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Come scrivere uno snippet efficace

Avere un sito ben fatto o un blog con ottimi contenuti non basta se le persone non possono trovarvi su Google.
Ormai è ben noto a tutti che gli elementi che compongono la giusta ricetta di quella specialità chiamata SEO sono tanti, diversi e tutti da tenere sotto controllo se volete che il vostro sito compaia tra i primi risultati sul motore di ricerca e, quindi, le persone vengano a sapere della vostra esistenza.

Tra quelli più importanti troviamo l’architettura del sito, quindi, ad esempio, la struttura dell’html e la sicurezza, l’autorevolezza, la qualità e la coerenza del contenuto, la link popularity.

Uno degli ingredienti della ricetta che spesso viene tralasciato, però, è lo snippet, ossia la breve descrizione del contenuto di una pagina web che appare nella pagina di ricerca di Google.

Il riquadro di snippet in primo piano nella pagina di ricerca include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL.
Nell’ordine: in primo piano vedete il Tag Title della pagina, appena sotto vedete l’url, poi la description e, infine, i sitelink correlati a quella pagina all’interno dello stesso sito.

Google deriva lo snippet dall’html.

La Description, che ha un massimo di 155 caratteri, può essere modificata, insieme al titolo, per descrivere al meglio il contenuto della pagina e attirare l’attenzione degli utenti.

Scrivere una descritpion efficace fa capire a Google che curate il vostro sito, e questo darà un punteggio globale più elevato al dominio
Scriverla al meglio, dunque, è fondamentale.

Per farlo, prima di tutto chiedetevi perché un utente dovrebbe voler cliccare sul vostro contenuto, cosa c’è di interessante che potrebbe attrarre le persone, cosa gli state promettendo per invogliarlo a cliccare?

La description deve far capire chiaramente qual è l’argomento della vostra pagina, ma non svelare troppo: ad esempio se state spiegando dei trucchi per fare qualcosa, non inseriteli nella description, ma fate capire bene di cosa si parla e cosa l’utente può aspettarsi cliccando su quel link.

Ovviamente è raccomandata l’originalità: non copiate mai altri snippet e cercate di differenziarvi il più possibile dando una ragione in più all’utente per cliccare.

Non dimenticate le keyword che nello snippet devono essere ben in evidenza.

Tenete a mente, inoltre, che lo snippet può anche essere disattivato inserendo nella pagina il tag <meta name="googlebot" content="nosnippet"> .

Tre strumenti utilissimi per chi fa SEO

Keyword, tag, meta tag, spider: se non vi sembrano parole di una lingua sconosciuta probabilmente vi occupate di SEO o, almeno, avete lavorato o state lavorando all’ottimizzazione del vostro sito web.

Sapete, dunque, che non è facile accontentare Google e cercare di farlo richiede un lavoro continuo.

Ecco, dunque, che vogliamo venirvi in aiuto consigliandovi tre tool semplici ed efficaci per facilitarvi il compito.

Il primo si chiama Screaming Frog: si tratta di uno strumento che vi permetterà di analizzare da cima a fondo il vostro sito per scoprire eventuali “magagne” non gradite ai motori di ricerca (Perché ne esistono altri oltre Big G?).
Basta scaricarlo, inserire il dominio e lui procede ad analizzarlo rilevando, ad esempio, se ci sono lacune nei tag determinanti. Al termine dello scanning vi darà un report completo e dettagliato.

Il secondo è Open Site Explorer: su questa piattaforma basta inserire il link del sito web che volete analizzare per avere un report dei backlink, dei link potenzialmente dannosi e anche dei suggerimenti per nuove opportunità di link-building.

Il terzo è SiteLiner: anche qui basta inserire il link del sito per avere una panoramica dei contenuti duplicati, cioè con percentuale di duplicazione “pericolosa” per l’indicizzazione, e dei broken link insieme a una valutazione delle pagine più facilmente indicizzabili.
Una volta individuate le pagine duplicate si potrà, quindi, intervenire con il TAG Canonical per selezionare quale indicizzare.

Provate questi tre strumenti e fateci sapere come è andata!

Comunicazione di brand e giornalismo: gli strumenti digitali

Questo week end ci siamo ritagliati un po’ di tempo per stare dall’altra parte della cattedra e aggiornarci, attività indispensabile nella vita di ogni formatore.

Abbiamo partecipato anche noi, come migliaia di persone da tutto il mondo, al Festival del Giornalismo di Perugia, un evento sempre di grande interesse non solo per il mondo del giornalismo ma per quello della comunicazione in generale.

La produzione di contenuti, infatti, non è più ormai solo appannaggio dei publisher ma sempre di più è diventata un’attività di comunicazione fondamentale anche per i brand.

Molto si è parlato in questi giorni del festival di Branded Journalism, ossia di tutte quelle pratiche di informazione che prevedono il coinvolgimento di un brand. Il branded journalism ha come caratteristica quella di non essere incentrato solo sui messaggi che il marchio stesso vuole veicolare, ma deve tenere conto delle esigenze del pubblico, di ciò che gli interessa, degli argomenti con cui interagirà.

Sempre di più, però, che si parli di giornalismo tradizionale o di comunicazione di brand, gli strumenti digitali offrono supporto tecnico e spunti narrativi a chi produce contenuti.

Gli strumenti di Google ne sono un esempio: si pensi a Google Earth, attraverso il quale si può monitorare il cambiamento di certe aree nel tempo, a Google My Maps, che permette di embeddare mappe interattive o a Google My Data, grazie al quale si possono trasformare dati più o meno complessi in mappe collaborative.

I social media, invece, spesso si prestano ad essere piattaforme di storytelling particolarmente adatte per certe forme di racconto. Si pensi, per esempio, al racconto della storia e dei valori di un’impresa artigianale che può essere portato avanti nel tempo attraverso una pagina Facebook coinvolgendo e dialogando con gli utenti.

Anche il giornalismo trova spesso nuova linfa proprio nei social. Molti sono i progetti di reportage portati avanti in questo ambito. Uno tra tutti Time Finding Home: un reportage svolto su Instagram dal Time che ha raccontato giorno per giorno la vita dei rifugiati che arrivano dalla Siria in Europa. Fare la stessa cosa, con lo stesso impatto, su un magazine tradizionale, sarebbe stato molto più difficile.

Insomma, abbiamo imparato molto anche quest’anno al Festival e soprattutto abbiamo avuto la conferma che il confronto e il continuo aggiornamento sono vitali per il mondo della comunicazione.

Google Data Studio: un nuovo strumento per i report SEO

Lavorare sulla SEO significa anche fare dei report grazie ai quali monitorare l’efficacia della propria strategia.

Conoscendo l’importanza dell’analisi dei dati, Google ha messo a disposizione degli esperti SEO un nuovo connettore di Google Data Studio per Search Console: si tratta di una suite che permette l’implementazione dei dati della Search Anlytics di Search Console dentro il Google Data Studio.

Con Google Data Studio si possono aggregare i dati di Analytics e trasformarli in dashboard più complete ed esaustive.

La fonti da cui vengono presi i dati sono:

  • Fogli Google
  • Google Analytics
  • Google Adwords
  • Canale YouTube

Aggregando questi diversi dati si possono realizzare dei report basati su modelli preesistenti:

google data studio

Oppure creare report da zero

google data studio

Aggiungendo le fonti che si vogliono utilizzare e selezionando i relativi dati

google data studio

L’interfaccia è molto semplice ed intuitiva: si possono inserire grafici personalizzabili a piacere.

google data studio

Come per tutti gli strumenti di Google è poi possibile condividere direttamente i report con le persone interessate e modificarli online in tempo reale:

google data studio

Se volete iniziare ad utilizzare al meglio questo strumento, vi consigliamo di guardare anche questo video introduttivo: https://www.youtube.com/watch?v=6FTUpceqWnc

Bounce rate: quanti utenti abbandonano il vostro sito. E perché.

La Bounce Rate o frequenza di rimbalzo è – nella definizione che ne dà Google stesso – è la percentuale di sessioni di una sola pagina, cioè le sessioni in cui gli utenti abbandonano il sito dalla pagina da cui sono entrati, senza interagirvi.

Il BR vi aiuta a capire quante persone sono atterrate sul vostro sito e, per qualche motivo, se ne sono andati senza proseguire la navigazione.

Si tratta di un valore importante per un sito web che dovrebbe restare sempre almeno sotto al 50%.

Se la frequenza di rimbalzo è più alta potrebbero esserci diverse ragioni.

Innanzitutto assicuratevi di aver inserito il codice di tracciamento in tutte le pagine del sito, altrimenti gli analytics rileveranno gli accessi ad una sola pagina.

Se tecnicamente è tutto a posto, un’elevata frequenza di rimbalzo potrebbe dipendere da una cattiva navigabilità del sito. Per esempio, da mobile, se gli utenti si trovano davanti ad un sito difficile – o impossibile – da navigare, si scoraggiano presto. Considerate, per esempio, che il tasso di abbandono di un sito supera il 25% quando il tempo di risposta di un sito o di una pagina supera i 4 secondi.

Un’altra ragione potrebbe essere lo scarso interesse per i contenuti delle altre pagine del sito che potrebbero non essere in linea con le aspettative dell’utente oppure essere difficili da fruire.

Ovviamente se si tratta di un sito ecommerce, la frequenza di rimbalzo alta è un problema ancora maggiore: assicuratevi che i clienti trovino facilmente i prodotti che cercavano e che non ci siano intoppi nella navigazione e nel processo di acquisto.

La “coerenza NAP”, questa sconosciuta.

Due settimane fa abbiamo condiviso un quiz su Google e, non c’è che dire – chi segue The Vortex di Google ne sa e ne sa parecchio.

Sulla domanda legata ai fattori che Google considera nell’indicizzazione, 94% dei partecipanti hanno azzeccato la risposta sapendo che i risultati hanno una forte connotazione di personalizzazione. 91% di risposte giuste anche sull’attenzione da prestare al posizionamento di un video su Youtube e 83% in relazione ad un sito e-commerce.

I nostri lettori hanno poi dimostrato di saperne del mondo dei prodotti di Google e di Google Analytics in particolare – oltre il 90% hanno definito correttamente la “Frequenza di rimbalzo” – anche se qualcuno in più è inciampato sugli “Obiettivi” benché il termine oggi possa essere esteso anche agli Eventi.

Qualche imprecisione in più salta invece fuori se leggiamo le risposte per altri servizi, evidentemente meno conosciuti, di Google come Google My Business – conosciuto bene solo dal 56% dei partecipanti – anche se poi Google News Alert è ben descritto dal 86% degli utenti, poco più di Google Adwords (83%).

Ma che cos’è la “coerenza NAP”? Solo il 45% dei partecipanti hanno individuato che si tratta di un fattore legato alla SEO locale, dispettoso acronimo di “Number, Address e Phone” e capace di fornire a Google un’indicazione di cura con cui un’azienda mostra gli stessi riferimenti nei diversi ambiti digitali in cui si presenta.

Grazie pertanto a tutti coloro che hanno partecipato e al prossimo quiz di The Vortex.

Cosa sono e come funzionano le AMP

AMP, ovvero Accelareted Mobile Pages, sono delle pagine web che grazie ad uno speciale codice – HTML AMP – si caricano in media 4 volte più velocemente di quelle tradizionali e utilizzano fino a 10 volte meno dati.

Questo tipo di pagine sono ottimizzate per la velocità e, quindi, perfette per la visualizzazione da device mobili.

La tecnologia AMP è stata inventata da Google proprio per ovviare al problema del caricamento lento delle pagine web da mobile.

Proprio la lentezza di caricamento, infatti, fa sì che molti utenti rinuncino a consultare un sito web: il tasso di abbandono supera il 25% quando il tempo di risposta di un sito o di una pagina supera i 4 secondi.

Avere un sito web che sia fruibile comodamente e velocemente anche da mobile è fondamentale per brand e aziende.

Ma come funziona l’AMP per gli utenti?

Navigando su Google con il proprio smartphone, se alla ricerca è associato un numero di risultati sufficiente, Google stesso fa apparire nella schermata principale un carosello di preview di contenuti che aiuterà l’utente a trovare immediatamente quelli sviluppati in AMP.

Remarketing: cos’è e come funziona

Il remarketing è una forma di advertising online che targetizza gli utenti in base alle loro precedenti azioni sul web e consente, in questo modo, di raggiungere un pubblico di utenti che hanno già visitato un sito, una pagina web o una app.

Sul circuito Google, gli utenti vedono gli annunci della campagna remarketing mentre navigano sui siti web della rete dispaly di Google oppure quando cercano termini correlati ai prodotti e servizi offerti dal brand in questione.

Il remarketing può essere utilizzato anche su altre piattaforme, per esempio Facebook.

Questa tecnica aiuta a raggiungere persone molto interessate e fa sì che il brand resti visibile ai potenziali clienti che, magari, per qualche ragione hanno abbandonato il sito prima di concludere l’acquisto oppure che potrebbero essere interessati ad acquistare altro.

Una strategia utile, soprattutto se si pensa che, ad esempio, il 97% delle persone che visitano un sito web e-commerce abbandonano il processo d’acquisto e, quindi, risulta particolarmente interessante riportarli sul sito in seguito, magari quando avranno cercato e acquisito maggiori informazioni sul prodotto.

Quante ne sai di Google?

Google è uno dei compagni più fedeli della nostra vita quotidiana: dalla calcolatrice alla modifica delle foto, sono ormai quasi innumerevoli i servizi che il colosso del web ci mette a disposizione. Ad esempio, sapevate che può anche aiutarvi a cercare parcheggio?
Per sapere davvero quanto conoscete i servizi di Google, mettetevi alla prova con il nostro quiz e diteci che punteggio avete ottenuto.

Un trend del 2017: le intelligenze artificiali

È ormai chiaro che tra i trend del 2017 ci sarà lo sviluppo e la conseguente discussione sull’intellingenza artificiale e i suoi possibili e svariati impieghi.

Oltre al mega progetto Google DeepMind, ormai resa pubblica attraverso la piattaforma open-source GitHub, anche Apple e Microsoft stanno lavorando allo sviluppo di sempre più efficienti reti neurali, ossia sistemi che riproducono il funzionamento del cervello umano.

Alcuni dei creatori di Siri, il famigerato assistente vocale dell’iPhone, Dag Kittlaus, Adam Cheyer e Chris Brigham, hanno dato vita a Viv Labs, un nuovo assistente personale che sarà caratterizzato da un’intelligenza molto più sofisticata.

Viv è capace di comprendere il linguaggio umano e quindi è possibile interfacciarsi con lui allo stesso modo con cui si comunica con un assistente umano. In sostanza ci si potrà rivolgere direttamente a lui, per esempio, per ordinare una pizza o prenotare un volo, senza accedere ad app o altri sistemi.

Amazon, dal canto suo, sta lavorando su tre fronti con altrettanti progetti: Rekognition, un sistema per la lettura dei contenuti immagini, Polly, un servizio di trasformazione dei testi nel loro equivalente vocale e Lex, una soluzione incentrata sulla comprensione del linguaggio naturale da parte degli elaboratori.

A COSA SERVONO LE IA?

I possibili impieghi delle intelligenze artificiali sono molteplici, e sicuramente ancora non del tutto noti.

L’esempio più semplice e di immediato utilizzo già nel nostro quotidiano è quello dei Chatbot: sistemi di messaggistica computerizzati in grado di interagire con l’uomo come delle persone in carne e ossa.

In futuro, però, queste tecnologie sempre più avanzate saranno in grado di sostituire l’uomo in diversi compiti ripetitivi e prevedibili come l’utilizzo di macchinari o la guida delle auto.

Sostanzialmente le intelligenze artificiali sfruttano algoritmi sempre più complessi per riprodurre i meccanismi del pensiero umano e comprendere il linguaggio naturale dell’uomo in modo da riuscire a fornire risposte sempre più precise.

LE IA RIUSCIRANNO A SOSTITUIRE L’UOMO?

In molti si pongono questo quesito e la risposta è che probabilmente sì, in alcuni compiti i sistemi di intelligenza artificiale potranno sostituire, almeno in parte, l’uomo o comunque supportarlo in modo significativo.

Nonostante alcuni allarmi, sorti da più parti, lo sviluppo delle IA non sembra preoccupare gli utenti. Secondo il rapporto annuale sulle tendenze future di Ericsson ConsumerLab, che ha intervistato un campione di oltre 7 mila utenti ‘avanzati’ di internet, di età compresa tra 15 e 69 anni, di 13 metropoli di tutto il mondo, il 35% degli interpellati vorrebbe un sistema di IA come ‘advisor’ sul posto lavoro e uno su 4 vorrebbe che l’AI fosse suo manager.

Un crescente impiego delle IA sicuramente porterà ad una maggiore automazione, con i rischi che ne conseguono, ma l’ingegno dell’uomo, la sua creatività e la capacità di pensare in modo originale continueranno ad essere indispensabili in molti settori.

Lo sviluppo tecnico porterà ad una sempre maggiore necessità di pensare in modo laterale, “fuori dagli schemi”, per andare incontro alle necessità degli utenti prima ancora che si palesino, offrendo prodotti e servizi innovativi.

Con Calendar Google ci aiuta a raggiungere gli obiettivi

Si sa, ormai le nostre giornate sono sempre piene di impegni ed imprevisti, di conseguenza diventa sempre più complicato portare a termine gli obiettivi che ci poniamo all’inizio della nostra giornata o settimana.

Fortunatamente Google ha da poco introdotto all’interno della famosa applicazione “Calendar“, una nuova funzionalità che può rendere tutto un po’ più semplice: Goals.

Goals ha come unico obiettivo quello di organizzare interamente la nostra attività quotidiana dall’inizio alla fine. Se durante la giornata accade un imprevisto? Grazie a Google Goals potrete gestirlo e spostarlo mantenendo monitorato l’elenco delle vostre attività.

Per saperne di più, leggi l’articolo: http://bit.ly/23yg676