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Social video: qualità, quantità o… vortice?

Uno dei nostri ormai celebri meme sottolinea la differenza tra come viene fruito lo stesso video su Facebook e su YouTube.

E’ ovviamente una semplificazione per spiegare l’atteggiamento diverso degli utenti dei due social. Non è che una scelta sia migliore dell’altra, anzi è probabile che in una strategia strutturata, siano necessarie tutte e due. Le persone stanno su diversi social media, in momenti diversi della loro giornata, con differenti motivazioni. Un brand ha bisogno sia di qualità che di quantità.

Ci sono segnali visivi (colori, forme, loghi) che non hanno bisogno di particolare attenzione, ma che finiscono per diventare una sorta di filo conduttore del viaggio quotidiano tra i media di ognuno di noi. In una frazione di secondo, all’inizio di un video su Facebook, su un poster stradale, dietro la porta di una partita di calcio, riceviamo in modo quasi subliminale il messaggio che quel brand c’è, esiste, ha qualcosa da dirci. Fa parte del nostro paesaggio mentale.

Poi ci sono gli “spot”, brevi video pubblicitari di solito posizionati prima del video che vogliamo vedere. Sono molto simili agli spot tv, siamo obbligati a vederli, e che lo vogliamo o meno, assorbiamo le sintetiche informazioni che ci comunicano. Il fatto che siano visioni forzate non è di per sé negativo: abbiamo vissuto decenni in cui questa cosa funzionava, e funziona ancora oggi. La credibilità è bassissima ma dall’altra parte c’è il massimo del controllo: ho la sicurezza che mi vedrai, di quante volte lo farai, e che i miei soldi garantiscono che il mio messaggio arrivi fino in fondo.

E poi ci sono le operazioni più complesse, in cui creo dei video il cui contenuto è interessante per un target, lo diverte, lo emoziona o lo informa. All’audience che desidero raggiungere e portare a bordo dò insomma qualcosa in cambio. È un obiettivo altamente qualitativo, non facile da raggiungere, ma che dà grandi risultati in termini di sintonia col brand. Per ottenere qualità bisogna offrire qualità: chiarezza di obiettivi, ascolto, lavoro e investimenti. Un ottimo, recente esempio è la partnership tra Il Milanese Imbruttito e McDonalds. L’alleanza con un produttore di contenuti che un certo target ama, proietta sul brand un alone positivo, se c’è una base comune di valori/emozioni condivisi.

Una strategia video social completa dovrebbe lavorare su tutte e tre questi piani, in modo coerente e sinergico. È quello che noi chiamiamo “il vortice” digitale. Nell’insieme liquido del media journey, non basta diffondere un messaggio ovunque, occorre creare un strategia che “risucchi” l’attenzione del nostro target verso di noi.

Come rispondere sul web, non solo alle critiche

Il web è pieno di tutorial su come rispondere ai propri utenti sul web. Sembra paradossale, eppure questa “arte” è decisamente difficile da apprendere.

La teoria ci sembra decisamente facile: basta essere gentili, supportare le persone, farsi vedere disponibili. Ma è davvero sufficiente?

Sicuramente non chiudersi di fronte alle critiche o ai commenti negativi è un ottimo punto di partenza per costruire un dialogo proficuo con le persone. Ma non basta.

Se gestite una pagina Facebook vi sarà capitato diverse volte di essere magari prontissimi a rispondere ad un commento con un bel “Ciao, come possiamo aiutarti?”, ma poi vi sarà altrettanto spesso capitato di scontrarvi con dei limiti oggettivi posti alla vostra buona volontà di andare incontro alle persone.

Tra le altre:

  • Mancanza di informazioni reali, affidabili e concrete su come risolvere quel problema. Anche se lavorate in azienda non è detto che siate a conoscenza di tutti i meccanismi, di tutti i settori, di tutte le problematiche. Se siete degli esterni tutto questo sarà ancora più difficile. Cosa fare allora? Innanzitutto parlarne con i referenti diretti dell’azienda e magari trovare anche soluzioni che siano più immediate di una conversazione sui social come, ad esempio, far chiamare la persona dal servizio clienti. Se non riuscite a farlo dovrete contare sulle vostre forze. L’utente si aspetta una risposta, quindi dovete almeno provare a dargliela: ci sono risorse sul sito dell’azienda che possono aiutarvi? piuttosto fornite un numero di telefono o una mail, non è il massimo, ma è meglio di non rispondere. Ad mali estremi: prendete tempo. Non abbandonate l’utente. Mai.
  • Incapacità o poca disponibilità della persona a descrivervi il suo problema: niente panico. Può succedere che l’utente sia talmente arrabbiato o non realmente così interessato da non riuscire a descrivervi il problema e comunicare in modo confuso e poco chiaro. In questo caso cercate di accompagnarlo, fategli domande molto precise, seguitelo passo passo fino a che non riuscirà a dirvi in modo chiaro qual è il suo problema.

E se le interazioni sono positive? Troppo spesso i brand si preoccupano – giustamente – molto dei commenti negativi e si curano troppo poco di quelli positivi. Non commettete questo errore: quando qualcuno, nella vita quotidiana, vi fa un complimento, quanto meno gli rispondete “grazie”. Ecco, su Facebook basta anche solo un like per rendere felice una persona.

 

C’è un nuovo primato su YouTube, che ha scalzato quello di Gangam Style

Vi ricordate quando nel 2012 tutti, compresi i signori di YouTube, eravamo rimasti stupiti dall’incredibile successo di GanGnam Style che con la sua coinvolgente demenzialità aveva conquistato migliaia di persone arrivando al record di  2, 894 miliardi di visualizzazioni, stando ai dati attuali.

GanGnam Style aveva obbligato YouTube ad aggiornare le sue modalità di misurazione, attestandosi come un vero e proprio fenomeno e ottenendo la palma di video più visto di sempre sulla piattaforma.

Questo primato, però, ora è passato ad un altro video: See You Again di Wiz Khalifa con la collaborazione di Charlie Puth che ha raggiunto 2.909.814.443 di visualizzazioni nel momento in cui stiamo scrivendo.
Si tratta della colonna sonora di Fast and Furious 7 con un video che celebra il compianto Paul Walker, apparso per l’ultima volta sul grande schermo proprio in occasione di questo film.

I due video, GanGnam Style e See you Again, sono molto diversi ma hanno una cosa che li accomuna: sono vicini alle persone, creano empatia coi loro sentimenti, che siano gioia di ballare o tristezza per la perdita di un amico con il sottofondo di canzoni decisamente molto orecchiabili.

Qual è l’arma vincete di See You Again? L’umanizzazione di un attore che diventa uno di noi, una persona che ha fatto parte delle nostre vite frame dopo frame della lunghissima saga di Fast and Furious muovendosi in un universo che ci sembrava ormai di conoscere e che ce lo rende estremamente vicino.

See you again è la canzone che vorremmo dedicare a tutte le persone che, un giorno, ci piacerebbe ritrovare e celebra un sentimento tra i più comuni e coinvolgenti dell’essere umano: l’amicizia.

Sembra una storia che potrebbe raccontare ognuno di noi, è una storia che potrebbe raccontare ognuno di noi e questa è la vera forza del video.

Quindi, ogni volta che produciamo un contenuto, ricordiamoci di questa grande lezione: non c’è bisogno di inventare o di costruire grandi cose, la finzione non paga, la verità, i sentimenti che fanno parte del vissuto quotidiano di ognuno sono il più potente strumento di storytelling che ci sia.

 

I social media: ecco quanto li conosciamo

Li usiamo tutti i giorni, più volte al giorno. Sono spesso l’oggetto delle conversazioni con i nostri amici e, talvolta e giustamemnte il tema del dibattito pubblico in TV. Sono i social media e la loro evoluzione è così rapida che è complesso starvi dietro.

Qualche settimana fa, The Vortex ha lanciato un quiz per valutare quanto conosciamo queste piattaforme ed in effetti le risposte corrette sono state “solo” 135 su 299: il “dietro le quinte” dei social media è ancora tutto da conoscere e da approfondire. Tanto più da conoscere e approfondire quanto più essi rappresentano sempre più l’arena della nostra vita personale, privata, civile.

La risposta più sbagliata – 164 risposte erronee su 299 – ha riguardato il pixel di Facebook, uno strumento poco conosciuto che però determina la pubblicità che vediamo e la crescente conoscenza che il social network che ha di noi e la sempre più ampia offerta di strumenti di marketing a disposizione delle aziende.

Poco conosciuto è anche Audience Insights, il tool che permette di analizzare il comportamento su Facebook di un target socio demografico: il 46% delle persone lo confonde con Facebook Insights, utile per osservare il rendimento di Pagine e post.

I lettori del loro sito invece hanno dimostrato buona conoscenza di Instagram, sono stati bravi a riconoscere il ruolo del “.” su Twitter ed anche il divieto di “like-gate” nel realizzare concorsi su Facebook risulta noto e comprensibile.

Chi volesse cimentarsi con il quiz, è ancora disponibile qui

Tre parole chiave per prendersi cura dei propri clienti sul web

Il web è ormai sempre di più un terreno fertile su cui far crescere l’awareness del proprio brand ma anche coltivare il business.
Insomma, su internet ormai si vende, si compra, si cercano e si trovano informazioni su prodotti e servizi ma soprattutto si costruiscono relazioni.
Relazioni tra persone, ma anche relazioni dei brand col proprio pubblico di riferimento. Relazioni virtuali, certo, ma che hanno un innegabile impatto sul commercio reale e sulla fama di un marchio.

Queste relazioni sono basate essenzialmente su un dialogo costante con i propri clienti.

Per instaurare questo tipo di scambio proficuo si deve tenere conto di tre “parole chiave” fondamentali:

  1. Attenzione: ascoltate i vostri utenti, date loro modo di esprimersi e di condividere con voi le loro opinioni sul vostro brand, sui vostri prodotti o servizi.
    Fateli sentire al centro dell’attenzione, in fondo, sono il bene più prezioso che avete, quindi è giusto dargli spazio, anche online.
  2. Cura: non lasciate niente al caso. Curate il vostro tono di voce, la celerità con cui gli rispondete, il follow up che riuscite a garantirgli in caso di problemi da risolvere.
    Anche quando progettate il vostro sito o le vostre pagine social non trascurate nessun dettaglio, fate che i vostri clienti si sentano a casa, riescano a trovare subito quello che cercano, sappiano che li ascoltate e che siete al loro servizio per garantirgli il meglio.
  3. Progettazione: l’esperienza d’uso del cliente dovrebbe essere sempre più soddisfacente possibile. Ricordate che sul web non state solo vendendo qualcosa all’utente, ma lo state invitando a casa vostra, a conoscervi, ad entrare in contatto con voi. Tutto questo è molto di più che un semplice atto di acquisto per lui. Quindi è importante studiare il customer journey e progettare un’esperienza che, attraverso tutti i touch point digitali, riesca ad offrire il meglio ai vostri clienti.

Acquisire nuovi clienti non basta se poi non si è in grado di costruire un rapporto basato sulla fiducia. Solo in questo modo trasformerete le persone che vengono in contatto con la vostra azienda in veri e propri brand ambassador.

Remarketing VS Retargeting

Raggiungere le persone che si sono già dimostrate interessate al nostro brand o ai nostri servizi per riuscire a vendere o rivendere loro qualcosa è una tecnica di marketing consolidata che dà spesso buoni frutti.

In gergo “markettaro” questo procedimento viene definito “remarketing” o “retargeting”. I due termini, usati spesso come sinonimi, esprimono, però, concetti in realtà differenti.

In particolare il Retargeting si riferisce a tutte quelle attività volte a tracciare, attraverso i cookies o gli altri strumenti, i profili degli utenti di un determinato sito al fine di raggiungerli poi in momenti successivi e in altre fasi della loro navigazione online. Insomma, avete presente quando cercate un volo oppure l’ultimo gadget tecnologico e poi ve lo vedete spuntare nei banner dei siti che visitate nei giorni successivi? Ecco, quella è una campagna di retargeting, pericolosissima nel caso in cui avete navigato col computer di casa per cercare il regalo a sorpresa di vostra moglie.

Il Remarketing ha la stessa logica ma utilizza uno strumento diverso: le email. Se siete iscritti ad Amazon lo sapete: se acquistate un determinato libro, il portale di ecommerce più famoso al mondo vi manderà nei giorni seguenti numerose e amorevoli email per accertarsi che non vi perdiate il seguito di quel fantastico romanzo.

Il 25% dei 1000 più importanti retailer online fa campagne di remarketing per l’abbandono del carrello e per l’upselling.

Le tempistiche sono fondamentali nelle campagne di remarketing: alcuni studi, infatti, hanno dimostrato che le chance di reingaggiare un utente diminuiscono di dieci volte se il contatto avviene più di un’ora dopo la prima interazione.

Tenere vivo il contatto con i propri clienti o potenziali tali, dunque, è molto meno oneroso è più fruttuoso rispetto alla generazione di nuove lead, per questo le campagne di retargeting e remarketing sono una tecnica così diffusa e praticata.

 

5 Consigli utili per scrivere buoni contenuti

Il contenuto è importante, è il Re, come si diceva ormai qualche anno fa. I buoni contenuti raccontano storie, emozionano, coinvolgono, conquistano l’attenzione e la fiducia delle persone, le fanno sognare.
Che siano social, blog, spot o campagne stampa, i buoni contenuti si riconoscono a un primo sguardo, a una prima lettura, a un primo incontro.

Uno strumento vincente, dunque, per la strategia di marketing di qualsiasi brand.

Ma come si fa a produrre contenuti di qualità?

Guardandoci bene dal dare guide che abbiano la pretesa di essere in qualche modo esaustive, ci limitiamo a fornire qualche spunto su cui riflettere prima di mettersi alla tastiera.

  1. Non iniziate a scrivere contenuti senza prima aver ben chiaro il concetto da esprimere o la storia da raccontare. A volte si è presi da una sorta di ispirazione momentanea e improvvisa: meglio lasciarla decantare, magari appuntarsi qualche spunto e poi mettersi al lavoro per costruire qualcosa di più solido.
  2. Non partite dal mezzo, dalla piattaforma su cui volete pubblicare, ma dai concetti e dalle storie. Immaginate un racconto e poi cercate di capire quale potrebbe essere il modo e il mezzo migliore per veicolarlo oppure come potrebbe vivere su mezzi diversi. Vedrete che vi verranno spunti molto più creativi.
  3. Non scrivete per voi, o per il brand, ma per il vostro pubblico, per coloro che vi immaginate vi ascolteranno. Cercate di capire cosa interesserebbe a loro, cosa li coinvolgerebbe, li emozionerebbe e li spingerebbe ad appassionarsi al brand.
  4. Siate chiari e non date mai nulla per scontato: non tutti hanno i vostri stessi riferimenti culturali o riescono a seguire i vostri ragionamenti se non li esplicitate a dovere. Siate, quindi, più lineari possibili. I vostri contenuti devono essere piacevoli e scorrevoli.
  5. Sembra il consiglio più banale ma…rileggete! Una volta finito di scrivere lasciate lì quel contenuto per un po’, fatelo riposare anche nella vostra mente e poi riprendetelo in mano e leggetelo come se non lo aveste scritto voi. È una cosa molto difficile, ma anche molto utile per capire se davvero siete riusciti a veicolare il messaggio che volevate come lo volevate.

Scrivere è un duro lavoro…ma può essere anche molto piacevole. Con queste piccole accortezze lo sarà ancora di più.

UGC: alcune regole da tenere a mente

Gli UGC, User Generated Content, cioè i contenuti generati dagli utenti e non dal brand o da professionisti che lo fanno di mestiere, sono una vera e propria miniera d’oro che, però, deve essere gestita con accortezza.

I contenuti prodotti dagli utenti, che siano foto, video o di altro tipo, hanno una forza immensa, quella della fiducia che gli utenti ripongono nelle persone simili a loro che è molto più forte rispetto a quella che qualsiasi marchio potrebbe guadagnarsi comunicando in “prima persona” sui social o sul web in generale.

E la fiducia, si sa, ai tempi dei social network, è una moneta che vale molto.

Vale la pena, dunque, di fare campagne che invitino gli utenti a parlare del vostro brand, raccontando la propria esperienza personale con i vostri prodotti e servizi.

Ma come fare?

Innanzitutto l’esperienza deve avere un reale valore: guidare un’auto è bello, ma guidarla in un circuito è decisamente diverso. Insomma, per intenderci, l’utilizzo quotidiano di un prodotto è interessante, ma avere la possibilità di fruirne in modo diverso e più emozionante e coinvolgente di sicuro invoglierà di più gli utenti a condividere poi spontaneamente la loro esperienza, parlandone con grande entusiasmo.

Un altro modo per agevolare il coinvolgimento delle persone e la conseguente produzione di contenuti “socializzabili”, è quello di prevedere un reward: un piccolo concorso (attenti alle regole, mi raccomando!), un mini-premio, anche in termini di visibilità o di elaborazione personalizzata dei contenuti stessi.
Qui entra in gioco la creatività, ma il concetto principale è quello di motivare gli utenti regalando loro qualcosa di bello, unico e soprattutto importante per loro.

Infine, una raccomandazione: non tutti gli UGC sono adatti alla comunicazione del vostro brand o, addirittura, pubblicabili quindi prevedete sempre un meccanismo di selezione e non una pubblicazione immediata sulle vostre pagine social o sulla piattaforma che avete scelto per l’operazione.

In conclusione: gli UGC come ogni miniera d’oro devono essere sfruttati in maniera intelligente per costruire uno storytelling a più voci che sia veramente un valore aggiunto per il brand.

Wikibombing: non sottovalutate mai il vostro pubblico

Se frequentate i social ve ne sarete accorti: da alcuni giorni i profili di brand, broadcaster e personaggi pubblici sono presi di mira da commenti particolarmente “colti” con citazioni e link da Wikipedia.

Il fenomeno si chiama, appunto, Wikibombing ed è davvero molto divertente e, a tratti, molto utile per conoscere fatti e argomenti di cui non saremmo mai venuti a conoscenza.

Come tutti i fenomeni virali, non si sa bene da dove sia originato. Alcuni sostengono che i primi commenti stile “wiki” siano apparsi sotto a un video del matrimonio tra Emmanuel Macron e di Brigitte Trogneux.

Se non li avete mai visti, immaginatevi commenti dedicati ai rettili del sudamerica o alle gesta di Napoleone. Un non-sense a tratti davvero esilarante, che fa riflettere sul pubblico e sull’uso dei social network.

A fronte, infatti, di media che sostengono che il pubblico sia interessato solo a notizie di gossip o all’ultima ricetta della Pasta alla Norma in versione vegana, una fetta consistente di persone ha deciso di prendersi gioco di questa tipologia di informazione urlata e superficiale in modo intelligente e divertente.

Insomma, un modo di dire: non pensiate che siamo così ignoranti. E in effetti, come dargli torto: Wikipedia esiste ed è effettivamente accessibile a tutti. Ma soprattutto le sue voci possono suscitare lo stesso interesse – o anche maggiore – rispetto all’ultimo flirt tra vip.

Il Wikibombing, al di là dei suoi effetti surreali, ci dà un ritratto molto diverso del pubblico social: non solo troll arrabbiati e, a tratti violenti, ma persone che sanno e vogliono difendersi dall’appiattimento culturale e, nel farlo, sono capaci di utilizzare un’ironia che va molto oltre i soliti toni polemici.

Una considerazione, dunque, che vale per tutti, brand compresi: non sottovalutate mai il vostro pubblico e non date nulla per scontato. Al di là dello schermo non c’è solo una massa di homo-digitans senza capacitià di discernimento, ma delle persone che ragionano, criticano, apprezzano, discutono.

È con loro che si deve instaurare il vero dialogo. E vedrete che i troll, quelli veri, non faranno più paura.

Social media: tre strumenti indispensabili

Gestire diversi account social può essere complicato: redigere piani editoriali, creare e pubblicare contenuti efficaci, monitorare le interazioni degli utenti, conversare con loro, fare i report per monitorare l’andamento.
Tutto questo richiede tempo e concentrazione, niente, infatti, può essere trascurato, se si vuole raggiungere i propri obiettivi.

Che dire, poi, dei giorni di festa passati dai (poveri) social media manager costantemente attaccati al computer? O delle piccole grandi crisi che si possono verificare sulle pagine?

Insomma: è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E siamo sicuri che si prenderà le sue soddisfazioni: se ci si organizza al meglio e si costruiscono strategie efficaci si possono raggiungere ottimi risultati in termini di business, di brand awareness, di engagement. E veder crescere una fan base attiva e partecipe è davvero un ottimo stimolo.

Proprio per aiutarvi nell’organizzazione, eccoci qui a suggerirvi tre strumenti che potranno rivelarsi molto utili in termini di ottimizzazione ed efficacia:

  1. Awario: questo utilissimo strumento nasce per renderci consapevoli (Aware, appunto) delle conversazioni che si stanno svolgendo online a proposito del nostro brand o di uno o più argomenti ad esso correlati.
    Monitora siti, social, piattaforme di news, blog e forum: insomma, non gli sfugge nulla. E vi permette di inserirvi nelle conversazioni e rispondere ai vostri clienti o potenziali tali in merito ai vostri prodotti o servizi.
  2. Buffer: “oddio, ho dimenticato di pubblicare il post!” Confessate: vi è successo almeno una volta. Con questo semplicissimo tool non vi accadrà più: potrete, infatti, programmare i post su tutte le vostre pagine social comodamente da un’unica piattaforma.
  3. FanpageKarma: uno dei (tanti) strumenti di monitoraggio social a disposizione. Con dei plus: potrete monitorare tutti i social – sì, anche Pinterest – confrontare le vostre performance con quelle dei vostri competitors, avere suggerimenti su quali giorni e orari sono migliori per la pubblicazione, e scaricarvi dei report personalizzabili e molto leggibili.

E allora…non ci resta che augurarvi buon lavoro!

Diamoci un tono.

Spesso quando in aula affronto l’argomento social, faccio insieme ai partecipanti un esercizio per trovare la propria voce.

La voce sostanzialmente è composta dal tono, dal carattere e dal linguaggio. Ognuno deve scegliere un aggettivo e l’insieme dà la personalità del brand.

A quel punto c’è sempre qualcuno che obietta: “Ma dipende dal social!”

Su questo non sono molto d’accordo.

Noi non siamo persone diverse sulle diverse piattaforme, siamo sempre la stessa persona, solo con obiettivi e target differenti. Non postiamo la foto in costume su LinkedIn perché li lavoriamo, ma il tono di voce con cui parliamo dell’ultima news di mercato o dei risultati dell’Inter rimane lo stesso. Se siamo simpaticoni lo saremo sempre, idem se siamo polemici, idem se siamo tecnici.

Siamo noi, solo in contesti differenti.

Ma torniamo al gioco, quando lo faccio da un Brand, spesso ai team marketing, succede che nessuno dei presenti in sala ha la stessa percezione della voce che dovrebbe avere il prodotto. Ed è un risultato molto pericoloso, perché se non si ha ben chiaro quale sarà il tono con cui parlerà il proprio Brand, come si potrà trasmetterlo all’agenzia che cura i profili? Come si potrà dare un’identità unica e riconoscibile? Il rischio è di avere profili schizofrenici dove si fa i pirla su Facebook e i romanticoni su Instagram, facendosi così condizionare dalla piattaforma e finendo per fare semplicemente quello che fanno tutti.

Altro caso, soprattutto in aule miste, è che si scelga di non scegliere. La maggior parte dei partecipanti vorrebbe per il proprio brand un tono di voce Caldo, un carattere Amichevole e un linguaggio Semplice. Tutte scelte giustissime, talmente giuste che sono fatte dal 90% dei brand. Con il naturale risultato di diventare interessanti come la vernice che asciuga.

Infine c’è sempre la frase: “Vorrei un tono come Ceres.” Che fa il paio con quelli che per un logo 20 anni fa dicevano “Vorrei qualcosa che sia riconoscibile anche senza nome, tipo quello della Nike.”

Per sciogliere ogni dubbio, Nike è riconoscibile perché ha investito fantastilioni di euro e Ceres ha quel tono perché può metterselo, perché è coerente con il prodotto, il target, il posizionamento. Se vendete Pandori (ogni riferimento a vecchie case history è puramente casuale) è molto meglio non farlo.

Oggi possiamo e dobbiamo parlare con i nostri clienti, ma come facciamo se non sappiamo che voce sentiranno?

Tre cose da sapere prima di aprire una pagina Facebook

Sono sempre di più i brand che decidono di utilizzare Facebook per comunicare con i propri clienti o potenziali tali.

Il social network di Mark Zuckerberg è uno strumento essenziale e molto performante per raggiungere diversi obiettivi che vanno dalla brand awareness al lancio di nuovi prodotti.

A volte capita, però, di arrivare su Facebook un po’ impreparati, con una vaga idea di cosa comunicare e come farlo e con molti dubbi.

Ecco, quindi, che è utile conoscere alcune semplici “regole d’oro” prima di sbarcare su Facebook.

  • La cura della grafica e delle informazioni sulla pagina è fondamentale: così come prima di aprire un negozio occorre arredarlo e curare le dotazioni nei minimi dettagli, allo stesso modo prima di iniziare a pubblicare contenuti sulla propria pagina Facebook è essenziale costruire al meglio l’immagine della pagina. È essenziale che i formati delle immagini di profilo e di copertina siano adeguati. Il logo deve essere ben in vista, la pagina deve avere il nome del brand, l’immagine di copertina deve essere in linea con lo stile grafico dell’intera comunicazione dell’azienda.
    Non dimenticate, inoltre, di compilare attentamente la scheda delle informazioni: non necessariamente dovete riempire tutti i campi, ma chiedetevi sempre quali sono le informazioni che i vostri clienti cercano su di voi e quali quelle che renderanno più facile raggiungervi online o nel punto vendita.
    Ricordatevi, infine, di impostare correttamente il bottone sotto all’immagine di copertina in modo da inserire la call to action più efficace.
  • Verificate la pagina: aggiudicarsi il bollino con la spunta azzurro (in caso di brand o personaggi pubblici) o grigio (in caso di società e negozi) vi permetterà di essere immediatamente riconoscibili come voce ufficiale e, quindi, di guadagnare la fiducia dei clienti che vi conoscono già e non far sorgere dubbi o confusioni.
    Ottenere la spunta è semplice: basta aprire la tab delle “Impostazioni” e cliccare su “Verifica della pagina”. Facebook vi richiederà dei documenti che attestino che siete davvero i rappresentati ufficiali del brand o della società e, una volta ricevuti, vi concederà l’ambita spunta
  • Impostate una corretta strategia di community management. I vostri utenti non sono nemici che stanno in agguato pronti ad attaccarvi e ricoprirvi di critiche appena se ne presenta l’occasione, ma sono una comunità con cui parlare e che vi darà una grande quantità di informazioni e feedback utili. Una lamentela deve essere ascoltata, presa in considerazione e recuperata, se possibile, cento lamentele sono una piccola survey di mercato che vi consentirà di capire quali sono i punti deboli e i punti di forza del vostro brand e dei vostri prodotti.

Questi sono solo i primi passi, ma si sa che “chi ben comincia è a metà dell’opera”.