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“Il futuro e l’innovazione del marketing B2B” ANES Conference 2019

ANES: ECCELLENZA DEL MONDO IMPRENDITORIALE ED UNIVERSITARIO
ALLA PRIMA B2B MARKETING CONFERENCE

Resi noti i primi nomi dei docenti che guideranno le sessioni tematiche della Conference promossa da ANES

Comunicato Stampa

Nel costante working in progress che ci porterà al go live della prima B2B Marketing Conference promossa da ANES per il prossimo 13 febbraio 2019 a Milano, sono stati ufficializzati i primi nomi degli opinion leader che – nella loro qualità di esponenti di primario livello nel contesto universitario ed aziendale nazionale ed internazionale – guideranno ed animeranno la discussione sui quattro temi portanti della Conference, ovvero: smart contents per smart business, lead generation, big data e marketing del futuro.

Stiamo parlando di:

Andrea Boscaro

Fondatore della società di formazione e consulenza dedicata al marketing digitale The Vortex (www.thevortex.it) e già Amministratore Delegato di Pangora (oggi Connexity), E’ autore dei volumi “Marketing digitale per l’e-commerce”, “Fare politica digitale” e “Tecniche di web-marketing” editi da Franco Angeli (www.facciamoecommerce.it) e  formatore professionista legato ai media digitali ed agli aspetti di marketing, business e comunicazione ad essi relativi.

Carlo Alberto Carnevale Maffé

Docente di strategia presso la Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha insegnato in programmi internazionali della Graduate School of Business della Columbia University, della Stern School of Business della New York University, Wharton School, University of Pennsylvania, HEC Paris, Steinbeis University Berlin, MISB Mumbai (India) e del St Mary’s College of California.

Amministratore Indipendente del fondo di venture capital United Ventures Spa e di Società nazionali e internazionali del comparto Technology, Media and Finance, tra cui alcune quotate su London Stock Exchange – Borsa Italiana. E’ stato Consigliere direttivo di ABI-LAB (Associazione Bancaria Italiana) e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Telecom Italia, di ANIE Confindustria e di Assodigitale. Membro dell’Editorial Board di Harvard Business Review Italy.

Collabora regolarmente a diverse testate giornalistiche e televisive nazionali e internazionali, ed è conduttore di una trasmissione di analisi economica su Radio24 del gruppo editoriale Il Sole 24 Ore ed editorialista economico per la Direzione Informazione di Mediaset.

Fabio Foglia

Docente della Talent Garden Innovation School e della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Luigi Bocconi. si è laureato in informatica presso l’Università Degli Studi di Salerno. Successivamente ha conseguito un master presso l’Università Luigi Bocconi in Project and Information Management.

Dopo essersi occupato di consulenza (IT Governance per il settore bancario) ha fondato MarketMind Research, una società specializzata in intelligenza artificiale applicata e predictive analytics con sede a Milano di cui è partner. Oltre che dirigere MarketMind Research ricopre il ruolo di professore a contratto presso l’Università Luigi Bocconi e presso Talent Garden.

Ricordiamo che ogni tema verrà dibattuto a tre livelli:

  • un overview fornita da un opinion leader di settore;
  • una best practice presentata da un’azienda
  • un workshop volto a fare engagement sul tema

“Siamo soddisfatti ed orgogliosi dell’interesse dimostrato dal mondo aziendale e universitario verso la prima edizione della B2B Marketing Conference – commenta il Presidente di ANES, Andrea Boni – Il network di ANES, con le oltre 900 testate presenti in 28 comparti merceologici, ha potuto creare un’occasione di confronto concentrata sul mercato B2B, occasione che sino ad oggi mancava. I temi che verranno trattati sono i più rilevanti ed attuali per marketing manager, Ceo, imprenditori, direttori vendita e commerciali.”

La manifestazione gode già del supporto dei seguenti Partner e Sponsor: Doxa, MGP&Partners e Talent Garden come Partner – Alacre Digital, Clappit, Edenred, Gmde, RM media come Sponsor.

Condividi l’evento sui social: hastag #btbmktconference e segui l’evento su www.b2btheconference.com.

 

ANES – Associazione Nazionale Editoria di Settore

Nata a Milano nel 1995 è l’associazione nazionale di categoria che rappresenta in Italia l’editoria B2B, professionale e specializzata, su supporto sia cartaceo sia multimediale. Ad ANES aderiscono 150 aziende con oltre 900 testate presenti in 28 comparti merceologici, che raggiungono ogni mese più di 6 milioni di lettori.

Per ulteriori informazioni o approfondimenti:
Ufficio stampa ANES  –  MGP & Partners
Isabel Pepe – isabel.pepe@mgpcomunicazione.it – cell 347 4024821

Social video: qualità, quantità o… vortice?

Uno dei nostri ormai celebri meme sottolinea la differenza tra come viene fruito lo stesso video su Facebook e su YouTube.

E’ ovviamente una semplificazione per spiegare l’atteggiamento diverso degli utenti dei due social. Non è che una scelta sia migliore dell’altra, anzi è probabile che in una strategia strutturata, siano necessarie tutte e due. Le persone stanno su diversi social media, in momenti diversi della loro giornata, con differenti motivazioni. Un brand ha bisogno sia di qualità che di quantità.

Ci sono segnali visivi (colori, forme, loghi) che non hanno bisogno di particolare attenzione, ma che finiscono per diventare una sorta di filo conduttore del viaggio quotidiano tra i media di ognuno di noi. In una frazione di secondo, all’inizio di un video su Facebook, su un poster stradale, dietro la porta di una partita di calcio, riceviamo in modo quasi subliminale il messaggio che quel brand c’è, esiste, ha qualcosa da dirci. Fa parte del nostro paesaggio mentale.

Poi ci sono gli “spot”, brevi video pubblicitari di solito posizionati prima del video che vogliamo vedere. Sono molto simili agli spot tv, siamo obbligati a vederli, e che lo vogliamo o meno, assorbiamo le sintetiche informazioni che ci comunicano. Il fatto che siano visioni forzate non è di per sé negativo: abbiamo vissuto decenni in cui questa cosa funzionava, e funziona ancora oggi. La credibilità è bassissima ma dall’altra parte c’è il massimo del controllo: ho la sicurezza che mi vedrai, di quante volte lo farai, e che i miei soldi garantiscono che il mio messaggio arrivi fino in fondo.

E poi ci sono le operazioni più complesse, in cui creo dei video il cui contenuto è interessante per un target, lo diverte, lo emoziona o lo informa. All’audience che desidero raggiungere e portare a bordo dò insomma qualcosa in cambio. È un obiettivo altamente qualitativo, non facile da raggiungere, ma che dà grandi risultati in termini di sintonia col brand. Per ottenere qualità bisogna offrire qualità: chiarezza di obiettivi, ascolto, lavoro e investimenti. Un ottimo, recente esempio è la partnership tra Il Milanese Imbruttito e McDonalds. L’alleanza con un produttore di contenuti che un certo target ama, proietta sul brand un alone positivo, se c’è una base comune di valori/emozioni condivisi.

Una strategia video social completa dovrebbe lavorare su tutte e tre questi piani, in modo coerente e sinergico. È quello che noi chiamiamo “il vortice” digitale. Nell’insieme liquido del media journey, non basta diffondere un messaggio ovunque, occorre creare un strategia che “risucchi” l’attenzione del nostro target verso di noi.

McKinsey, LA COMUNICAZIONE SUL LAVORO È SEMPRE PIÙ SOCIAL. E GLI EXECUTIVE APPREZZANO

Articolo tratto da Digital4 – 31 Luglio 2017

Applicazioni di collaboration, editing condiviso, videoconferenze: gli strumenti di nuova generazione sono ormai integrati nelle attività quotidiane delle aziende e supportano un numero crescente di processi, sostituendo mail e telefonate. 

Gli uffici sono sempre più social: gli strumenti per la comunicazione digitale hanno raggiunto il più alto livello di integrazione di sempre nel modo di lavorare delle organizzazioni. Lo rivela l’ultimo sondaggio di McKinsey Global sull’utilizzo delle applicazioni per la collaborazione, la messaggistica e le videoconferenze in azienda. In particolare, nelle organizzazioni in cui si sono diffuse le piattaforme message-based, la comunicazione tra dipendenti o con i manager avviene più spesso con i sistemi social che tramite telefono e email. I prodotti sono ormai molti: fra i più noti ed estesi ci sono Office 365 di Microsoft, G Suite di Google, Facebook Workplace. Lo smart working viene dunque agevolato, in uno scenario di organizzazione collaborativa in cui la Direzione HR riveste un ruolo fondamentale per favorire il cambiamento.

Tecnologie social integrate nel quotidiano in quasi metà delle aziende

Non che gli strumenti di comunicazione social al lavoro siano predominanti: sono ancora definiti un “supplemento” e quasi tre quarti degli executive sentiti da McKinsey ammette di basarsi sull’uso di tecnologie più vecchie, come email, Sms, telefonate. Tuttavia, il 45% del campione afferma, riferendosi alla situazione del 2016, che le tecnologie social sono “molto” o “estremamente” integrate nel lavoro quotidiano (contro il 33% del 2015); solo nel 3% dei casi queste tecnologie non sono integrate “per niente”.

Le piattaforme di messaggistica business agevolano l’uso dei tool social

L’utilizzo dei nuovi strumenti è particolarmente comune nelle aziende che hanno adottato piattaforme message-based – una quota di intervistati che è più che raddoppiata tra il 2015 e il 2016. In queste aziende la probabilità di aver integrato al massimo gli strumenti social per comunicare in ufficio è due volte e mezzo più alta della media e, ovviamente, scende di pari passo l’utilizzo di email e telefono. Nelle organizzazioni dove sono consolidati i prodotti di messaggistica la probabilità di connettersi con i colleghi usando strumenti interattivi e in tempo reale come applicazioni di team collaboration e editing collaborativo di documenti è doppia rispetto alla media complessiva.

Anche nei processi di Procurement e Supply Chain

Le tecnologie social hanno un utilizzo prevalentemente interno: nell’85% dei casi si applicano alla comunicazione tra colleghi e team dentro l’organizzazione. Ma c’è una quota crescente di executive che dice che vengono usate anche per comunicare con i partner: il 59% nel 2016, contro il 49% del 2015. L’uso è più comune in “processi che si interfacciano con l’esterno, come le pubbliche relazioni, il recruiting o la gestione delle relazioni con i clienti”.

Comunicazione più informale, team più autonomi

Per gli executive intervistati, il primo vantaggio dell’adozione degli strumenti di comunicazione social, collaboration e videoconferenza è la riduzione dei costi, ma è molto apprezzato anche il miglioramento dell’efficienza nella collaborazione, in particolare per la possibilità di interagire in tempo reale, di parlarsi e vedersi anche se ci si trova in posti distanti e con fusi orari diversi. Gli executive sottolineano come gli strumenti social rendono la comunicazione più spontanea e aiutano le persone ad auto-organizzarsi e coordinarsi.

Articolo completo: https://www.digital4.biz/executive/approfondimenti/mckinsey-la-comunicazione-sul-lavoro-e-sempre-piu-social-e-gli-executive-apprezzano_436721510505.htm

 

Come scegliere il colore giusto

Sì, avete capito bene: parliamo sempre molto di contenuti, di storytelling, di scrittura, ma occorre non dimenticare che l’elemento visivo è fondamentale in qualsiasi comunicazione.

Oltre alle belle immagini, ai video, alle GIF divertenti c’è un aspetto che va tenuto in considerazione prima di tutto: il colore.

In particolare secondo una ricerca condotta dal Segretariato del Seoul International Color Expo, il 92.6% delle persone intervistate ha ammesso di dare molta importanza al fattore visivo quando acquista un prodotto e l’84.7% ha affermato che il colore è uno degli aspetti che conta maggiormente.

Se si pensa a un brand come Coca Cola, poi, è chiaro come il colore sia fondamentale per l’identità di un marchio, influendo sulla riconoscibilità dell’azienda fino all’80%.

Ma qual è, allora, il colore giusto?

La risposta non è scontata: non esiste un colore perfetto. Il colore, o la combinazione di colori più giusta per caratterizzare la comunicazione del vostro brand, va scelto in base a diversi fattori.

Innanzitutto è una questione di identità: il colore sarà uno strumento per far capire chi siete, cosa fate, che valori avete, a quali persone vi rivolgete.

In secondo luogo, poi, occorre ancora una volta tenere conto del target di persone a cui vi rivolgete e capire quale potrebbe essere il colore che colpisce maggiormente la loro attenzione: si tratta di giovani donne che amano i colori pastello? ragazzi più vicini a colori vivi e vivaci?

Da ultimo, ma non per ultimo, è utile conoscere quali sono le peculiarità di ciascun colore, cosa comunica, che sensazioni trasmette: il blu, ad esempio, è rassicurante, il verde trasmette freschezza e novità, il giallo è sinonimo di vivacità.

Le caratteristiche dei colori, però, sono molte di più e coprono una gamma molto più vasta di sensazioni e valori. Studiarli prima di decidere l’identità visuale della propria azienda vi tornerà sicuramente utile.

Tono di voce: due domande per trovare “quello giusto”

Le occasioni e gli spazi di scrittura sul web si moltiplicano: che sia per raccontarci, per costruire il nostro personal branding o per parlare di un brand, siamo sempre più spesso alle prese con articoli per blog, post su Facebook o tweet.

In questo mare di scrittura, però, una cosa contraddistingue molto bene una voce dall’altra ed è il tono che si usa per comunicare.

Il tono di voce dipende strettamente da chi siamo – o chi è il nostro brand – e dal mezzo utilizzato per esprimersi: mantenere una coerenza attraverso tutti i canali di comunicazione, senza essere piatti o risultare fuori luogo, però, è impegnativo e per farlo è importante avere le idee ben chiare.

Innanzitutto, quindi, per decidere quale debba essere il proprio tono di voce sui vari canali occorre porsi due domande fondamentali:

  1. Chi parla: prima ancora di decidere cosa direte e come lo direte, stabilite qual è la voce che parlerà al vostro pubblico. Sarà un “noi” o un “io”?
    Questo è fondamentale per declinare al meglio qualsiasi contenuto e non perdere di vista l’identità propria o di brand.
    Sicuramente parlando al plurale l’idea di comunità di persone sarà accentuata, soprattutto sui social, e sarà più facile che chi legge si senta parte di un gruppo di persone con interessi comuni.
    Se a scrivere, invece, è un “io” si rafforza l’idea dell’individualità ed è più facile parlare, ad esempio, di se stessi come professionisti, artisti o artigiani.
  2. A chi parlate: ricordatevi che sui social la comunicazione non è mai broadcast, quindi chi parla è importante almeno quanto chi ascolta.
    Chiedetevi chi sono le persone con cui dialogherete, se sono un “voi”, quindi una community coesa, o un insieme di “tu”, domandatevi quali sono le chiavi per suscitare il loro interesse e coinvolgerli nella conversazione, quali sono gli argomenti che li appassionano o le informazioni che gli interessano.

Queste due domande vi serviranno per costruire un timone che vi permetterà di non sbagliare la rotta sia quando state scrivendo un post che quando state rispondendo ad un commento o state girando un video.

Ricordate: il tono di voce vi contraddistingue, quindi la coerenza e la consistenza sono fondamentali.

Comunicazione di brand e giornalismo: gli strumenti digitali

Questo week end ci siamo ritagliati un po’ di tempo per stare dall’altra parte della cattedra e aggiornarci, attività indispensabile nella vita di ogni formatore.

Abbiamo partecipato anche noi, come migliaia di persone da tutto il mondo, al Festival del Giornalismo di Perugia, un evento sempre di grande interesse non solo per il mondo del giornalismo ma per quello della comunicazione in generale.

La produzione di contenuti, infatti, non è più ormai solo appannaggio dei publisher ma sempre di più è diventata un’attività di comunicazione fondamentale anche per i brand.

Molto si è parlato in questi giorni del festival di Branded Journalism, ossia di tutte quelle pratiche di informazione che prevedono il coinvolgimento di un brand. Il branded journalism ha come caratteristica quella di non essere incentrato solo sui messaggi che il marchio stesso vuole veicolare, ma deve tenere conto delle esigenze del pubblico, di ciò che gli interessa, degli argomenti con cui interagirà.

Sempre di più, però, che si parli di giornalismo tradizionale o di comunicazione di brand, gli strumenti digitali offrono supporto tecnico e spunti narrativi a chi produce contenuti.

Gli strumenti di Google ne sono un esempio: si pensi a Google Earth, attraverso il quale si può monitorare il cambiamento di certe aree nel tempo, a Google My Maps, che permette di embeddare mappe interattive o a Google My Data, grazie al quale si possono trasformare dati più o meno complessi in mappe collaborative.

I social media, invece, spesso si prestano ad essere piattaforme di storytelling particolarmente adatte per certe forme di racconto. Si pensi, per esempio, al racconto della storia e dei valori di un’impresa artigianale che può essere portato avanti nel tempo attraverso una pagina Facebook coinvolgendo e dialogando con gli utenti.

Anche il giornalismo trova spesso nuova linfa proprio nei social. Molti sono i progetti di reportage portati avanti in questo ambito. Uno tra tutti Time Finding Home: un reportage svolto su Instagram dal Time che ha raccontato giorno per giorno la vita dei rifugiati che arrivano dalla Siria in Europa. Fare la stessa cosa, con lo stesso impatto, su un magazine tradizionale, sarebbe stato molto più difficile.

Insomma, abbiamo imparato molto anche quest’anno al Festival e soprattutto abbiamo avuto la conferma che il confronto e il continuo aggiornamento sono vitali per il mondo della comunicazione.

“La frattura tra analogico e digitale non è più nei fatti.” Intervista a Massimiliano Sossella

Abbiamo intervistato Massimiliano Sossella, professionista della comunicazione da oltre 25 anni, tra i fondatori di The Vortex, che ha lanciato un nuovo progetto nel campo del video storytelling, di cui ci ha rivelato un piccolo anticipo.
– Ciao max, ho visto dai tuoi social che hai in partenza un nuovo progetto. 
Sì, e mi fa piacere lanciare un piccolo teaser proprio qui: il progetto si chiama C*nema, ed è un approccio nuovo al mondo del videostorytelling. Mette insieme consulenza strategica, creatività e produzione in un modo agile, flessibile, adatto a questi tempi… un po’ difficili per la comunicazione. Posso anticiparti il claim: “C*nema. Like Cinema, bus shorter”. Tutto il resto lo potrete scoprire man mano sul mio sito www.massimilianosossella.it
– Ci racconti qualcosa in più del tuo rapporto con  il mondo digitale?
Ho avuto la fortuna di vederlo nascere e di scoprire da subito tutte le sue potenzialità, che già a partire dai primi anni erano evidenti. Social media, videocomunicazione, IOT… era tutto già scritto allora, solo che mancavano tecnologie e accessibilità. Ora ci sono.
– Come è nato il tuo interesse per il mondo il digitale? è arrivato prima il lavoro o la passione personale?
E’ stato un colpo di fulmine del tutto personale. Quel primo collegamento in dialup via Telnet con il server della NASA, dal computer di un conoscente, era il 1995… Quella scritta “NASA CONNECTED” che comparve in risposta alle nostre stringhe di comando, attraversando un’oscurità misteriosa… Un’entità lontana migliaia di chilometri, ma così incredibilmente vicina. Uno shock! Quella sera, all’inizio eravamo in tanti davanti allo schermo, ma dopo dieci minuti ero rimasto solo io. Non poteva essere un lavoro, non lo era per nessuno, a quei tempi. Ma lo è diventato pochi anni dopo, grazie a quel primitivo colpo di fulmine.
– Qual è il tuo rapporto con i social (o lo smartphone)?
Lo stesso che si ha con i propri vestiti. Sono un prolungamento, uno strato che ci portiamo sulla pelle e che parla di noi. Per fortuna, ogni tanto possiamo spogliarci, e forse quando siamo nudi viviamo i momenti migliori della nostra vita…
– Ci dici un paio di siti o app a cui non potresti mai rinunciare?
Wikipedia e Google. Ma Google è il tramite per accedere a tutto quello che c’è dentro il web. Il che vuol dire, in definitiva, è che del web che non potrei fare a meno. Ma chi altri potrebbe, oggi?
– Dall’alto della tua esperienza, ci racconti come è cambiata la comunicazione e il lavoro delle persone di marketing con l’avvento del digitale?
Vorrei dire che è cambiata in meglio, ma non sarei sincero. Ho l’impressione che il digitale sia servito soprattutto ad accelerare i processi di produzione della comunicazione di marketing, che i sistemi analogici rallentavano per necessità. La compressione dei tempi di produzione ha però compresso anche i tempi di pensiero, di creazione e di verifica. Si richiedono tempi sempre più stretti, costringendo le persone di marketing a ritmi spesso incompatibili con la qualità, che necessita comunque di tempo. In compenso vedo poco utilizzate le grandi opportunità offerte dalla rete: la ricerca, la possibilità di ascoltare, di imparare, di raccogliere dati, spunti e riflessioni.
– Ci racconti un’iniziativa che hai curato e di cui sei particolarmente orgoglioso?
D’istinto mi verrebbe da rispondere: la prossima, il progetto che mi aspetta da qualche parte, a mia insaputa, per bussare alla mia porta come una delle tante occasioni. Poi ti posso dire che sono soddisfatto del mio sito personale, www.massimilianosossella.it, che è uno spazio dove appunto racconto le mie esperienze e le metto a disposizione di chi vuole andarle a scoprire. All’inizio mi sembrava un’iniziativa troppo autoreferenziale, ma poi ho capito che è semplicemente un modo di restituire quello che ho ricevuto in questi anni di lavoro.
– C’è stata recentemente  un’operazione di marketing digitale che ti ha particolarmente colpito?
Trovo tuttora insuperabile l’esperienza di Red Bull nel suo complesso. Le sue attività di content marketing coerente, continuativa, pervasiva, con una focalizzazione estrema, grazie anche a misure organizzative al suo interno, hanno dato un valore impressionante al brand.  Non dimentichiamolo, brand che si riferisce a un prodotto di minima sostanza e funzionalità, puro marketing. Vien quasi da dire che il prodotto sia la comunicazione stessa. A seconda dei punti di vista, è magico, assurdo, riprovevole. Ma sicuramente fa pensare.
– Di quali figure professionali ha bisogno il mercato della comunicazione in Italia?
Più che di figure, parlerei di segmenti. Mi sembra che manchi quasi completamente il middle management. Abbiamo alla guida persone di esperienza, un po’ logore, e più sotto c’è una marea di persone con poca formazione, che spesso vengono sbattute in prima linea subito dopo uno stage, senza aver fatto la necessaria gavetta né soprattutto essere state accompagnate nella crescita da manager in grado di valorizzarli e consigliarli.
– Spesso sentiamo dire che il digitale è un lavoro per giovani. quale può essere il valore aggiunto che persone con solide esperienze analogiche possono dare a questo mercato
Il digitale non esiste. La frattura tra analogico e digitale non è più nei fatti. Oggi esiste semplicemente la comunicazione, che è sempre digitale (anche la tv, le affissioni, la radio lo sono) e che grazie alla rete è diventata liquida, indossabile, interattiva, interconnessa. Ognuno di noi, a prescindere dall’età, ne fa un’esperienza quotidiana. Le persone con più esperienza possono avere il ruolo che dicevo qui sopra: fare da guida, accompagnare i più giovani nella loro crescita, prima umana e poi professionale. Aggiungere esperienza, saggezza e pensiero. A patto di non perdere mai curiosità, voglia di guardarsi attorno e di raccogliere nuove sfide.

Il Marketing Persuasivo ai tempi di Facebook

Quando si vuole comunicare efficacemente su Facebook, è ancor più necessario trasmettere la componente di fiducia che il brand deve assumere agli occhi del consumatore ed una efficace “call to action” affinché la pubblicità raggiunga il suo obiettivo.

Per approfondire quì: http://bit.ly/2e3ea06