri espositivi, il 44% di coloro che hanno risposto ad un’indagine condotta sull’impatto del Covid nel comparto, registrano perdite fra l’11% e il 50%, il 33% una perdita inferiore al 10% rispetto al 2019. A fronte di tale andamento, il 79% non ha potuto che adottare misure per contenere i costi e il 64% dichiara di non aver ricevuto, nonostante questa situazione, alcuna forma di sostegno.

Gli eventi non se la passano meglio: in uno studio realizzato da Astra Ricerche per conto del Club degli Eventi, la quota di perdita di fatturato annuo è mediamente del 68%: per il 38,7% degli intervistati però si parla di una perdita di almeno l’85% e per il 34,8% di un calo compreso tra il 65 e l’80%. Del resto il 55% degli eventi previsti per il 2020 è stato cancellato e la ripresa, attesa per marzo 2021, è ancora soggetta all’evoluzione dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti che ne derivano.

Tali ricerche affrontano poi il tema del futuro e del ruolo che in tale scenario avrà la digitalizzazione:

 

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Turismo digitale, 6 considerazioni da fare per l’estate 2020

Le notizie legate al turismo non fanno certo guardare alla prossima stagione turistica con ottimismo.

Il licenziamento del 25% del personale di Airbnb, la crisi del tour operator Tui, la sospensione degli investimenti su Google delle OTA, il fallimento di Hertz negli Stati Uniti, il salvataggio in tutta Europa delle compagnie aeree dipingono uno scenario nel quale soprattutto i viaggi all’estero – per piacere o per lavoro – sono cambiati e non lasciano immaginare un ritorno alla normalità nel breve o nel medio periodo.

Per capire quanto questo conti per il nostro Paese, cito di dati di Airbnb: degli 11 milioni di visitatori che hanno prenotato su Airbnb in Italia nel 2019, il 78 percento era straniero. E, con il blocco dei voli, i 200 mila host del nostro Paese dovranno fare affidamento sul turismo interno, di certo il principale target per la prossima estate.

Occorre pertanto lavorare per cogliere le opportunità che si apriranno, pur tenendo conto della crisi economica che fa da cornice ai consumi e quindi anche alle scelte di viaggio. Tra i fenomeni che è interessante osservare vi sono:

 

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Il posizionamento su Google

Quali sono i contenuti migliori da pubblicare sul tuo sito e quali sono i passaggi da compiere per fare in modo che vengano valorizzati correttamente dai motori di ricerca?

I contenuti in qualche modo rappresentano delle porte di accesso verso il sito grazie ad un buon lavoro di indicizzazione sui motori di ricerca.

A tale scopo i contenuti “evergreen”, da pubblicare sul tuo sito e che ne aiutano il posizionamento, sono il glossario con una pagina html pensata per ogni termine e i contenuti tutorial grazie ai quali riuscirete ad intercettare la curiosità e l’interesse dell’utente che li naviga.

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Come vendere online con Amazon?

“Vendor”, “Merchant” e “Fullfilled by Amazon”, ecco le opzioni che hanno a disposizione le aziende per vendere con il collosso americano.

L’acquisizione della catena di prodotti alimentari biologici Whole Foods da parte di Amazon è solo l’ultimo segnale che mostra come la parola “Ecommerce” – nata in contrapposizione con il retail tradizionale – debba essere ridefinita. Man mano che le generazioni passano e vivono senza soluzione di continuità il confine fra online e offline – anche i protagonisti della Rete adottano strategie omnicanale così da favorire la shopping experience e l’esercizio del diritto di recesso: Amazon e del resto anche i grandi eCommerce cinesi fanno leva sulla liquidità generata dal loro business per accrescere la fiducia legata ai loro brand e rafforzare la loro quota di mercato.

Questi operatori non sono però solo retailer, ma anche e soprattutto marketplace ed è interessante notare come la scelta di consentire alle aziende di avvalersi della loro infrastruttura per vendere ai consumatori finali sia stato il fattore di svolta della loro crescita grazie a un assortimento più ampio e a una capacità maggiore di attivare economie di scala.

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Chi e cosa fa il digital export manager

’Italia è un Paese con forte vocazione all’ internazionalizzazione ed occorre essere consapevoli che il valore del “made in Italy” dovrebbe essere esteso alla più rappresentativa immagine del “made with Italy” grazie all’importante ruolo giocato, nelle esportazioni, dai macchinari e dai beni strumentali.

In questa prospettiva, il contributo che il digitale può dare è sempre più elevato a patto che non lo si appiattisca all’e-commerce che, sebbene in costante crescita (2,6 miliardi di euro, +11% rispetto al 2017 fonte Politecnico di Milano), rischia di allontanare quelle aziende che, per ragioni di mercato e prodotto, possono avvertirsene distanti e rinunciare a coglierne le ulteriori opportunità.

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E-COMMERCE IN ITALIA +17%

Articolo tratto da Techeconomy – 11 ottobre 2017

Prosegue lo sviluppo dell’eCommerce nel nostro Paese: il valore degli acquisti online da parte dei consumatori italiani raggiunge nel 2017 i 23,6 miliardi di euro, con un incremento del 17% rispetto al 2016. Nel 2017, gli acquisti online di Prodotti (pari a 12,2 miliardi) crescono del 28% e superano per la prima volta quelli di Servizi (+7%, 11,4 miliardi).
Il Turismo si conferma primo settore (9,2 miliardi, +7%) seguito da Informatica ed elettronica di Consumo (4 miliardi, +28%), e Abbigliamento (2,5 miliardi, +28%). Tra i settori emergenti i più importanti sono Arredamento e home living e Food&Grocery che insieme valgono quasi 1,8 miliardi di €. Gli acquisti via smartphone crescono del 65% e superano quest’anno i 5,8 miliardi di €.

“Nel 2017 l’eCommerce mondiale è stato caratterizzato da diversi fatti particolarmente significativi” afferma Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano “Tra questi ricordiamo le alleanze stipulate da alcuni grandi merchant eCommerce e operatori di differente natura (per sviluppare congiuntamente tecnologie o per espandersi commercialmente), l’affermazione di alcuni trend tecnologici (in primis assistenza vocale e chatbot) e la consacrazione delle principali ricorrenze eCommerce (Single Day, Black Friday e Cyber Monday). Il successo di alcune iniziative eCommerce ha messo infatti a dura prova, in mercati più maturi dell’Italia, la sopravvivenza di alcune insegne della grande distribuzione tradizionale, tra cui quelle incapaci di progettare efficaci soluzioni ibride online – offline”.

L’e-commerce B2c continua la sua corsa, ampliando di anno in anno il suo perimetro d’azione, tanto che nel 2017 in Italia supera i 23,6 miliardi di euro, con un incremento rispetto al 2016  del 17%.

 

L’EVOLUZIONE DEL  MERCATO

 

“Per la prima volta nella storia dell’eCommerce B2c in Italia, i prodotti, grazie a un ritmo di crescita quadruplo (rispettivamente +28% e +7%), raggiungono e superano i servizi (52% contro 48% a valore). Il paniere degli acquisti online si sta quindi lentamente avvicinando a quello rilevato nei principali mercati più evoluti (dove i prodotti incidono per il 70% circa)” afferma Riccardo Mangiaracina, Responsabile scientifico dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm Politecnico di Milano.

Nel 2017 gli acquisti di prodotti valgono 12,2 miliardi di euro. Il primo settore è l’Informatica ed elettronica di consumo con circa 4 miliardi di euro e un tasso di crescita del 28%. Gli acquisti nell’Abbigliamento (capi di vestiario, scarpe e accessori) crescono del 28% e raggiungono 2,5 miliardi di euro, non solo grazie al fashion ma anche al mass market.

“Il tasso di penetrazione totale degli acquisti online sul totale retail, passa dal 4,9% del 2016 al 5,7% del 2017 con i Prodotti al 4% e i Servizi al 9%, e i tassi più alti sono stati raggiunti da Informatica ed Elettronica di consumo (20%) e Turismo (30%).” Afferma Valentina Pontiggia, Direttore dell’Osservatorio eCommerce B2c Il ritardo dell’Italia rispetto ai principali mercati eCommerce permane ed è riconducibile alla ridotta penetrazione nei comparti di prodotto e specialmente nel Food&Grocery (0,5%).

 

GLI ACQUISTI DA SMARTPHONE CRESCONO IN TUTTI I SETTORI

 

Nel 2017 un terzo degli acquisti eCommerce, a valore, è concluso attraverso smartphone o tablet. L’incidenza di questi device è quintuplicata nel giro di 5 anni: nel 2013 la somma di tablet e smartphone valeva infatti solo il 6%. Ancora più significativa la crescita dello smartphone: il suo contributo è passato infatti dal 4% nel 2013 al 25% nel 2017. In valore assoluto, gli acquisti eCommerce da smartphone superano, nel 2017, i 5,8 miliardi di euro, con una crescita del +65% rispetto al 2016.
L’importanza di questo canale per il consumatore è visibile in tutti i principali comparti merceologici: il tasso di penetrazione dello smartphone sul totale eCommerce sfiora o supera il 30% nella maggior parte dei settori di prodotto (Editoria, Abbigliamento, Informatica ed elettronica, Food&Grocery) ed è pari al 15% nel Turismo e al 5% nelle Assicurazioni.

 

I WEB SHOPPER IN ITALIA, TRA ABITUALI E SPORADICI

 

Nel 2017 i web shopper italiani – ossia i consumatori che hanno effettuato almeno un acquisto online nell’anno – sono 22 milioni e crescono del 10% rispetto al 2016. Tra questi, gli acquirenti abituali – ossia i consumatori che effettuano almeno un acquisto al mese – sono 16,2 milioni e generano il 93% della domanda totale eCommerce (a valore), spendendo online in un anno, mediamente, 1.357 euro ciascuno. Gli acquirenti sporadici sono invece 5,8 milioni, generano il restante 7% della domanda eCommerce e spendono mediamente 284 euro all’anno.

 

LA CRESCITA DELL’EXPORT

 

Nel 2017 l’Export, inteso come il valore delle vendite da siti italiani a consumatori stranieri, vale 3,5 miliardi di euro e rappresenta il 16% delle vendite eCommerce totali.
I prodotti, grazie a una crescita del 19%, valgono 2,3 miliardi di euro e rappresentano il 67% delle vendite oltre-confine. La bilancia commerciale (Export – Import) nei prodotti è, a differenza dei servizi, positiva e vale 800 milioni di euro (+150 milioni di euro rispetto al 2016). L’Abbigliamento, grazie alla notorietà dei brand italiani e alle competenze digitali sviluppate da alcune Dot Com o boutique multi-brand nazionali, è responsabile del 65% dell’Export di prodotto.
L’Export online è ben più significativo se, oltre alle vendite dirette da siti italiani verso consumatori stranieri, consideriamo le vendite abilitate dagli “intermediari digitali” con ragione sociale straniera (siti delle vendite private operanti all’estero, marketplace stranieri e retailer internazionali).

 

Articolo completo: http://www.techeconomy.it/2017/10/11/ecommerce-italia/

 

 

 

McKinsey, LA COMUNICAZIONE SUL LAVORO È SEMPRE PIÙ SOCIAL. E GLI EXECUTIVE APPREZZANO

Articolo tratto da Digital4 – 31 Luglio 2017

Applicazioni di collaboration, editing condiviso, videoconferenze: gli strumenti di nuova generazione sono ormai integrati nelle attività quotidiane delle aziende e supportano un numero crescente di processi, sostituendo mail e telefonate. 

Gli uffici sono sempre più social: gli strumenti per la comunicazione digitale hanno raggiunto il più alto livello di integrazione di sempre nel modo di lavorare delle organizzazioni. Lo rivela l’ultimo sondaggio di McKinsey Global sull’utilizzo delle applicazioni per la collaborazione, la messaggistica e le videoconferenze in azienda. In particolare, nelle organizzazioni in cui si sono diffuse le piattaforme message-based, la comunicazione tra dipendenti o con i manager avviene più spesso con i sistemi social che tramite telefono e email. I prodotti sono ormai molti: fra i più noti ed estesi ci sono Office 365 di Microsoft, G Suite di Google, Facebook Workplace. Lo smart working viene dunque agevolato, in uno scenario di organizzazione collaborativa in cui la Direzione HR riveste un ruolo fondamentale per favorire il cambiamento.

Tecnologie social integrate nel quotidiano in quasi metà delle aziende

Non che gli strumenti di comunicazione social al lavoro siano predominanti: sono ancora definiti un “supplemento” e quasi tre quarti degli executive sentiti da McKinsey ammette di basarsi sull’uso di tecnologie più vecchie, come email, Sms, telefonate. Tuttavia, il 45% del campione afferma, riferendosi alla situazione del 2016, che le tecnologie social sono “molto” o “estremamente” integrate nel lavoro quotidiano (contro il 33% del 2015); solo nel 3% dei casi queste tecnologie non sono integrate “per niente”.

Le piattaforme di messaggistica business agevolano l’uso dei tool social

L’utilizzo dei nuovi strumenti è particolarmente comune nelle aziende che hanno adottato piattaforme message-based – una quota di intervistati che è più che raddoppiata tra il 2015 e il 2016. In queste aziende la probabilità di aver integrato al massimo gli strumenti social per comunicare in ufficio è due volte e mezzo più alta della media e, ovviamente, scende di pari passo l’utilizzo di email e telefono. Nelle organizzazioni dove sono consolidati i prodotti di messaggistica la probabilità di connettersi con i colleghi usando strumenti interattivi e in tempo reale come applicazioni di team collaboration e editing collaborativo di documenti è doppia rispetto alla media complessiva.

Anche nei processi di Procurement e Supply Chain

Le tecnologie social hanno un utilizzo prevalentemente interno: nell’85% dei casi si applicano alla comunicazione tra colleghi e team dentro l’organizzazione. Ma c’è una quota crescente di executive che dice che vengono usate anche per comunicare con i partner: il 59% nel 2016, contro il 49% del 2015. L’uso è più comune in “processi che si interfacciano con l’esterno, come le pubbliche relazioni, il recruiting o la gestione delle relazioni con i clienti”.

Comunicazione più informale, team più autonomi

Per gli executive intervistati, il primo vantaggio dell’adozione degli strumenti di comunicazione social, collaboration e videoconferenza è la riduzione dei costi, ma è molto apprezzato anche il miglioramento dell’efficienza nella collaborazione, in particolare per la possibilità di interagire in tempo reale, di parlarsi e vedersi anche se ci si trova in posti distanti e con fusi orari diversi. Gli executive sottolineano come gli strumenti social rendono la comunicazione più spontanea e aiutano le persone ad auto-organizzarsi e coordinarsi.

Articolo completo: https://www.digital4.biz/executive/approfondimenti/mckinsey-la-comunicazione-sul-lavoro-e-sempre-piu-social-e-gli-executive-apprezzano_436721510505.htm

 

IL LAVORO AGILE RIDISEGNA I LIMITI SU ORARIO, CONTROLLI E SEDE DI ATTIVITÀ

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore – 30 Agosto 2017

Cos’è e come si misura Lo smart working è una mera modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, non una nuova tipologia contrattuale, quindi non fa venir meno la subordinazione ed i connessi poteri del datore di lavoro.

Il ricorso al lavoro agile va stabilito mediante accordo. È cioè indispensabile sottoscrivere accordi con ogni lavoratore che voglia rendere la prestazione con questa modalità e ciò anche ai fini della regolarità amministrativa.

Orario e organizzazione Nel lavoro agile non ci sono precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro. La prestazione lavorativa viene eseguita in parte all’interno di locali aziendali ed in parte all’esterno, senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro.

Il lavoratore dovrebbe quindi essere libero di determinare autonomamente tempi e luoghi della prestazione, con il solo vincolo della durata massima dell’orario di lavoro (non orario normale) in funzione del raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Il lavoro agile ben si presta a una valorizzazione del rapporto di fiducia con il lavoratore. Può quindi comportare forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi.

Strumenti e controlli Data l’assenza di vincoli di luogo, è imprescindibile il ricorso a strumenti tecnologici anche per assicurare l’inserimento del lavoratore e della sua prestazione nell’organizzazione aziendale.

La predisposizione di una procedura sulla base del comma 3 dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori consentirebbe sia di rispettare quanto richiesto dalla legge sul lavoro agile, sia l’utilizzabilità a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro delle informazioni raccolte.

Flessibilità Il lavoro agile è quindi una grande opportunità sia per le imprese che per i lavoratori. Per le prime un’opportunità per adottare nuovi modelli organizzativi, che comportando importanti riduzioni di costi, non fanno perdere, ma anzi guadagnare, controllo sulla prestazione. Per i lavoratori è un’opportunità per guadagnare spazi di fiducia ed essere misurati sui risultati della prestazione.

Questo può mettere in crisi le tradizionali distinzioni tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, ma poco importano alle aziende le distinzioni teoriche se i nuovi strumenti legislativi consentono di adottare, con maggior sicurezza, modelli organizzativi che ormai si imponevano nella realtà socio-economica.

Il pubblico impiego La nuova legge sul lavoro agile si applica anche ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, «secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’art. 14 della legge 7 agosto 2015 n. 124» e fatte salve le specificità del lavoro pubblico.

La disposizione appena citata della legge 124/2015 prevede che le amministrazioni pubbliche adottino misure organizzative per l’attuazione del telelavoro e la sperimentazione «di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa (lavoro agile)». L’obiettivo della legge è ambizioso: consentire, entro tre anni, ad almeno il 10% dei dipendenti di lavorare da remoto, senza pregiudizio per la professionalità e la carriera.

Articolo completo: http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-08-26/-lavoro-agile-ridisegna-limiti-orario-controlli-e-sede-attivita-190201.shtml?uuid=AERxSe6B&refresh_ce=1

Le email sono un buono o un cattivo strumento di marketing?

Tutti noi siamo ormai sommersi di email e newsletter. Ogni giorno vengono inviate 205.6 miliardi di email, una quantità veramente enorme che causa uno scarso interesse verso questo tipo di comunicazione. Il 40% delle persone intervistate da Backlink e iconiContent ha dichiarato di non aver mai letto una email di marketing.

Ma allora perché questo strumento è ancora così utilizzato?

Perché, nonostante tutto, continua ad avere un ottimo ROI: si calcola che per ogni euro speso una mail produce una media di 38€ di ritorno di investimento.

La vera domanda da porsi, dunque, resta: come scrivere un’email che gli utenti siano invogliati ad aprire?

Innanzitutto personalizzate il messaggio: secondo GetResponse le email con un soggetto personalizzato hanno il 26% di chance in più di essere aperte.

Non basta, però, inserire il nome dell’utente a cui la mail è indirizzata. L’ideale sarebbe aggiungere alcune righe in cui di parla di lui, di quello che ha acquistato l’ultima volta sul nostro sito, dei prodotti o servizi a cui è interessato.

Un driver importante di apertura delle email, inoltre, è l’oggetto, che deve essere motivante. Non dichiarate subito cosa state vendendo o perché richiedete l’attenzione del vostro interlocutore, ma fate percepire che l’apertura di quella mail rappresenta un’opportunità per l’utente, che lo aiuterà a migliorare qualcosa, a risolvere dei problemi.

Non siate mai generici nell’oggetto e nella call to action: formule come “Apri per saperne di più” non funzionano, molto meglio “Apri per iniziare subito il tuo percorso/per provare il nostro servizio”

Non siate logorroici: l’email non deve dire tutto, ma solo invogliare l’utente a compiere un’ulteriore azione.

La lunghezza ideale è 150 parole divise in non più di 5 paragrafi.

Ovviamente il tutto ottimizzato per mobile: il 50% delle email viene letto da mobile, se si fa fatica a veder caricarsi il contenuto, la mail verrà cestinata di sicuro.

E allora…buona scrittura!

Remarketing VS Retargeting

Raggiungere le persone che si sono già dimostrate interessate al nostro brand o ai nostri servizi per riuscire a vendere o rivendere loro qualcosa è una tecnica di marketing consolidata che dà spesso buoni frutti.

In gergo “markettaro” questo procedimento viene definito “remarketing” o “retargeting”. I due termini, usati spesso come sinonimi, esprimono, però, concetti in realtà differenti.

In particolare il Retargeting si riferisce a tutte quelle attività volte a tracciare, attraverso i cookies o gli altri strumenti, i profili degli utenti di un determinato sito al fine di raggiungerli poi in momenti successivi e in altre fasi della loro navigazione online. Insomma, avete presente quando cercate un volo oppure l’ultimo gadget tecnologico e poi ve lo vedete spuntare nei banner dei siti che visitate nei giorni successivi? Ecco, quella è una campagna di retargeting, pericolosissima nel caso in cui avete navigato col computer di casa per cercare il regalo a sorpresa di vostra moglie.

Il Remarketing ha la stessa logica ma utilizza uno strumento diverso: le email. Se siete iscritti ad Amazon lo sapete: se acquistate un determinato libro, il portale di ecommerce più famoso al mondo vi manderà nei giorni seguenti numerose e amorevoli email per accertarsi che non vi perdiate il seguito di quel fantastico romanzo.

Il 25% dei 1000 più importanti retailer online fa campagne di remarketing per l’abbandono del carrello e per l’upselling.

Le tempistiche sono fondamentali nelle campagne di remarketing: alcuni studi, infatti, hanno dimostrato che le chance di reingaggiare un utente diminuiscono di dieci volte se il contatto avviene più di un’ora dopo la prima interazione.

Tenere vivo il contatto con i propri clienti o potenziali tali, dunque, è molto meno oneroso è più fruttuoso rispetto alla generazione di nuove lead, per questo le campagne di retargeting e remarketing sono una tecnica così diffusa e praticata.