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Le email sono un buono o un cattivo strumento di marketing?

Tutti noi siamo ormai sommersi di email e newsletter. Ogni giorno vengono inviate 205.6 miliardi di email, una quantità veramente enorme che causa uno scarso interesse verso questo tipo di comunicazione. Il 40% delle persone intervistate da Backlink e iconiContent ha dichiarato di non aver mai letto una email di marketing.

Ma allora perché questo strumento è ancora così utilizzato?

Perché, nonostante tutto, continua ad avere un ottimo ROI: si calcola che per ogni euro speso una mail produce una media di 38€ di ritorno di investimento.

La vera domanda da porsi, dunque, resta: come scrivere un’email che gli utenti siano invogliati ad aprire?

Innanzitutto personalizzate il messaggio: secondo GetResponse le email con un soggetto personalizzato hanno il 26% di chance in più di essere aperte.

Non basta, però, inserire il nome dell’utente a cui la mail è indirizzata. L’ideale sarebbe aggiungere alcune righe in cui di parla di lui, di quello che ha acquistato l’ultima volta sul nostro sito, dei prodotti o servizi a cui è interessato.

Un driver importante di apertura delle email, inoltre, è l’oggetto, che deve essere motivante. Non dichiarate subito cosa state vendendo o perché richiedete l’attenzione del vostro interlocutore, ma fate percepire che l’apertura di quella mail rappresenta un’opportunità per l’utente, che lo aiuterà a migliorare qualcosa, a risolvere dei problemi.

Non siate mai generici nell’oggetto e nella call to action: formule come “Apri per saperne di più” non funzionano, molto meglio “Apri per iniziare subito il tuo percorso/per provare il nostro servizio”

Non siate logorroici: l’email non deve dire tutto, ma solo invogliare l’utente a compiere un’ulteriore azione.

La lunghezza ideale è 150 parole divise in non più di 5 paragrafi.

Ovviamente il tutto ottimizzato per mobile: il 50% delle email viene letto da mobile, se si fa fatica a veder caricarsi il contenuto, la mail verrà cestinata di sicuro.

E allora…buona scrittura!

Tre strumenti utilissimi per chi fa SEO

Keyword, tag, meta tag, spider: se non vi sembrano parole di una lingua sconosciuta probabilmente vi occupate di SEO o, almeno, avete lavorato o state lavorando all’ottimizzazione del vostro sito web.

Sapete, dunque, che non è facile accontentare Google e cercare di farlo richiede un lavoro continuo.

Ecco, dunque, che vogliamo venirvi in aiuto consigliandovi tre tool semplici ed efficaci per facilitarvi il compito.

Il primo si chiama Screaming Frog: si tratta di uno strumento che vi permetterà di analizzare da cima a fondo il vostro sito per scoprire eventuali “magagne” non gradite ai motori di ricerca (Perché ne esistono altri oltre Big G?).
Basta scaricarlo, inserire il dominio e lui procede ad analizzarlo rilevando, ad esempio, se ci sono lacune nei tag determinanti. Al termine dello scanning vi darà un report completo e dettagliato.

Il secondo è Open Site Explorer: su questa piattaforma basta inserire il link del sito web che volete analizzare per avere un report dei backlink, dei link potenzialmente dannosi e anche dei suggerimenti per nuove opportunità di link-building.

Il terzo è SiteLiner: anche qui basta inserire il link del sito per avere una panoramica dei contenuti duplicati, cioè con percentuale di duplicazione “pericolosa” per l’indicizzazione, e dei broken link insieme a una valutazione delle pagine più facilmente indicizzabili.
Una volta individuate le pagine duplicate si potrà, quindi, intervenire con il TAG Canonical per selezionare quale indicizzare.

Provate questi tre strumenti e fateci sapere come è andata!

“La frattura tra analogico e digitale non è più nei fatti.” Intervista a Massimiliano Sossella

Abbiamo intervistato Massimiliano Sossella, professionista della comunicazione da oltre 25 anni, tra i fondatori di The Vortex, che ha lanciato un nuovo progetto nel campo del video storytelling, di cui ci ha rivelato un piccolo anticipo.
– Ciao max, ho visto dai tuoi social che hai in partenza un nuovo progetto. 
Sì, e mi fa piacere lanciare un piccolo teaser proprio qui: il progetto si chiama C*nema, ed è un approccio nuovo al mondo del videostorytelling. Mette insieme consulenza strategica, creatività e produzione in un modo agile, flessibile, adatto a questi tempi… un po’ difficili per la comunicazione. Posso anticiparti il claim: “C*nema. Like Cinema, bus shorter”. Tutto il resto lo potrete scoprire man mano sul mio sito www.massimilianosossella.it
– Ci racconti qualcosa in più del tuo rapporto con  il mondo digitale?
Ho avuto la fortuna di vederlo nascere e di scoprire da subito tutte le sue potenzialità, che già a partire dai primi anni erano evidenti. Social media, videocomunicazione, IOT… era tutto già scritto allora, solo che mancavano tecnologie e accessibilità. Ora ci sono.
– Come è nato il tuo interesse per il mondo il digitale? è arrivato prima il lavoro o la passione personale?
E’ stato un colpo di fulmine del tutto personale. Quel primo collegamento in dialup via Telnet con il server della NASA, dal computer di un conoscente, era il 1995… Quella scritta “NASA CONNECTED” che comparve in risposta alle nostre stringhe di comando, attraversando un’oscurità misteriosa… Un’entità lontana migliaia di chilometri, ma così incredibilmente vicina. Uno shock! Quella sera, all’inizio eravamo in tanti davanti allo schermo, ma dopo dieci minuti ero rimasto solo io. Non poteva essere un lavoro, non lo era per nessuno, a quei tempi. Ma lo è diventato pochi anni dopo, grazie a quel primitivo colpo di fulmine.
– Qual è il tuo rapporto con i social (o lo smartphone)?
Lo stesso che si ha con i propri vestiti. Sono un prolungamento, uno strato che ci portiamo sulla pelle e che parla di noi. Per fortuna, ogni tanto possiamo spogliarci, e forse quando siamo nudi viviamo i momenti migliori della nostra vita…
– Ci dici un paio di siti o app a cui non potresti mai rinunciare?
Wikipedia e Google. Ma Google è il tramite per accedere a tutto quello che c’è dentro il web. Il che vuol dire, in definitiva, è che del web che non potrei fare a meno. Ma chi altri potrebbe, oggi?
– Dall’alto della tua esperienza, ci racconti come è cambiata la comunicazione e il lavoro delle persone di marketing con l’avvento del digitale?
Vorrei dire che è cambiata in meglio, ma non sarei sincero. Ho l’impressione che il digitale sia servito soprattutto ad accelerare i processi di produzione della comunicazione di marketing, che i sistemi analogici rallentavano per necessità. La compressione dei tempi di produzione ha però compresso anche i tempi di pensiero, di creazione e di verifica. Si richiedono tempi sempre più stretti, costringendo le persone di marketing a ritmi spesso incompatibili con la qualità, che necessita comunque di tempo. In compenso vedo poco utilizzate le grandi opportunità offerte dalla rete: la ricerca, la possibilità di ascoltare, di imparare, di raccogliere dati, spunti e riflessioni.
– Ci racconti un’iniziativa che hai curato e di cui sei particolarmente orgoglioso?
D’istinto mi verrebbe da rispondere: la prossima, il progetto che mi aspetta da qualche parte, a mia insaputa, per bussare alla mia porta come una delle tante occasioni. Poi ti posso dire che sono soddisfatto del mio sito personale, www.massimilianosossella.it, che è uno spazio dove appunto racconto le mie esperienze e le metto a disposizione di chi vuole andarle a scoprire. All’inizio mi sembrava un’iniziativa troppo autoreferenziale, ma poi ho capito che è semplicemente un modo di restituire quello che ho ricevuto in questi anni di lavoro.
– C’è stata recentemente  un’operazione di marketing digitale che ti ha particolarmente colpito?
Trovo tuttora insuperabile l’esperienza di Red Bull nel suo complesso. Le sue attività di content marketing coerente, continuativa, pervasiva, con una focalizzazione estrema, grazie anche a misure organizzative al suo interno, hanno dato un valore impressionante al brand.  Non dimentichiamolo, brand che si riferisce a un prodotto di minima sostanza e funzionalità, puro marketing. Vien quasi da dire che il prodotto sia la comunicazione stessa. A seconda dei punti di vista, è magico, assurdo, riprovevole. Ma sicuramente fa pensare.
– Di quali figure professionali ha bisogno il mercato della comunicazione in Italia?
Più che di figure, parlerei di segmenti. Mi sembra che manchi quasi completamente il middle management. Abbiamo alla guida persone di esperienza, un po’ logore, e più sotto c’è una marea di persone con poca formazione, che spesso vengono sbattute in prima linea subito dopo uno stage, senza aver fatto la necessaria gavetta né soprattutto essere state accompagnate nella crescita da manager in grado di valorizzarli e consigliarli.
– Spesso sentiamo dire che il digitale è un lavoro per giovani. quale può essere il valore aggiunto che persone con solide esperienze analogiche possono dare a questo mercato
Il digitale non esiste. La frattura tra analogico e digitale non è più nei fatti. Oggi esiste semplicemente la comunicazione, che è sempre digitale (anche la tv, le affissioni, la radio lo sono) e che grazie alla rete è diventata liquida, indossabile, interattiva, interconnessa. Ognuno di noi, a prescindere dall’età, ne fa un’esperienza quotidiana. Le persone con più esperienza possono avere il ruolo che dicevo qui sopra: fare da guida, accompagnare i più giovani nella loro crescita, prima umana e poi professionale. Aggiungere esperienza, saggezza e pensiero. A patto di non perdere mai curiosità, voglia di guardarsi attorno e di raccogliere nuove sfide.