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Ha ancora senso sponsorizzare un post?

Molti confondono la sponsorizzazione di un post su Facebook e, più in generale, sui social media, con la pubblicità tout court al punto che, quando immaginano di dare maggiore visibilità alla propria presenza su tali piattaforme, ricorrono automaticamente a questa soluzione commettendo, a mio avviso, un errore.

La sponsorizzazione di un post è una delle opzioni possibile ed è consigliabile quando:

Scopri di più …  https://bit.ly/30EXm8f

Social video: qualità, quantità o… vortice?

Uno dei nostri ormai celebri meme sottolinea la differenza tra come viene fruito lo stesso video su Facebook e su YouTube.

E’ ovviamente una semplificazione per spiegare l’atteggiamento diverso degli utenti dei due social. Non è che una scelta sia migliore dell’altra, anzi è probabile che in una strategia strutturata, siano necessarie tutte e due. Le persone stanno su diversi social media, in momenti diversi della loro giornata, con differenti motivazioni. Un brand ha bisogno sia di qualità che di quantità.

Ci sono segnali visivi (colori, forme, loghi) che non hanno bisogno di particolare attenzione, ma che finiscono per diventare una sorta di filo conduttore del viaggio quotidiano tra i media di ognuno di noi. In una frazione di secondo, all’inizio di un video su Facebook, su un poster stradale, dietro la porta di una partita di calcio, riceviamo in modo quasi subliminale il messaggio che quel brand c’è, esiste, ha qualcosa da dirci. Fa parte del nostro paesaggio mentale.

Poi ci sono gli “spot”, brevi video pubblicitari di solito posizionati prima del video che vogliamo vedere. Sono molto simili agli spot tv, siamo obbligati a vederli, e che lo vogliamo o meno, assorbiamo le sintetiche informazioni che ci comunicano. Il fatto che siano visioni forzate non è di per sé negativo: abbiamo vissuto decenni in cui questa cosa funzionava, e funziona ancora oggi. La credibilità è bassissima ma dall’altra parte c’è il massimo del controllo: ho la sicurezza che mi vedrai, di quante volte lo farai, e che i miei soldi garantiscono che il mio messaggio arrivi fino in fondo.

E poi ci sono le operazioni più complesse, in cui creo dei video il cui contenuto è interessante per un target, lo diverte, lo emoziona o lo informa. All’audience che desidero raggiungere e portare a bordo dò insomma qualcosa in cambio. È un obiettivo altamente qualitativo, non facile da raggiungere, ma che dà grandi risultati in termini di sintonia col brand. Per ottenere qualità bisogna offrire qualità: chiarezza di obiettivi, ascolto, lavoro e investimenti. Un ottimo, recente esempio è la partnership tra Il Milanese Imbruttito e McDonalds. L’alleanza con un produttore di contenuti che un certo target ama, proietta sul brand un alone positivo, se c’è una base comune di valori/emozioni condivisi.

Una strategia video social completa dovrebbe lavorare su tutte e tre questi piani, in modo coerente e sinergico. È quello che noi chiamiamo “il vortice” digitale. Nell’insieme liquido del media journey, non basta diffondere un messaggio ovunque, occorre creare un strategia che “risucchi” l’attenzione del nostro target verso di noi.

Social media: tre strumenti indispensabili

Gestire diversi account social può essere complicato: redigere piani editoriali, creare e pubblicare contenuti efficaci, monitorare le interazioni degli utenti, conversare con loro, fare i report per monitorare l’andamento.
Tutto questo richiede tempo e concentrazione, niente, infatti, può essere trascurato, se si vuole raggiungere i propri obiettivi.

Che dire, poi, dei giorni di festa passati dai (poveri) social media manager costantemente attaccati al computer? O delle piccole grandi crisi che si possono verificare sulle pagine?

Insomma: è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E siamo sicuri che si prenderà le sue soddisfazioni: se ci si organizza al meglio e si costruiscono strategie efficaci si possono raggiungere ottimi risultati in termini di business, di brand awareness, di engagement. E veder crescere una fan base attiva e partecipe è davvero un ottimo stimolo.

Proprio per aiutarvi nell’organizzazione, eccoci qui a suggerirvi tre strumenti che potranno rivelarsi molto utili in termini di ottimizzazione ed efficacia:

  1. Awario: questo utilissimo strumento nasce per renderci consapevoli (Aware, appunto) delle conversazioni che si stanno svolgendo online a proposito del nostro brand o di uno o più argomenti ad esso correlati.
    Monitora siti, social, piattaforme di news, blog e forum: insomma, non gli sfugge nulla. E vi permette di inserirvi nelle conversazioni e rispondere ai vostri clienti o potenziali tali in merito ai vostri prodotti o servizi.
  2. Buffer: “oddio, ho dimenticato di pubblicare il post!” Confessate: vi è successo almeno una volta. Con questo semplicissimo tool non vi accadrà più: potrete, infatti, programmare i post su tutte le vostre pagine social comodamente da un’unica piattaforma.
  3. FanpageKarma: uno dei (tanti) strumenti di monitoraggio social a disposizione. Con dei plus: potrete monitorare tutti i social – sì, anche Pinterest – confrontare le vostre performance con quelle dei vostri competitors, avere suggerimenti su quali giorni e orari sono migliori per la pubblicazione, e scaricarvi dei report personalizzabili e molto leggibili.

E allora…non ci resta che augurarvi buon lavoro!

Social media: li conosci davvero?

Li frequentiamo quotidianamente, interagiamo con loro più volte al giorno, sono parte irrinunciabile della nostra vita…ma conosciamo veramente i social media?

Oltre a post, commenti, like, reactions e stories c’è molto di più, soprattutto per chi utilizza i social a livello professionale. Vale la pena approfondire certi concetti e capire se e come stiamo utilizzando tutte le potenzialità che questi strumenti ci mettono a disposizione.

Una buona strategia di comunicazione nasce nel momento in cui si mettono sul tavolo tutti gli strumenti, si conoscono, si comprendono e si scelgono in base alle proprie esigenze.

Prima di tutto, quindi, mettetevi alla prova per capire quante ne sapete – davvero – dei social media.

Ecco un quiz tutto per voi, realizzato da Andrea Boscaro: http://bit.ly/2qLbCIW

Perché tanta ammirazione per il social media manager di Unicef?

Da qualche giorno l’account Twitter di Unicef Italia è stato preso di mira da persone che criticano l’operato delle ONG impegnate nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

In particolare il tweet che ha scatenato la valanga di commenti recitava “#Rispetto per chi soccorre #Rispetto per chi soffre #Rispetto per chi muore Nessun rispetto per chi infanga”, proprio in riferimento alla polemica sul traffico di migranti nel canale di Sicilia e le organizzazioni che lavorano in quel tratto di mare.

Le risposte al tweet sono state decine (qui ne trovate alcune: http://bit.ly/2qrWX9a), molte critiche, alcune addirittura offensive o volgari, ma Alberto, così si chiama il social media manager di Unicef, e la sua squadra non si sono fatti scoraggiare e hanno risposto a tutti in maniera educata ma anche molto decisa e netta.

Tra le tante citiamo questa:

unicef

La posizione di Unicef è chiara: è in gioco la vita di esseri umani che, come tale, deve essere tutelata al di là di qualsiasi credo o ideologia o polemica.

Questa reazione decisa contro i cosiddetti “leoni da tastiera” ha suscitato il plauso di molte persone che lavorano nella comunicazione social ma anche dei non addetti ai lavori.

Al di là del “percepito”, cioè della fermezza con cui Unicef difende il diritto alla vita delle persone, che siano migranti o meno, c’è molto di più: c’è una strategia di comunicazione forte, che anche di fronte a critiche o polemiche trova il tono di voce appropriato, senza farsi intimidire o prendere dal panico.

Le risposte di Unicef non sono mai sgarbate, rientrano perfettamente nelle guidelines di comportamento sui social, ma non ammettono facili repliche, puntano a interrompere sul nascere la polemica. Questa forza deriva da un obiettivo che fa da cappello a tutta la comunicazione: Unicef è l’organismo che difende i diritti umani nel mondo.
Questa è una missione, ma è anche una forza, la forza di un valore che sovrasta qualsiasi polemica e che viene comunicato in ogni occasione, essendo parte integrante e centrale dell’identità dell’organizzazione.

Da questa vicenda anche i brand possono trarre un insegnamento utile per il proprio community management: quello di non dimenticare mai i propri valori fondanti.
Solo tenendo ben presente la propria identità si può avere la forza di costruire una strategia di comunicazione social che non vacilla neanche di fronte alle polemiche. E si può permettere di rispondere con fermezza, senza timori.

 

 

Contro le bufale serve la fiducia del pubblico

Tramite i social media ci arrivano ogni giorno migliaia di informazioni: post dei nostri amici, contenuti di brand, articoli e notizie da varie testate di diverso genere.

Se tempo fa il problema era avere accesso alle informazioni – pensiamo a quando, per esempio, si doveva ricorrere per forza alla lettura dei quotidiani cartacei – oggi ciò che ci mette in difficoltà è il filtrarle, scremando quelle vere, interessanti e credibili da quelle che non lo sono.

Dopo la mobilitazione di diverse iniziative più o meno private e più o meno legate a testate giornalistiche, da qualche tempo anche Facebook ha annunciato la sua lotta senza quartiere alle cosiddette bufale, diventate ormai la materializzazione di tutto ciò che di cattivo e insidioso può nascondere internet.

Zuckerberg ha annunciato: “Siamo qualcosa di più di un semplice distributore di notizie. Siamo un nuovo tipo di piattaforma per il discorso pubblico”, evidentemente allarmato da una ricerca del Pew Research Center secondo cui il 23% degli intervistati negli Stati Uniti ha ammesso di aver condiviso notizie false e mentre il 16% di loro ha dichiarato di aver scoperto solo dopo che non fossero vere, ben il 24% lo ha fatto in coscienza, o per veicolare una certa posizione politica, oppure al contrario, per informare che si trattasse di una bufala.

A questo punto Facebook ha sferrato l’attacco inserendo tra le varie opzioni di segnalazione disponibile per i post anche quella dedicata alle bufale: gli utenti potranno segnalare una notizia falsa e il post a quel punto sarà inviato per la verifica al International Fact-Checking Network (IFCN) di Poynter.

Dopo il lancio dell’iniziativa negli Usa, lo stesso strumento di segnalazione sta arrivando in Europa, a partire dalla Francia.

Ma perché tutta questa paura delle bufale?

Perché attraverso i social passa sempre di più la costruzione delle opinioni di una massa critica di persone che agiscono e si muovono all’interno dello spazio sociale.

Una notizia falsa può aumentare o distruggere il consenso verso un leader o una parte politica, può cambiare la valutazione di diversi fatti, può, cosa forse meno grave a livello sociale, ma da tenere in considerazione per chi usa i social media per il proprio business, cambiare l’opinione e la considerazione che le persone hanno di un brand o un prodotto.

Come possono i brand mettersi al riparo dalle bufale?

La cattiva notizia è che non si può evitare che il proprio brand venga preso di mira da notizie o informazioni false fatte girare sui social media, la buona notizia è che ci si può conquistare la fiducia dei propri clienti o potenziali tali anche su web.

Farlo è, relativamente, semplice, occorre, come in tutti i rapporti che richiedano fiducia, dialogare con gli utenti, non considerarle semplici ricettori di messaggi, ma persone con cui instaurare un rapporto.

Se saprete raccontare il brand ai clienti senza mentire, cioè essendo molto onesti e, per esempio, scusandovi quando un prodotto o un servizio non hanno mantenuto la promessa e rimediando qualora ci fossero stati dei disservizi, le persone apprezzeranno la vostra apertura e sapranno che di voi possono fidarsi.

Nel trasmettere i messaggi che reputate utili alla costruzione della vostra brand awareness occorre tenere presente che state parlando ad un pubblico che vuole sapere chi siete, quali sono i vostri valori di marca, che tradizione avete alle spalle, chi sono le persone che lavorano per quel brand.

Mostrate il vostro lato umano, dialogate con le persone e nessuna bufala vi farà più paura, perché avrete dalla vostra parte la fiducia dei vostri clienti.

L’inbound marketing e l’importanza del contenuto

Inbound marketing definisce tutte quelle attività di marketing che hanno come scopo quello di essere trovati da potenziali clienti (outside-in)

L’IM si definisce in contrasto con la modalità tradizionale, detta anche outbound marketing (inside-out) che è imperniata su un messaggio direzionato unicamente verso il cliente.

Tecnicamente l’inbound marketing non è necessariamente legato al mondo del digital, ma nella pratica il web è naturalmente la piattaforma in cui gli strumenti di inbound marketing si sviluppano maggiormente.

SEO, SEM, content marketing, social media sono tutte attività che puntano ad attirare potenziali clienti o, comunque, persone che facciano parte del target di interesse.

Le quattro fasi dell’inbound marketing sono: attract, convert, close e delight. Per cui si va dall’attrarre i clienti al fidelizzarli trasformandoli da “estranei al brand” a veri e propri brand ambassador.

L’elemento essenziale dell’inbound marketing, quello capace di generare l’interesse degli utenti a prescindere dalla piattaforma, è il contenuto. Un buon contenuto, che sia video, immagine, testo o una combinazione delle tre, è la chiave per coinvolgere le persone, a prescindere dalla piattaforma utilizzata per diffonderlo.

#Sfidaaccettata: e in poco tempo Facebook diventa in bianco e nero

Vi sarete accorti che da qualche giorno a questa parte le vostre bacheche si stanno popolando di foto dei vostri amici da piccoli o, almeno, da giovani con l’hashtag #SfidaAccettata.

L’ennesima “stranezza” del social network?

Anche, ma in origine è nata come una campagna con uno scopo ben più alto che quello di mostrare i propri ricordi: promuovere la prevenzione del tumore.

In sostanza la campagna funziona così: si pubblica una vecchia foto e si attende che arrivino i like degli amici. Ad ognuna delle persone che ha messo “Mi Piace” si invia poi questo messaggio:”Poiché hai messo “Mi piace” alla mia foto, ora devi postarne tu una, scrivendo “Sfida accettata”. Riempiamo Facebook di immagini in bianco e nero per mostrare il nostro supporto alla battaglia contro il cancro. Quando i tuoi amici metteranno un like al tuo post, invia loro questo messaggio”.

A cascata, gli altri utenti faranno altrettanto.

Un meccanismo semplice e assai noto già dall’Ice Bucket Challenge in avanti.

Ma cosa spinge le persone ad aderire a queste mobilitazioni?

Sicuramente il tema è fondamentale: la prevenzione dei tumori è un argomento che ci tocca tutti molto da vicino. Si tratta del male del secolo contro cui ci sentiamo piuttosto impotenti per cui poter fare qualcosa, anche solo postando una foto, ci fa sentire in qualche modo sollevati.

Tuttavia, in questo tipo di iniziative conta molto anche il “metterci la faccia” che si traduce in un mettersi in mostra in modo costruttivo. Come era stata l’Ice Buckett Challenge anche questa sfida ci chiama a giocare in prima persona, ad esporre una parte di noi e ad unirci ad una sorta di movimento universale che coinvolge tutte le persone che ci sono vicine e dal quale non vogliamo restare esclusi.

Ecco, il sentirsi parte di una sorta di “esercito dei buoni” è molto gratificante e questo tipo di gratificazione è decisamente amplificata nell’epoca dei social in cui non solo si compie un’azione positiva, ma si può mostrare a tutti che la si è fatta.

E poi, diciamocelo, mostrare dei ricordi ci fa felici.

 

Luisa Casanova Stua

Instagram e i post multi-immagine: come usarli

Instagram ha recentemente introdotto la possibilità di creare post multi immagine, una sorta di carousel alla maniera di Facebook grazie ai quali si possono aggiungere diverse foto ad uno stesso post.

Si tratta di uno strumento interessante per chi vuole raccontare storie, descrivere prodotti o, per esempio, creare tutorial utilizzando proprio il celebre social network visuale.

Ma come si fa a creare questo tipo di post?

In realtà si tratta di un procedimento molto semplice.

Basta cliccare sul solito tasto in basso al centro con cui normalmente si aggiungono le foto su Instagram e apparirà un tasto con la dicitura “Seleziona più elementi”. Cliccandoci con il dito potrete selezionare dalla raccolta foto del vostro telefono fino a 10 foto o video da inserire nel post.

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A questo punto Instagram ci permette di scegliere un filtro per ognuna delle immagini oppure selezionare un unico filtro per tutte.

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Fatto questo potrete procedere come al solito alla scrittura del testo del post.

È importante ricordare che anche questo nuovo formato multi-contenuto di Instagram va utilizzato con attenzione e solo per scopi particolari in cui diverse immagini che si susseguono raccontino o spieghino qualcosa di particolare.

Engagement: una metrica fondamentale per i social media

Parlando di KPI sui social media, in molti sono ancora convinti che il numero di fan di una pagina sia la metrica più significativa, in realtà una community numerosa ma poco attiva e coinvolta non è un valore così importante per il brand.

Una fanbase che risponde attivamente ai contenuti, crea valore aggiunto per il brand.

Per misurare il coinvolgimento della community si utilizza una metrica specifica: l’engagement rate.

Engagement in italiano si traduce coinvolgimento ed, in effetti, è proprio l’indicatore che misura quanto i fan della pagina sono attivi e coinvolti nella conversazione con il brand.

Un engagement alto è sinonimo di una community attiva, che riconosce il valore dei contenuti del brand, risponde e interagisce con essi creando a sua volta altri contenuti, crea e partecipa a discussioni facendo della pagina un punto d’incontro e di scambio tra persone con interessi simili.

Tutto questo si traduce in fan che diventano non solo potenziali o effettivi clienti, ma addirittura possono trasformarsi in veri e propri brand ambassadors fidelizzati e attivi.

Per calcolare l’engagement rate, cioè il tasso percentuale di interazione su una pagina, esistono vere e proprie formule che possono essere sintetizzate in quella pubblicata da The Online Advertising Guide:

engagement

Come scegliere l’hashtag giusto

Le parole sono importanti, anche sui social network. E su certe piattaforme come Instagram o Twitter, lo sono ancora di più gli hashtag.

Scegliere l’hashtag giusto può implicare un aumento sensibile della visibilità dei vostri post. Scegliere l’hashtag giusto significa finire nel flusso di notizie corretto e quindi raggiungere l’audience di vostro interesse.

Ma come si scelgono gli hashtag?

Innanzitutto evitate di trasformare le vostre call to action in una sequela di hashtag inutili, #mettere #un #cancelletto #per #ogni #parola non solo è poco utile, ma rischia di rendere decisamente poco leggibili i vostri contenuti e farvi apparire come dei principianti dei social.

Gli hashtag servono per far trovare meglio i propri contenuti, dunque non hanno valore di per sé, ma solo nell’ambito dei motori di ricerca interni di ogni piattaforma.

Il testo del post deve essere ben distinto dagli hashtag, vostra scelta se dividerli anche fisicamente con uno o più spazi, ma, in ogni caso, gli hashtag vanno messi alla fine del testo, a meno che non ci siano parole utilizzabili come hashtag già nel testo stesso. La parola d’ordine è nessuna forzatura.

Per esempio va bene dire “Vi auguriamo il buongiorno con un buon #caffè” meno corretto dire “Vi auguriamo buongiorno con un buon #caffè #coffee #espresso”

Non esagerate con il numero degli hashtag e sceglieteli coerenti con il vostro contenuto. Gli hashtag generici potrebbero permettere al vostro contenuto di apparire in un numero maggiore di ricerche, ma probabilmente non sarebbe utile per raggiungere il target di utenti che vi interessa.

Per esempio, siete sicuri che #picoftheday sia in linea con il vostro posizionamento?

Quali tool possono aiutare a scegliere l’hashtag giusto?

Innanzitutto vi consigliamo di farvi un giro sul caro Google Trends: inserite il termine che intendete utilizzare come hashtag e osservate quanto interesse sto generando in questo momento sul web in generale.

googletrends

Ritetag, invece, è uno strumento più specifico: si tratta di un’estensione di Google Chrome che, inserendo un hashtag, vi dirà quanto è utilizzato e, quindi, se vale la pena utilizzarlo oppure no.

hashtag

Hashtagify.me, invece, vi indica quali sono i 10 top hashtag associati a quello che vorreste utilizzare.

hashtag

Non dimenticatevi, infine, di creare un hashtag specifico per il vostro brand, in modo che gli altri utenti possano utilizzarlo quando postano contenuti legati a voi.