Una svolta per l’Italia. Perché bisogna rivedere l’indice delle prestazioni digitali in Europa

  • Da anni il Desi vede il nostro Paese all’ultimo posto in classifica, nonostante i molti investimenti pubblici e privati. La crisi potrebbe però rilanciare la tecnologia in molti aspetti della vita quotidiana, dalla didattica a distanza allo smartworking. Un’opportunità per le imprese ma anche per lo Stato

 

In una scena epica di Fitzcarraldo la barca viene issata sulla montagna e rimessa, dall’altro lato, sul fiume. Per farlo, il film mostra quanto siano necessari un sogno, un argano per tirarla su e braccia per accompagnarla. Il digitale, la sua infrastruttura, ma anche per le competenze per servirsene, si è dimostrato, fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, non solo lo strumento di lavoro con cui molti hanno potuto continuare a operare in smartworking, ma anche il tessuto connettivo che ha permesso alle famiglie e alle comunità di rimanere in contatto nonostante le restrizioni alla mobilità.

La necessità di dotarsi di una connessione adeguata a lavorare e a partecipare alla didattica a distanza, il ricorso all’e-commerce per acquistare e vendere, la familiarità con la Rete acquisita a forza di videochiamate e alleata dalla assidua lettura delle news online relative ai Dpcm di questi mesi, rendono lecito attendersi che il 2020 sarà salutato non solo come l’anno del Coronavirus, ma anche come il momento in cui l’Italia è finalmente diventata una società digitale.

Da anni, tutto questo è misurato, nell’ambito dell’Unione Europea, dal Desi Index, compilato dalla Commissione Europea per rappresentare la preparazione delle società alle sfide della Rete. Da anni il Desi vede il nostro Paese fanalino di coda nonostante investimenti pubblici e privati e a dispetto di una familiarità con cellulari e instant messenger diventata tratto distintivo dei nostri tempi e delle generazioni più giovani.

 

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