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Social video: qualità, quantità o… vortice?

Uno dei nostri ormai celebri meme sottolinea la differenza tra come viene fruito lo stesso video su Facebook e su YouTube.

E’ ovviamente una semplificazione per spiegare l’atteggiamento diverso degli utenti dei due social. Non è che una scelta sia migliore dell’altra, anzi è probabile che in una strategia strutturata, siano necessarie tutte e due. Le persone stanno su diversi social media, in momenti diversi della loro giornata, con differenti motivazioni. Un brand ha bisogno sia di qualità che di quantità.

Ci sono segnali visivi (colori, forme, loghi) che non hanno bisogno di particolare attenzione, ma che finiscono per diventare una sorta di filo conduttore del viaggio quotidiano tra i media di ognuno di noi. In una frazione di secondo, all’inizio di un video su Facebook, su un poster stradale, dietro la porta di una partita di calcio, riceviamo in modo quasi subliminale il messaggio che quel brand c’è, esiste, ha qualcosa da dirci. Fa parte del nostro paesaggio mentale.

Poi ci sono gli “spot”, brevi video pubblicitari di solito posizionati prima del video che vogliamo vedere. Sono molto simili agli spot tv, siamo obbligati a vederli, e che lo vogliamo o meno, assorbiamo le sintetiche informazioni che ci comunicano. Il fatto che siano visioni forzate non è di per sé negativo: abbiamo vissuto decenni in cui questa cosa funzionava, e funziona ancora oggi. La credibilità è bassissima ma dall’altra parte c’è il massimo del controllo: ho la sicurezza che mi vedrai, di quante volte lo farai, e che i miei soldi garantiscono che il mio messaggio arrivi fino in fondo.

E poi ci sono le operazioni più complesse, in cui creo dei video il cui contenuto è interessante per un target, lo diverte, lo emoziona o lo informa. All’audience che desidero raggiungere e portare a bordo dò insomma qualcosa in cambio. È un obiettivo altamente qualitativo, non facile da raggiungere, ma che dà grandi risultati in termini di sintonia col brand. Per ottenere qualità bisogna offrire qualità: chiarezza di obiettivi, ascolto, lavoro e investimenti. Un ottimo, recente esempio è la partnership tra Il Milanese Imbruttito e McDonalds. L’alleanza con un produttore di contenuti che un certo target ama, proietta sul brand un alone positivo, se c’è una base comune di valori/emozioni condivisi.

Una strategia video social completa dovrebbe lavorare su tutte e tre questi piani, in modo coerente e sinergico. È quello che noi chiamiamo “il vortice” digitale. Nell’insieme liquido del media journey, non basta diffondere un messaggio ovunque, occorre creare un strategia che “risucchi” l’attenzione del nostro target verso di noi.

Come rispondere sul web, non solo alle critiche

Il web è pieno di tutorial su come rispondere ai propri utenti sul web. Sembra paradossale, eppure questa “arte” è decisamente difficile da apprendere.

La teoria ci sembra decisamente facile: basta essere gentili, supportare le persone, farsi vedere disponibili. Ma è davvero sufficiente?

Sicuramente non chiudersi di fronte alle critiche o ai commenti negativi è un ottimo punto di partenza per costruire un dialogo proficuo con le persone. Ma non basta.

Se gestite una pagina Facebook vi sarà capitato diverse volte di essere magari prontissimi a rispondere ad un commento con un bel “Ciao, come possiamo aiutarti?”, ma poi vi sarà altrettanto spesso capitato di scontrarvi con dei limiti oggettivi posti alla vostra buona volontà di andare incontro alle persone.

Tra le altre:

  • Mancanza di informazioni reali, affidabili e concrete su come risolvere quel problema. Anche se lavorate in azienda non è detto che siate a conoscenza di tutti i meccanismi, di tutti i settori, di tutte le problematiche. Se siete degli esterni tutto questo sarà ancora più difficile. Cosa fare allora? Innanzitutto parlarne con i referenti diretti dell’azienda e magari trovare anche soluzioni che siano più immediate di una conversazione sui social come, ad esempio, far chiamare la persona dal servizio clienti. Se non riuscite a farlo dovrete contare sulle vostre forze. L’utente si aspetta una risposta, quindi dovete almeno provare a dargliela: ci sono risorse sul sito dell’azienda che possono aiutarvi? piuttosto fornite un numero di telefono o una mail, non è il massimo, ma è meglio di non rispondere. Ad mali estremi: prendete tempo. Non abbandonate l’utente. Mai.
  • Incapacità o poca disponibilità della persona a descrivervi il suo problema: niente panico. Può succedere che l’utente sia talmente arrabbiato o non realmente così interessato da non riuscire a descrivervi il problema e comunicare in modo confuso e poco chiaro. In questo caso cercate di accompagnarlo, fategli domande molto precise, seguitelo passo passo fino a che non riuscirà a dirvi in modo chiaro qual è il suo problema.

E se le interazioni sono positive? Troppo spesso i brand si preoccupano – giustamente – molto dei commenti negativi e si curano troppo poco di quelli positivi. Non commettete questo errore: quando qualcuno, nella vita quotidiana, vi fa un complimento, quanto meno gli rispondete “grazie”. Ecco, su Facebook basta anche solo un like per rendere felice una persona.

 

I social media: ecco quanto li conosciamo

Li usiamo tutti i giorni, più volte al giorno. Sono spesso l’oggetto delle conversazioni con i nostri amici e, talvolta e giustamemnte il tema del dibattito pubblico in TV. Sono i social media e la loro evoluzione è così rapida che è complesso starvi dietro.

Qualche settimana fa, The Vortex ha lanciato un quiz per valutare quanto conosciamo queste piattaforme ed in effetti le risposte corrette sono state “solo” 135 su 299: il “dietro le quinte” dei social media è ancora tutto da conoscere e da approfondire. Tanto più da conoscere e approfondire quanto più essi rappresentano sempre più l’arena della nostra vita personale, privata, civile.

La risposta più sbagliata – 164 risposte erronee su 299 – ha riguardato il pixel di Facebook, uno strumento poco conosciuto che però determina la pubblicità che vediamo e la crescente conoscenza che il social network che ha di noi e la sempre più ampia offerta di strumenti di marketing a disposizione delle aziende.

Poco conosciuto è anche Audience Insights, il tool che permette di analizzare il comportamento su Facebook di un target socio demografico: il 46% delle persone lo confonde con Facebook Insights, utile per osservare il rendimento di Pagine e post.

I lettori del loro sito invece hanno dimostrato buona conoscenza di Instagram, sono stati bravi a riconoscere il ruolo del “.” su Twitter ed anche il divieto di “like-gate” nel realizzare concorsi su Facebook risulta noto e comprensibile.

Chi volesse cimentarsi con il quiz, è ancora disponibile qui

Wikibombing: non sottovalutate mai il vostro pubblico

Se frequentate i social ve ne sarete accorti: da alcuni giorni i profili di brand, broadcaster e personaggi pubblici sono presi di mira da commenti particolarmente “colti” con citazioni e link da Wikipedia.

Il fenomeno si chiama, appunto, Wikibombing ed è davvero molto divertente e, a tratti, molto utile per conoscere fatti e argomenti di cui non saremmo mai venuti a conoscenza.

Come tutti i fenomeni virali, non si sa bene da dove sia originato. Alcuni sostengono che i primi commenti stile “wiki” siano apparsi sotto a un video del matrimonio tra Emmanuel Macron e di Brigitte Trogneux.

Se non li avete mai visti, immaginatevi commenti dedicati ai rettili del sudamerica o alle gesta di Napoleone. Un non-sense a tratti davvero esilarante, che fa riflettere sul pubblico e sull’uso dei social network.

A fronte, infatti, di media che sostengono che il pubblico sia interessato solo a notizie di gossip o all’ultima ricetta della Pasta alla Norma in versione vegana, una fetta consistente di persone ha deciso di prendersi gioco di questa tipologia di informazione urlata e superficiale in modo intelligente e divertente.

Insomma, un modo di dire: non pensiate che siamo così ignoranti. E in effetti, come dargli torto: Wikipedia esiste ed è effettivamente accessibile a tutti. Ma soprattutto le sue voci possono suscitare lo stesso interesse – o anche maggiore – rispetto all’ultimo flirt tra vip.

Il Wikibombing, al di là dei suoi effetti surreali, ci dà un ritratto molto diverso del pubblico social: non solo troll arrabbiati e, a tratti violenti, ma persone che sanno e vogliono difendersi dall’appiattimento culturale e, nel farlo, sono capaci di utilizzare un’ironia che va molto oltre i soliti toni polemici.

Una considerazione, dunque, che vale per tutti, brand compresi: non sottovalutate mai il vostro pubblico e non date nulla per scontato. Al di là dello schermo non c’è solo una massa di homo-digitans senza capacitià di discernimento, ma delle persone che ragionano, criticano, apprezzano, discutono.

È con loro che si deve instaurare il vero dialogo. E vedrete che i troll, quelli veri, non faranno più paura.

Social media: tre strumenti indispensabili

Gestire diversi account social può essere complicato: redigere piani editoriali, creare e pubblicare contenuti efficaci, monitorare le interazioni degli utenti, conversare con loro, fare i report per monitorare l’andamento.
Tutto questo richiede tempo e concentrazione, niente, infatti, può essere trascurato, se si vuole raggiungere i propri obiettivi.

Che dire, poi, dei giorni di festa passati dai (poveri) social media manager costantemente attaccati al computer? O delle piccole grandi crisi che si possono verificare sulle pagine?

Insomma: è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E siamo sicuri che si prenderà le sue soddisfazioni: se ci si organizza al meglio e si costruiscono strategie efficaci si possono raggiungere ottimi risultati in termini di business, di brand awareness, di engagement. E veder crescere una fan base attiva e partecipe è davvero un ottimo stimolo.

Proprio per aiutarvi nell’organizzazione, eccoci qui a suggerirvi tre strumenti che potranno rivelarsi molto utili in termini di ottimizzazione ed efficacia:

  1. Awario: questo utilissimo strumento nasce per renderci consapevoli (Aware, appunto) delle conversazioni che si stanno svolgendo online a proposito del nostro brand o di uno o più argomenti ad esso correlati.
    Monitora siti, social, piattaforme di news, blog e forum: insomma, non gli sfugge nulla. E vi permette di inserirvi nelle conversazioni e rispondere ai vostri clienti o potenziali tali in merito ai vostri prodotti o servizi.
  2. Buffer: “oddio, ho dimenticato di pubblicare il post!” Confessate: vi è successo almeno una volta. Con questo semplicissimo tool non vi accadrà più: potrete, infatti, programmare i post su tutte le vostre pagine social comodamente da un’unica piattaforma.
  3. FanpageKarma: uno dei (tanti) strumenti di monitoraggio social a disposizione. Con dei plus: potrete monitorare tutti i social – sì, anche Pinterest – confrontare le vostre performance con quelle dei vostri competitors, avere suggerimenti su quali giorni e orari sono migliori per la pubblicazione, e scaricarvi dei report personalizzabili e molto leggibili.

E allora…non ci resta che augurarvi buon lavoro!

Diamoci un tono.

Spesso quando in aula affronto l’argomento social, faccio insieme ai partecipanti un esercizio per trovare la propria voce.

La voce sostanzialmente è composta dal tono, dal carattere e dal linguaggio. Ognuno deve scegliere un aggettivo e l’insieme dà la personalità del brand.

A quel punto c’è sempre qualcuno che obietta: “Ma dipende dal social!”

Su questo non sono molto d’accordo.

Noi non siamo persone diverse sulle diverse piattaforme, siamo sempre la stessa persona, solo con obiettivi e target differenti. Non postiamo la foto in costume su LinkedIn perché li lavoriamo, ma il tono di voce con cui parliamo dell’ultima news di mercato o dei risultati dell’Inter rimane lo stesso. Se siamo simpaticoni lo saremo sempre, idem se siamo polemici, idem se siamo tecnici.

Siamo noi, solo in contesti differenti.

Ma torniamo al gioco, quando lo faccio da un Brand, spesso ai team marketing, succede che nessuno dei presenti in sala ha la stessa percezione della voce che dovrebbe avere il prodotto. Ed è un risultato molto pericoloso, perché se non si ha ben chiaro quale sarà il tono con cui parlerà il proprio Brand, come si potrà trasmetterlo all’agenzia che cura i profili? Come si potrà dare un’identità unica e riconoscibile? Il rischio è di avere profili schizofrenici dove si fa i pirla su Facebook e i romanticoni su Instagram, facendosi così condizionare dalla piattaforma e finendo per fare semplicemente quello che fanno tutti.

Altro caso, soprattutto in aule miste, è che si scelga di non scegliere. La maggior parte dei partecipanti vorrebbe per il proprio brand un tono di voce Caldo, un carattere Amichevole e un linguaggio Semplice. Tutte scelte giustissime, talmente giuste che sono fatte dal 90% dei brand. Con il naturale risultato di diventare interessanti come la vernice che asciuga.

Infine c’è sempre la frase: “Vorrei un tono come Ceres.” Che fa il paio con quelli che per un logo 20 anni fa dicevano “Vorrei qualcosa che sia riconoscibile anche senza nome, tipo quello della Nike.”

Per sciogliere ogni dubbio, Nike è riconoscibile perché ha investito fantastilioni di euro e Ceres ha quel tono perché può metterselo, perché è coerente con il prodotto, il target, il posizionamento. Se vendete Pandori (ogni riferimento a vecchie case history è puramente casuale) è molto meglio non farlo.

Oggi possiamo e dobbiamo parlare con i nostri clienti, ma come facciamo se non sappiamo che voce sentiranno?

Tre cose da sapere prima di aprire una pagina Facebook

Sono sempre di più i brand che decidono di utilizzare Facebook per comunicare con i propri clienti o potenziali tali.

Il social network di Mark Zuckerberg è uno strumento essenziale e molto performante per raggiungere diversi obiettivi che vanno dalla brand awareness al lancio di nuovi prodotti.

A volte capita, però, di arrivare su Facebook un po’ impreparati, con una vaga idea di cosa comunicare e come farlo e con molti dubbi.

Ecco, quindi, che è utile conoscere alcune semplici “regole d’oro” prima di sbarcare su Facebook.

  • La cura della grafica e delle informazioni sulla pagina è fondamentale: così come prima di aprire un negozio occorre arredarlo e curare le dotazioni nei minimi dettagli, allo stesso modo prima di iniziare a pubblicare contenuti sulla propria pagina Facebook è essenziale costruire al meglio l’immagine della pagina. È essenziale che i formati delle immagini di profilo e di copertina siano adeguati. Il logo deve essere ben in vista, la pagina deve avere il nome del brand, l’immagine di copertina deve essere in linea con lo stile grafico dell’intera comunicazione dell’azienda.
    Non dimenticate, inoltre, di compilare attentamente la scheda delle informazioni: non necessariamente dovete riempire tutti i campi, ma chiedetevi sempre quali sono le informazioni che i vostri clienti cercano su di voi e quali quelle che renderanno più facile raggiungervi online o nel punto vendita.
    Ricordatevi, infine, di impostare correttamente il bottone sotto all’immagine di copertina in modo da inserire la call to action più efficace.
  • Verificate la pagina: aggiudicarsi il bollino con la spunta azzurro (in caso di brand o personaggi pubblici) o grigio (in caso di società e negozi) vi permetterà di essere immediatamente riconoscibili come voce ufficiale e, quindi, di guadagnare la fiducia dei clienti che vi conoscono già e non far sorgere dubbi o confusioni.
    Ottenere la spunta è semplice: basta aprire la tab delle “Impostazioni” e cliccare su “Verifica della pagina”. Facebook vi richiederà dei documenti che attestino che siete davvero i rappresentati ufficiali del brand o della società e, una volta ricevuti, vi concederà l’ambita spunta
  • Impostate una corretta strategia di community management. I vostri utenti non sono nemici che stanno in agguato pronti ad attaccarvi e ricoprirvi di critiche appena se ne presenta l’occasione, ma sono una comunità con cui parlare e che vi darà una grande quantità di informazioni e feedback utili. Una lamentela deve essere ascoltata, presa in considerazione e recuperata, se possibile, cento lamentele sono una piccola survey di mercato che vi consentirà di capire quali sono i punti deboli e i punti di forza del vostro brand e dei vostri prodotti.

Questi sono solo i primi passi, ma si sa che “chi ben comincia è a metà dell’opera”.

Social media: li conosci davvero?

Li frequentiamo quotidianamente, interagiamo con loro più volte al giorno, sono parte irrinunciabile della nostra vita…ma conosciamo veramente i social media?

Oltre a post, commenti, like, reactions e stories c’è molto di più, soprattutto per chi utilizza i social a livello professionale. Vale la pena approfondire certi concetti e capire se e come stiamo utilizzando tutte le potenzialità che questi strumenti ci mettono a disposizione.

Una buona strategia di comunicazione nasce nel momento in cui si mettono sul tavolo tutti gli strumenti, si conoscono, si comprendono e si scelgono in base alle proprie esigenze.

Prima di tutto, quindi, mettetevi alla prova per capire quante ne sapete – davvero – dei social media.

Ecco un quiz tutto per voi, realizzato da Andrea Boscaro: http://bit.ly/2qLbCIW

Sei un professionista? Ecco come utilizzare i social media

“Siamo entrati di fatto nell’era della trasparenza che obbliga tutti (dai professionisti alle manifestazioni sportive) a preoccuparsi della propria reputazione online e a controllare i commenti che corrono in rete.

Che fare dunque?

Ciò che può proteggere la reputazione online è solo il valore delle azioni che, giorno dopo giorno, si mettono in campo in modo autentico e la pianificazione di una vera e propria strategia che, sul piano organizzativo prima ancora che comunicativo, si concentri proprio su quegli aspetti maggiormente oggetto di commenti negativi online.

Il contributo di Andrea Boscaro a proposito di Professionisti che investono nei social media

Perché tanta ammirazione per il social media manager di Unicef?

Da qualche giorno l’account Twitter di Unicef Italia è stato preso di mira da persone che criticano l’operato delle ONG impegnate nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

In particolare il tweet che ha scatenato la valanga di commenti recitava “#Rispetto per chi soccorre #Rispetto per chi soffre #Rispetto per chi muore Nessun rispetto per chi infanga”, proprio in riferimento alla polemica sul traffico di migranti nel canale di Sicilia e le organizzazioni che lavorano in quel tratto di mare.

Le risposte al tweet sono state decine (qui ne trovate alcune: http://bit.ly/2qrWX9a), molte critiche, alcune addirittura offensive o volgari, ma Alberto, così si chiama il social media manager di Unicef, e la sua squadra non si sono fatti scoraggiare e hanno risposto a tutti in maniera educata ma anche molto decisa e netta.

Tra le tante citiamo questa:

unicef

La posizione di Unicef è chiara: è in gioco la vita di esseri umani che, come tale, deve essere tutelata al di là di qualsiasi credo o ideologia o polemica.

Questa reazione decisa contro i cosiddetti “leoni da tastiera” ha suscitato il plauso di molte persone che lavorano nella comunicazione social ma anche dei non addetti ai lavori.

Al di là del “percepito”, cioè della fermezza con cui Unicef difende il diritto alla vita delle persone, che siano migranti o meno, c’è molto di più: c’è una strategia di comunicazione forte, che anche di fronte a critiche o polemiche trova il tono di voce appropriato, senza farsi intimidire o prendere dal panico.

Le risposte di Unicef non sono mai sgarbate, rientrano perfettamente nelle guidelines di comportamento sui social, ma non ammettono facili repliche, puntano a interrompere sul nascere la polemica. Questa forza deriva da un obiettivo che fa da cappello a tutta la comunicazione: Unicef è l’organismo che difende i diritti umani nel mondo.
Questa è una missione, ma è anche una forza, la forza di un valore che sovrasta qualsiasi polemica e che viene comunicato in ogni occasione, essendo parte integrante e centrale dell’identità dell’organizzazione.

Da questa vicenda anche i brand possono trarre un insegnamento utile per il proprio community management: quello di non dimenticare mai i propri valori fondanti.
Solo tenendo ben presente la propria identità si può avere la forza di costruire una strategia di comunicazione social che non vacilla neanche di fronte alle polemiche. E si può permettere di rispondere con fermezza, senza timori.

 

 

Contro le bufale serve la fiducia del pubblico

Tramite i social media ci arrivano ogni giorno migliaia di informazioni: post dei nostri amici, contenuti di brand, articoli e notizie da varie testate di diverso genere.

Se tempo fa il problema era avere accesso alle informazioni – pensiamo a quando, per esempio, si doveva ricorrere per forza alla lettura dei quotidiani cartacei – oggi ciò che ci mette in difficoltà è il filtrarle, scremando quelle vere, interessanti e credibili da quelle che non lo sono.

Dopo la mobilitazione di diverse iniziative più o meno private e più o meno legate a testate giornalistiche, da qualche tempo anche Facebook ha annunciato la sua lotta senza quartiere alle cosiddette bufale, diventate ormai la materializzazione di tutto ciò che di cattivo e insidioso può nascondere internet.

Zuckerberg ha annunciato: “Siamo qualcosa di più di un semplice distributore di notizie. Siamo un nuovo tipo di piattaforma per il discorso pubblico”, evidentemente allarmato da una ricerca del Pew Research Center secondo cui il 23% degli intervistati negli Stati Uniti ha ammesso di aver condiviso notizie false e mentre il 16% di loro ha dichiarato di aver scoperto solo dopo che non fossero vere, ben il 24% lo ha fatto in coscienza, o per veicolare una certa posizione politica, oppure al contrario, per informare che si trattasse di una bufala.

A questo punto Facebook ha sferrato l’attacco inserendo tra le varie opzioni di segnalazione disponibile per i post anche quella dedicata alle bufale: gli utenti potranno segnalare una notizia falsa e il post a quel punto sarà inviato per la verifica al International Fact-Checking Network (IFCN) di Poynter.

Dopo il lancio dell’iniziativa negli Usa, lo stesso strumento di segnalazione sta arrivando in Europa, a partire dalla Francia.

Ma perché tutta questa paura delle bufale?

Perché attraverso i social passa sempre di più la costruzione delle opinioni di una massa critica di persone che agiscono e si muovono all’interno dello spazio sociale.

Una notizia falsa può aumentare o distruggere il consenso verso un leader o una parte politica, può cambiare la valutazione di diversi fatti, può, cosa forse meno grave a livello sociale, ma da tenere in considerazione per chi usa i social media per il proprio business, cambiare l’opinione e la considerazione che le persone hanno di un brand o un prodotto.

Come possono i brand mettersi al riparo dalle bufale?

La cattiva notizia è che non si può evitare che il proprio brand venga preso di mira da notizie o informazioni false fatte girare sui social media, la buona notizia è che ci si può conquistare la fiducia dei propri clienti o potenziali tali anche su web.

Farlo è, relativamente, semplice, occorre, come in tutti i rapporti che richiedano fiducia, dialogare con gli utenti, non considerarle semplici ricettori di messaggi, ma persone con cui instaurare un rapporto.

Se saprete raccontare il brand ai clienti senza mentire, cioè essendo molto onesti e, per esempio, scusandovi quando un prodotto o un servizio non hanno mantenuto la promessa e rimediando qualora ci fossero stati dei disservizi, le persone apprezzeranno la vostra apertura e sapranno che di voi possono fidarsi.

Nel trasmettere i messaggi che reputate utili alla costruzione della vostra brand awareness occorre tenere presente che state parlando ad un pubblico che vuole sapere chi siete, quali sono i vostri valori di marca, che tradizione avete alle spalle, chi sono le persone che lavorano per quel brand.

Mostrate il vostro lato umano, dialogate con le persone e nessuna bufala vi farà più paura, perché avrete dalla vostra parte la fiducia dei vostri clienti.

#Sfidaaccettata: e in poco tempo Facebook diventa in bianco e nero

Vi sarete accorti che da qualche giorno a questa parte le vostre bacheche si stanno popolando di foto dei vostri amici da piccoli o, almeno, da giovani con l’hashtag #SfidaAccettata.

L’ennesima “stranezza” del social network?

Anche, ma in origine è nata come una campagna con uno scopo ben più alto che quello di mostrare i propri ricordi: promuovere la prevenzione del tumore.

In sostanza la campagna funziona così: si pubblica una vecchia foto e si attende che arrivino i like degli amici. Ad ognuna delle persone che ha messo “Mi Piace” si invia poi questo messaggio:”Poiché hai messo “Mi piace” alla mia foto, ora devi postarne tu una, scrivendo “Sfida accettata”. Riempiamo Facebook di immagini in bianco e nero per mostrare il nostro supporto alla battaglia contro il cancro. Quando i tuoi amici metteranno un like al tuo post, invia loro questo messaggio”.

A cascata, gli altri utenti faranno altrettanto.

Un meccanismo semplice e assai noto già dall’Ice Bucket Challenge in avanti.

Ma cosa spinge le persone ad aderire a queste mobilitazioni?

Sicuramente il tema è fondamentale: la prevenzione dei tumori è un argomento che ci tocca tutti molto da vicino. Si tratta del male del secolo contro cui ci sentiamo piuttosto impotenti per cui poter fare qualcosa, anche solo postando una foto, ci fa sentire in qualche modo sollevati.

Tuttavia, in questo tipo di iniziative conta molto anche il “metterci la faccia” che si traduce in un mettersi in mostra in modo costruttivo. Come era stata l’Ice Buckett Challenge anche questa sfida ci chiama a giocare in prima persona, ad esporre una parte di noi e ad unirci ad una sorta di movimento universale che coinvolge tutte le persone che ci sono vicine e dal quale non vogliamo restare esclusi.

Ecco, il sentirsi parte di una sorta di “esercito dei buoni” è molto gratificante e questo tipo di gratificazione è decisamente amplificata nell’epoca dei social in cui non solo si compie un’azione positiva, ma si può mostrare a tutti che la si è fatta.

E poi, diciamocelo, mostrare dei ricordi ci fa felici.

 

Luisa Casanova Stua