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Come scrivere uno snippet efficace

Avere un sito ben fatto o un blog con ottimi contenuti non basta se le persone non possono trovarvi su Google.
Ormai è ben noto a tutti che gli elementi che compongono la giusta ricetta di quella specialità chiamata SEO sono tanti, diversi e tutti da tenere sotto controllo se volete che il vostro sito compaia tra i primi risultati sul motore di ricerca e, quindi, le persone vengano a sapere della vostra esistenza.

Tra quelli più importanti troviamo l’architettura del sito, quindi, ad esempio, la struttura dell’html e la sicurezza, l’autorevolezza, la qualità e la coerenza del contenuto, la link popularity.

Uno degli ingredienti della ricetta che spesso viene tralasciato, però, è lo snippet, ossia la breve descrizione del contenuto di una pagina web che appare nella pagina di ricerca di Google.

Il riquadro di snippet in primo piano nella pagina di ricerca include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL.
Nell’ordine: in primo piano vedete il Tag Title della pagina, appena sotto vedete l’url, poi la description e, infine, i sitelink correlati a quella pagina all’interno dello stesso sito.

Google deriva lo snippet dall’html.

La Description, che ha un massimo di 155 caratteri, può essere modificata, insieme al titolo, per descrivere al meglio il contenuto della pagina e attirare l’attenzione degli utenti.

Scrivere una descritpion efficace fa capire a Google che curate il vostro sito, e questo darà un punteggio globale più elevato al dominio
Scriverla al meglio, dunque, è fondamentale.

Per farlo, prima di tutto chiedetevi perché un utente dovrebbe voler cliccare sul vostro contenuto, cosa c’è di interessante che potrebbe attrarre le persone, cosa gli state promettendo per invogliarlo a cliccare?

La description deve far capire chiaramente qual è l’argomento della vostra pagina, ma non svelare troppo: ad esempio se state spiegando dei trucchi per fare qualcosa, non inseriteli nella description, ma fate capire bene di cosa si parla e cosa l’utente può aspettarsi cliccando su quel link.

Ovviamente è raccomandata l’originalità: non copiate mai altri snippet e cercate di differenziarvi il più possibile dando una ragione in più all’utente per cliccare.

Non dimenticate le keyword che nello snippet devono essere ben in evidenza.

Tenete a mente, inoltre, che lo snippet può anche essere disattivato inserendo nella pagina il tag <meta name="googlebot" content="nosnippet"> .

Tre parole chiave per prendersi cura dei propri clienti sul web

Il web è ormai sempre di più un terreno fertile su cui far crescere l’awareness del proprio brand ma anche coltivare il business.
Insomma, su internet ormai si vende, si compra, si cercano e si trovano informazioni su prodotti e servizi ma soprattutto si costruiscono relazioni.
Relazioni tra persone, ma anche relazioni dei brand col proprio pubblico di riferimento. Relazioni virtuali, certo, ma che hanno un innegabile impatto sul commercio reale e sulla fama di un marchio.

Queste relazioni sono basate essenzialmente su un dialogo costante con i propri clienti.

Per instaurare questo tipo di scambio proficuo si deve tenere conto di tre “parole chiave” fondamentali:

  1. Attenzione: ascoltate i vostri utenti, date loro modo di esprimersi e di condividere con voi le loro opinioni sul vostro brand, sui vostri prodotti o servizi.
    Fateli sentire al centro dell’attenzione, in fondo, sono il bene più prezioso che avete, quindi è giusto dargli spazio, anche online.
  2. Cura: non lasciate niente al caso. Curate il vostro tono di voce, la celerità con cui gli rispondete, il follow up che riuscite a garantirgli in caso di problemi da risolvere.
    Anche quando progettate il vostro sito o le vostre pagine social non trascurate nessun dettaglio, fate che i vostri clienti si sentano a casa, riescano a trovare subito quello che cercano, sappiano che li ascoltate e che siete al loro servizio per garantirgli il meglio.
  3. Progettazione: l’esperienza d’uso del cliente dovrebbe essere sempre più soddisfacente possibile. Ricordate che sul web non state solo vendendo qualcosa all’utente, ma lo state invitando a casa vostra, a conoscervi, ad entrare in contatto con voi. Tutto questo è molto di più che un semplice atto di acquisto per lui. Quindi è importante studiare il customer journey e progettare un’esperienza che, attraverso tutti i touch point digitali, riesca ad offrire il meglio ai vostri clienti.

Acquisire nuovi clienti non basta se poi non si è in grado di costruire un rapporto basato sulla fiducia. Solo in questo modo trasformerete le persone che vengono in contatto con la vostra azienda in veri e propri brand ambassador.

Remarketing VS Retargeting

Raggiungere le persone che si sono già dimostrate interessate al nostro brand o ai nostri servizi per riuscire a vendere o rivendere loro qualcosa è una tecnica di marketing consolidata che dà spesso buoni frutti.

In gergo “markettaro” questo procedimento viene definito “remarketing” o “retargeting”. I due termini, usati spesso come sinonimi, esprimono, però, concetti in realtà differenti.

In particolare il Retargeting si riferisce a tutte quelle attività volte a tracciare, attraverso i cookies o gli altri strumenti, i profili degli utenti di un determinato sito al fine di raggiungerli poi in momenti successivi e in altre fasi della loro navigazione online. Insomma, avete presente quando cercate un volo oppure l’ultimo gadget tecnologico e poi ve lo vedete spuntare nei banner dei siti che visitate nei giorni successivi? Ecco, quella è una campagna di retargeting, pericolosissima nel caso in cui avete navigato col computer di casa per cercare il regalo a sorpresa di vostra moglie.

Il Remarketing ha la stessa logica ma utilizza uno strumento diverso: le email. Se siete iscritti ad Amazon lo sapete: se acquistate un determinato libro, il portale di ecommerce più famoso al mondo vi manderà nei giorni seguenti numerose e amorevoli email per accertarsi che non vi perdiate il seguito di quel fantastico romanzo.

Il 25% dei 1000 più importanti retailer online fa campagne di remarketing per l’abbandono del carrello e per l’upselling.

Le tempistiche sono fondamentali nelle campagne di remarketing: alcuni studi, infatti, hanno dimostrato che le chance di reingaggiare un utente diminuiscono di dieci volte se il contatto avviene più di un’ora dopo la prima interazione.

Tenere vivo il contatto con i propri clienti o potenziali tali, dunque, è molto meno oneroso è più fruttuoso rispetto alla generazione di nuove lead, per questo le campagne di retargeting e remarketing sono una tecnica così diffusa e praticata.

 

Tre strumenti utilissimi per chi fa SEO

Keyword, tag, meta tag, spider: se non vi sembrano parole di una lingua sconosciuta probabilmente vi occupate di SEO o, almeno, avete lavorato o state lavorando all’ottimizzazione del vostro sito web.

Sapete, dunque, che non è facile accontentare Google e cercare di farlo richiede un lavoro continuo.

Ecco, dunque, che vogliamo venirvi in aiuto consigliandovi tre tool semplici ed efficaci per facilitarvi il compito.

Il primo si chiama Screaming Frog: si tratta di uno strumento che vi permetterà di analizzare da cima a fondo il vostro sito per scoprire eventuali “magagne” non gradite ai motori di ricerca (Perché ne esistono altri oltre Big G?).
Basta scaricarlo, inserire il dominio e lui procede ad analizzarlo rilevando, ad esempio, se ci sono lacune nei tag determinanti. Al termine dello scanning vi darà un report completo e dettagliato.

Il secondo è Open Site Explorer: su questa piattaforma basta inserire il link del sito web che volete analizzare per avere un report dei backlink, dei link potenzialmente dannosi e anche dei suggerimenti per nuove opportunità di link-building.

Il terzo è SiteLiner: anche qui basta inserire il link del sito per avere una panoramica dei contenuti duplicati, cioè con percentuale di duplicazione “pericolosa” per l’indicizzazione, e dei broken link insieme a una valutazione delle pagine più facilmente indicizzabili.
Una volta individuate le pagine duplicate si potrà, quindi, intervenire con il TAG Canonical per selezionare quale indicizzare.

Provate questi tre strumenti e fateci sapere come è andata!

Tono di voce: due domande per trovare “quello giusto”

Le occasioni e gli spazi di scrittura sul web si moltiplicano: che sia per raccontarci, per costruire il nostro personal branding o per parlare di un brand, siamo sempre più spesso alle prese con articoli per blog, post su Facebook o tweet.

In questo mare di scrittura, però, una cosa contraddistingue molto bene una voce dall’altra ed è il tono che si usa per comunicare.

Il tono di voce dipende strettamente da chi siamo – o chi è il nostro brand – e dal mezzo utilizzato per esprimersi: mantenere una coerenza attraverso tutti i canali di comunicazione, senza essere piatti o risultare fuori luogo, però, è impegnativo e per farlo è importante avere le idee ben chiare.

Innanzitutto, quindi, per decidere quale debba essere il proprio tono di voce sui vari canali occorre porsi due domande fondamentali:

  1. Chi parla: prima ancora di decidere cosa direte e come lo direte, stabilite qual è la voce che parlerà al vostro pubblico. Sarà un “noi” o un “io”?
    Questo è fondamentale per declinare al meglio qualsiasi contenuto e non perdere di vista l’identità propria o di brand.
    Sicuramente parlando al plurale l’idea di comunità di persone sarà accentuata, soprattutto sui social, e sarà più facile che chi legge si senta parte di un gruppo di persone con interessi comuni.
    Se a scrivere, invece, è un “io” si rafforza l’idea dell’individualità ed è più facile parlare, ad esempio, di se stessi come professionisti, artisti o artigiani.
  2. A chi parlate: ricordatevi che sui social la comunicazione non è mai broadcast, quindi chi parla è importante almeno quanto chi ascolta.
    Chiedetevi chi sono le persone con cui dialogherete, se sono un “voi”, quindi una community coesa, o un insieme di “tu”, domandatevi quali sono le chiavi per suscitare il loro interesse e coinvolgerli nella conversazione, quali sono gli argomenti che li appassionano o le informazioni che gli interessano.

Queste due domande vi serviranno per costruire un timone che vi permetterà di non sbagliare la rotta sia quando state scrivendo un post che quando state rispondendo ad un commento o state girando un video.

Ricordate: il tono di voce vi contraddistingue, quindi la coerenza e la consistenza sono fondamentali.

“La frattura tra analogico e digitale non è più nei fatti.” Intervista a Massimiliano Sossella

Abbiamo intervistato Massimiliano Sossella, professionista della comunicazione da oltre 25 anni, tra i fondatori di The Vortex, che ha lanciato un nuovo progetto nel campo del video storytelling, di cui ci ha rivelato un piccolo anticipo.
– Ciao max, ho visto dai tuoi social che hai in partenza un nuovo progetto. 
Sì, e mi fa piacere lanciare un piccolo teaser proprio qui: il progetto si chiama C*nema, ed è un approccio nuovo al mondo del videostorytelling. Mette insieme consulenza strategica, creatività e produzione in un modo agile, flessibile, adatto a questi tempi… un po’ difficili per la comunicazione. Posso anticiparti il claim: “C*nema. Like Cinema, bus shorter”. Tutto il resto lo potrete scoprire man mano sul mio sito www.massimilianosossella.it
– Ci racconti qualcosa in più del tuo rapporto con  il mondo digitale?
Ho avuto la fortuna di vederlo nascere e di scoprire da subito tutte le sue potenzialità, che già a partire dai primi anni erano evidenti. Social media, videocomunicazione, IOT… era tutto già scritto allora, solo che mancavano tecnologie e accessibilità. Ora ci sono.
– Come è nato il tuo interesse per il mondo il digitale? è arrivato prima il lavoro o la passione personale?
E’ stato un colpo di fulmine del tutto personale. Quel primo collegamento in dialup via Telnet con il server della NASA, dal computer di un conoscente, era il 1995… Quella scritta “NASA CONNECTED” che comparve in risposta alle nostre stringhe di comando, attraversando un’oscurità misteriosa… Un’entità lontana migliaia di chilometri, ma così incredibilmente vicina. Uno shock! Quella sera, all’inizio eravamo in tanti davanti allo schermo, ma dopo dieci minuti ero rimasto solo io. Non poteva essere un lavoro, non lo era per nessuno, a quei tempi. Ma lo è diventato pochi anni dopo, grazie a quel primitivo colpo di fulmine.
– Qual è il tuo rapporto con i social (o lo smartphone)?
Lo stesso che si ha con i propri vestiti. Sono un prolungamento, uno strato che ci portiamo sulla pelle e che parla di noi. Per fortuna, ogni tanto possiamo spogliarci, e forse quando siamo nudi viviamo i momenti migliori della nostra vita…
– Ci dici un paio di siti o app a cui non potresti mai rinunciare?
Wikipedia e Google. Ma Google è il tramite per accedere a tutto quello che c’è dentro il web. Il che vuol dire, in definitiva, è che del web che non potrei fare a meno. Ma chi altri potrebbe, oggi?
– Dall’alto della tua esperienza, ci racconti come è cambiata la comunicazione e il lavoro delle persone di marketing con l’avvento del digitale?
Vorrei dire che è cambiata in meglio, ma non sarei sincero. Ho l’impressione che il digitale sia servito soprattutto ad accelerare i processi di produzione della comunicazione di marketing, che i sistemi analogici rallentavano per necessità. La compressione dei tempi di produzione ha però compresso anche i tempi di pensiero, di creazione e di verifica. Si richiedono tempi sempre più stretti, costringendo le persone di marketing a ritmi spesso incompatibili con la qualità, che necessita comunque di tempo. In compenso vedo poco utilizzate le grandi opportunità offerte dalla rete: la ricerca, la possibilità di ascoltare, di imparare, di raccogliere dati, spunti e riflessioni.
– Ci racconti un’iniziativa che hai curato e di cui sei particolarmente orgoglioso?
D’istinto mi verrebbe da rispondere: la prossima, il progetto che mi aspetta da qualche parte, a mia insaputa, per bussare alla mia porta come una delle tante occasioni. Poi ti posso dire che sono soddisfatto del mio sito personale, www.massimilianosossella.it, che è uno spazio dove appunto racconto le mie esperienze e le metto a disposizione di chi vuole andarle a scoprire. All’inizio mi sembrava un’iniziativa troppo autoreferenziale, ma poi ho capito che è semplicemente un modo di restituire quello che ho ricevuto in questi anni di lavoro.
– C’è stata recentemente  un’operazione di marketing digitale che ti ha particolarmente colpito?
Trovo tuttora insuperabile l’esperienza di Red Bull nel suo complesso. Le sue attività di content marketing coerente, continuativa, pervasiva, con una focalizzazione estrema, grazie anche a misure organizzative al suo interno, hanno dato un valore impressionante al brand.  Non dimentichiamolo, brand che si riferisce a un prodotto di minima sostanza e funzionalità, puro marketing. Vien quasi da dire che il prodotto sia la comunicazione stessa. A seconda dei punti di vista, è magico, assurdo, riprovevole. Ma sicuramente fa pensare.
– Di quali figure professionali ha bisogno il mercato della comunicazione in Italia?
Più che di figure, parlerei di segmenti. Mi sembra che manchi quasi completamente il middle management. Abbiamo alla guida persone di esperienza, un po’ logore, e più sotto c’è una marea di persone con poca formazione, che spesso vengono sbattute in prima linea subito dopo uno stage, senza aver fatto la necessaria gavetta né soprattutto essere state accompagnate nella crescita da manager in grado di valorizzarli e consigliarli.
– Spesso sentiamo dire che il digitale è un lavoro per giovani. quale può essere il valore aggiunto che persone con solide esperienze analogiche possono dare a questo mercato
Il digitale non esiste. La frattura tra analogico e digitale non è più nei fatti. Oggi esiste semplicemente la comunicazione, che è sempre digitale (anche la tv, le affissioni, la radio lo sono) e che grazie alla rete è diventata liquida, indossabile, interattiva, interconnessa. Ognuno di noi, a prescindere dall’età, ne fa un’esperienza quotidiana. Le persone con più esperienza possono avere il ruolo che dicevo qui sopra: fare da guida, accompagnare i più giovani nella loro crescita, prima umana e poi professionale. Aggiungere esperienza, saggezza e pensiero. A patto di non perdere mai curiosità, voglia di guardarsi attorno e di raccogliere nuove sfide.

La Unique Selling Proposition applicata al personal branding

La Unique Selling Proposition è un concetto pubblicitario inventato negli anno Quaranta che sembra, ormai, un po’ vecchio e superato.

Si tratta della tecnica secondo cui per pubblicizzare un prodotto rendendolo appetibile per il pubblico occorre prima di tutto individuare e poi comunicare in modo forte e convincente il suo “unico argomento di vendita”, cioè una caratteristica che sia solo sua, che lo renda forte e che lo contraddistingua rispetto alla concorrenza.

Ovviamente è implicito che questo fattore debba convincere quante più persone possibili ad acquistare quel determinato prodotto anziché un altro.

Come dicevamo, questo concetto in pubblicità è un po’ superato: negli anni se ne sono aggiunti altri, forse più efficaci o semplicemente diversi.

Tuttavia è un concetto importante da riprendere nel campo del personal branding.

Quando costruite la vostra immagine online, che siate dei liberi professionisti in cerca di clienti oppure siate in cerca di lavoro, vi state “vendendo” nel senso più positivo possibile del termine.

State di fatto mostrando il lato migliore di voi – si spera – affinché qualcuno vi noti e vi scelga in mezzo a tanti altri.

Dunque, sul vostro sito web, sulla vostra pagina Facebook o sul vostro profilo LinkedIn, state facendo una sorta di campagna pubblicitaria di voi stessi, cercando di convincere i vostri potenziali acquirenti.

Per questo il consiglio è quello di farvi la fatidica domanda: perché dovrebbero scegliere me?

In altre parole, cercate la vostra Unique Selling Proposition.

Può essere qualcosa che sapete fare meglio degli altri, uno stile che vi contraddistingue nel vostro modo di condurre gli affari, un tratto del vostro carattere che vi rende particolarmente apprezzabili dal punto di vista professionale o anche una passione che dice molto di voi e del vostro modo di essere.

La tendenza che si ha frequentando il web è spesso quella di uniformarsi. Non fatelo, siate originali, siate voi stessi, trovate la particolarità che vi rende unici e avrete molte più possibilità di farvi notare.

Luisa Casanova Stua

Food e digital transformation: l’intervista a Luca Cioffi

Il settore del food è uno dei più coinvolti dalla digital transformation: abbiamo intervistato Luca Cioffi, Direttore commerciale e marketing di Co.Ind, importante azienda italiana di torrefazione, leader nella produzione di caffè a marchio del distributore, per parlare di questo argomento e lui ci ha spiegato quali sfide e opportunità porta con sé l’evoluzione tecnologica in questo settore.

Il settore del food ed in particolare del caffè è oggetto di un processo di digital transformation rilevante con cambiamenti sia dal lato del canale che dal lato del modello di business. Come state guardando alla Rete?

Il settore del food – industria e distribuzione – si sta interrogando da tempo sui cambiamenti che porterà l’evoluzione tecnologica. Per un’azienda come la nostra, fortemente orientata al B2B e specializzata nella fornitura a pochi grandi clienti, pensiamo che questo possa introdurre opportunità interessanti per sviluppare nuovi ambiti di business.

Oggi Amazon rappresenta un ambiente di cui molte realtà del vostro settore si servono per estendere il proprio business. Che esperienza avete avuto finora?

Abbiamo individuato Amazon come un canale prioritario per lo sviluppo del nostro business in ecommerce, soprattutto grazie al fatto che i nostri prodotti non hanno sufficiente notorietà per attrarre clienti su una nostra piattaforma. Abbiamo iniziato a vendere su Amazon da poco più di sei mesi, con una proposta commerciale molto aggressiva e i risultati sono stati sinora interessanti e le prospettive future ancora di più. In particolare, pensiamo che Amazon sia un canale particolarmente interessante per le aziende come la nostra, che hanno un’alta qualità di prodotto e limitati notorietà di prodotto e capacità di accesso ai canali retail tradizionali.

Amazon rende molto semplice la vendita all’estero sia con la propria infrastruttura web che con i propri servizi logistici. Come state affrontando questa opportunità?

Vista la frammentazione degli ordini di Amazon e la focalizzazione della nostra azienda sulla gestione di grandi account, abbiamo scelto da subito di usufruire della piattaforma di marketplace di Amazon e dei loro servizi di logistica.
Il servizio al consumatore si è dimostrato eccellente. Inoltre, Amazon si è dimostrata non solo molto performante dal punto di vista della efficienza e rapidità di consegna, ma tutto sommato anche competitiva in termini di costi rispetto a soluzioni logistiche “tradizionali”.

Coind è un’azienda operante prevalentemente nel settore business-to-business. Come state cambiando la vostra cultura aziendale per prepararvi ad un maggior ruolo del business to consumer?

Sta cambiando molto. Non solo in termini di cultura e di focalizzazione sui processi consumer, ma anche in termini organizzativi. Abbiamo inserito una risorsa dedicata alla gestione dell’ecommerce, perché abbiamo realizzato che le problematiche e l’approccio al mercato sono completamente diversi.

Il mondo delle agenzie che supporta le aziende in cambiamenti come questi è ampio e complesso. Come gestite le risorse esterne e quali difficoltà avete avuto?

Le nostre esigenze stanno progressivamente aumentando, e quindi stiamo anche strutturando in modo diverso le richieste ai fornitori esterni. I nostri partner storici si sono dimostrati non adeguati rispetto alle nuove sfide, sia per quel che riguarda le attività di social marketing sia per quelle più spiccatamente legate alle esigenze di supporto alle attività di ecommerce e siamo appena partiti con dei nuovi fornitori maggiormente specializzati. Il mercato è comunque ancora in una fase di rapida evoluzione, e quindi dovremo periodicamente rivedere in futuro l’adeguatezza delle nostre scelte.

 

Cosa sono e come funzionano le AMP

AMP, ovvero Accelareted Mobile Pages, sono delle pagine web che grazie ad uno speciale codice – HTML AMP – si caricano in media 4 volte più velocemente di quelle tradizionali e utilizzano fino a 10 volte meno dati.

Questo tipo di pagine sono ottimizzate per la velocità e, quindi, perfette per la visualizzazione da device mobili.

La tecnologia AMP è stata inventata da Google proprio per ovviare al problema del caricamento lento delle pagine web da mobile.

Proprio la lentezza di caricamento, infatti, fa sì che molti utenti rinuncino a consultare un sito web: il tasso di abbandono supera il 25% quando il tempo di risposta di un sito o di una pagina supera i 4 secondi.

Avere un sito web che sia fruibile comodamente e velocemente anche da mobile è fondamentale per brand e aziende.

Ma come funziona l’AMP per gli utenti?

Navigando su Google con il proprio smartphone, se alla ricerca è associato un numero di risultati sufficiente, Google stesso fa apparire nella schermata principale un carosello di preview di contenuti che aiuterà l’utente a trovare immediatamente quelli sviluppati in AMP.

Safer Internet Day: il decalogo per difendersi in rete

La sicurezza online, soprattutto per i minori, è sempre più in pericolo, col crescere dell’abitudine ad essere connessi e condividere i più diversi aspetti della propria vita.

I rischi si moltiplicano con l’aumentare delle ore di connessione. Per questo nasce il Safer Internet Day (SID), la giornata mondiale per la sicurezza in Rete. Dietro il progetto, coordinato dai Safer Internet Centre (SIC) dei singoli Paesi, ci sono INSAFE e INHOPE (due network internazionali impegnati proprio nel campo della sicurezza online), supportati dalla Commissione Europea.

La frase simbolo della campagna di quest’anno è “Be the change: unite for a better internet“, che richiama l’attenzione sul ruolo attivo dei ragazzi nel preservare la propria sicurezza in rete.

Per mettersi al riparo, infatti, ci sono dei comportamenti da adottare nel frequentare i social media e internet in generale:

  • Non fidarti ciecamente di nessuno: anche se pensi che il tuo fidanzato o la tua migliore amica non ti tradiranno mai, non condividere con loro in chat cose che non vorresti rendere pubbliche.
  • Più del 10% dei minori intervistati dal Miur sull’argomento ha confessato di condividere online i propri segreti e soprattutto foto intime (il cosiddetto sexting, in voga soprattutto tra i più giovani). Non fatelo! E soprattutto non pubblicatele sui social. Non fidatevi delle chat che si “autodistruggono”, esistono gli screenshot e il vostro interlocutore potrebbe non essere solo nel momento in cui gli inviate certe immagini.
  • Non accettate link dagli sconosciuti: attenti a chi vi invia cosa, dietro a dei link che sembrano innocui potrebbero celarsi furti di identità o altri pericoli per la privacy e la sicurezza dei vostri dispositivi.
  • Attenzione a non passare troppo tempo online: il mondo dei social è fantastico, ma anche il mondo esterno ha i suoi pregi, non perdeteveli, continuate a vivere anche nella realtà vera, oltre che in quella virtuale.
  • Attenzione ai like e ai commenti: involontariamente potreste alimentare fenomeni di Cyberbullismo che prendono di mira persone più vulnerabili.
  • Se siete voi stessi vittime di cyberbullismo non sforzatevi di risolvere da soli la situazione, chiedete aiuto, parlatene: se vi isolate i bulli hanno già vinto.
  • Non usate linguaggio violento, non fatevi coinvolgere in discussioni troppo accese, soprattutto se a cercare la lite sono solo persone che vi hanno presi di mira.
  • Preferite le amicizie che siano almeno nate offline. Sul web possono nascere intese bellissime, ma attenzione a capire veramente chi è la persona con cui state parlando.
  • Non pubblicate nulla di cui in futuro potreste pentirvi, per esempio, nel momento in cui starete cercando lavoro o vorrete entrare in una scuola che sognate frequentare.
  • Adottate sempre il buonsenso e cercate di non mettervi in situazioni difficili.

Oltre a queste semplici regole, qui trovate un vero e proprio vademecum, messo a disposizione dal Safer Internet Centre italianohttp://bit.ly/2ll5pl1Una volte che terrete presenti tutti questi punti, riuscirete a godervi il meglio di questo fantastico universo che è il web che può essere sfruttato per conoscere nuove realtà, per informarsi, per formarsi, per alimentare la propria creatività e così via.

E voi, con quale scopo navigate?

Quante ne sai di Google?

Google è uno dei compagni più fedeli della nostra vita quotidiana: dalla calcolatrice alla modifica delle foto, sono ormai quasi innumerevoli i servizi che il colosso del web ci mette a disposizione. Ad esempio, sapevate che può anche aiutarvi a cercare parcheggio?
Per sapere davvero quanto conoscete i servizi di Google, mettetevi alla prova con il nostro quiz e diteci che punteggio avete ottenuto.

“Il digital mi ha affascinata per le sue infinite possibilità”. Intervista a Jolanda Restano di Fattore Mamma

A pochi giorni dall’inizio del Digital Moms Master di FattoreMamma, abbiamo intervistato Jolanda Restano, Business Development Director e Founding Partner di FattoreMamma, agenzia di comunicazione tutta al femminile.

Come nasce il tuo rapporto con il digitale? Professionalmente o da una passione personale?

Internet mi ha affascinata sin dagli albori, perché ne vedevo le infinite possibilità. Anche nel mio lavoro “scientifico”, in una casa farmaceutica, mi sono occupata di siti Internet e curavo la parte digitale, che era agli inizi.
Da lì è nato il mio rapporto con il digitale.

Qual è il tuo rapporto con i social (o lo smartphone)?

Vivo in simbiosi con il mio smartphone, ma assolutamente non corro il rischio di diventarne schiava. Riesco sempre a filtrare il mio rapporto con i social con la giusta dose di ironia e distacco. Mi diverto, ma non mi sveglio la mattina con l’idea di farmi un selfie per dare senso alla giornata.

Ci dici un paio di siti o app a cui non potresti mai rinunciare?

Un sito di un quotidiano la mattina insieme al caffè e Tripadvisor quando devo scegliere alberghi o ristoranti.

Dall’alto del tuo osservatorio privilegiato, ci racconti come è cambiato essere mamma con l’avvento del digitale?

L’orizzonte di una neomamma con l’avvento del digitale si è aperto a molte possibilità. Se prima il rischio era l’isolamento mamma-bebè, ora grazie alla Rete le mamme riescono a fare network fra loro. Internet da un lato semplifica la vita pratica di mamma grazie e mille app utili: dalla spesa/acquisti on line alla scelta del nido; dall’altra fornisce risposte e occasioni di confronto.

Da dove nasce l’idea di FattoreMamma?

Nasce nel momento in cui non sono riuscita ad avere il part-time dopo la nascita di mia figlia e ho deciso di lanciarmi in una nuova avventura, che partisse proprio dalla mia esperienza di mamma e dalla mia passione per il mondo digitale. Abbiamo cominciato con Filastrocche.it un sito che raccogliesse filastrocche, rime e fiabe per bambini, perché mi ero accorta che in Rete non esistevano, quando le cercavo per cullare Matilde e poi è nata FattoreMamma.

Ci racconti di un’iniziativa di cui siete particolarmente orgogliosi?

Il progetto che stiamo realizzando per OVS Kids ci sta dando tante soddisfazioni, perché riunisce la parte social a quella live, con le mamme blogger che vanno a fare shopping in negozio, dove c’è la nostra redazione al lavoro o fanno lavoretti e contenuti per il sito OVS Kids. Ma devo dire che l’aspetto del mio lavoro di cui vado particolarmente orgogliosa è il team che si è creato in FattoreMamma, capace di affrontare con entusiasmo e professionalità ogni nuova sfida. Il clima che si respira in ufficio da noi è diverso da qualsiasi altro posto, credo, perché qui la flessibilità è un reale punto di partenza e il fatto di essere mamma un vero plus sul lavoro.  Proprio per questo motivo abbiamo pensato al progetto del master, una grande opportunità professionale per le mamme italiane e per le donne in generale.

 

Anche i docenti di The Vortex terranno dei corsi in occasione del Digital Moms Master che si terrà a Milano nelle giornate del 28 gennaio, 4 febbraio, 18 febbraio, 11 marzo, 18 marzo.