The Vortex - Foto ricordo

Le foto ricordo, sono un ricordo

Come il buon principio della piramide rovesciata insegna, partiamo dalla fine: oggi non facciamo più foto per ricordare un momento, le facciamo per mandare un messaggio.

Chi, come il sottoscritto, ha vissuto l’infanzia a cavallo tra gli anni 70/80, ricorderà le meravigliose sere di settembre passate a guardare interminabili diapositive delle vacanze, l’entusiasmo con il quale venivano mostrate e raccontate immagini di faraglioni, castelli di sabbia e costumi inguinali.

Non era come molti pensano oggi una forma di masochismo collettivo, era semplicemente la voglia di condividere momenti significativi della propria vita con la propria comunità, istinto che ha portato all’esplosione delle piattaforme social che stiamo vivendo in questi anni.

Solo che allora, la foto era sacra.

Veniva scattata, custodita, protetta e mostrata con il massimo rispetto perché era l’unico ricordo tangibile di una bella esperienza vissuta, che non sarebbe più tornata.

Rispetto condiviso anche dagli spettatori, che si sarebbero fracassati le palle per due ore ma mai si sarebbero sognati di dire: “Va beh dai magari le vediamo la prossima volta, hai mica il Mercante in Fiera?”

Oggi la maggior parte delle foto che facciamo scompaiono dopo pochi secondi. Sia con i sistemi di messaggistica istantanea sia perché noi le dobbiamo cancellare subito dopo, per non ingolfare un telefono dove 64 giga finiscono al terzo giorno dall’acquisto.

Non lo facciamo però perché siamo diventati degli insensibili senza ricordi. Lo facciamo perché le foto che scattiamo con il telefono non hanno lo scopo di ricordarci quanto siamo stati bene nella gita a Morimondo, servono per dire qualcosa a qualcuno.

Sono spesso selfie, momenti estemporanei, sciocchezze divertenti che usiamo per mandare un messaggio.

Ci facciamo una foto per dire ti penso, per far sorridere, per chiedere che si mangia stasera? Hanno lo stesso valore degli squillini di un tempo quando non si avevano i soldi per la ricaricabile ma si voleva comunque dire “Ti penso”.

Foto che se restassero in giro probabilmente ci rovinerebbero il personal branding senza possibilità di recupero.

Solo su SnapChat vengono condivise quasi 9mila foto al secondo e al 90% hanno le orecchie da cane, gli occhi enormi o vomitano arcobaleni.

E grazie a Dio, spariscono subito.

 

Paolo Guaitani

(Credits Image: Pixabay)