10 parole che, se vuoi lavorare con il programmatic, non puoi assolutamente non sapere!

Trading Desk
La struttura che sì occupa dell’acquisto degli spazi in programmatic

DSP – Demand side platform
La piattaforma che viene utilizzata dai trading desk per acquistare spazi

SSP – Supply side platform
La piattaforma tecnologica che viene utilizzata dagli Editori e dalle Concessionarie per vendere gli spazi

DMP – Data Management Platform
La piattaforma tecnologica che raccoglie, aggrega e normalizza i dati di prima, seconda e terza parte, su cui poi possono essere acquistate o vendute le campagne in programmatic

Full Stack
L’insieme di più piattaforme di un unico provider tecnologico, come ad esempio: adserver, SSP e DMP per gli editori e Adserver, DSP e DMP per i trading desk

Deal Guaranteed
Nome con cui si identifica uno dei metodi di compravendita degli spazi. Si stabiliscono formati/o, volumi e cpm e sia l’editore/concessionaria che il cliente si impegnano su questi 2 parametri.

Deal ID/Private deal
Si stabiliscono il formato (o i formati), il CPM (che è quindi fisso) e non si ha nessuna garanzia né della quantità di impressions che verrà messa a disposizione della DSP né della quantità di impressions che questa comprerà.

PMP
Nome con cui sì identifica un marketplace aperto solo a pochi acquirenti, che con un sistema d’asta compreranno le impressions che l’editore/concessionaria metterà a disposizione di tutti contemporaneamente. Chi sarà disposto a pagare di più, vincerà l’impressions.

Open Market
Come il PMP, il sistema di acquisto è ad asta, ma in questo caso non c’è la scelta dei partners a cui vendere le impressions, tutti possono accedere e provare ad aggiudicarsi il bacino messo a disposizione.

Floor Price
Il prezzo di base, sotto cui l’editore/concessionaria non vuole vendere le sue impressions: principalmente viene usato nei PMP e nell’Open Market, che sono gli unici 2 sistemi dove il CPM non è concordato a priori.

Come scrivere uno snippet efficace

Avere un sito ben fatto o un blog con ottimi contenuti non basta se le persone non possono trovarvi su Google.
Ormai è ben noto a tutti che gli elementi che compongono la giusta ricetta di quella specialità chiamata SEO sono tanti, diversi e tutti da tenere sotto controllo se volete che il vostro sito compaia tra i primi risultati sul motore di ricerca e, quindi, le persone vengano a sapere della vostra esistenza.

Tra quelli più importanti troviamo l’architettura del sito, quindi, ad esempio, la struttura dell’html e la sicurezza, l’autorevolezza, la qualità e la coerenza del contenuto, la link popularity.

Uno degli ingredienti della ricetta che spesso viene tralasciato, però, è lo snippet, ossia la breve descrizione del contenuto di una pagina web che appare nella pagina di ricerca di Google.

Il riquadro di snippet in primo piano nella pagina di ricerca include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL.
Nell’ordine: in primo piano vedete il Tag Title della pagina, appena sotto vedete l’url, poi la description e, infine, i sitelink correlati a quella pagina all’interno dello stesso sito.

Google deriva lo snippet dall’html.

La Description, che ha un massimo di 155 caratteri, può essere modificata, insieme al titolo, per descrivere al meglio il contenuto della pagina e attirare l’attenzione degli utenti.

Scrivere una descritpion efficace fa capire a Google che curate il vostro sito, e questo darà un punteggio globale più elevato al dominio
Scriverla al meglio, dunque, è fondamentale.

Per farlo, prima di tutto chiedetevi perché un utente dovrebbe voler cliccare sul vostro contenuto, cosa c’è di interessante che potrebbe attrarre le persone, cosa gli state promettendo per invogliarlo a cliccare?

La description deve far capire chiaramente qual è l’argomento della vostra pagina, ma non svelare troppo: ad esempio se state spiegando dei trucchi per fare qualcosa, non inseriteli nella description, ma fate capire bene di cosa si parla e cosa l’utente può aspettarsi cliccando su quel link.

Ovviamente è raccomandata l’originalità: non copiate mai altri snippet e cercate di differenziarvi il più possibile dando una ragione in più all’utente per cliccare.

Non dimenticate le keyword che nello snippet devono essere ben in evidenza.

Tenete a mente, inoltre, che lo snippet può anche essere disattivato inserendo nella pagina il tag <meta name="googlebot" content="nosnippet"> .

Tre parole chiave per prendersi cura dei propri clienti sul web

Il web è ormai sempre di più un terreno fertile su cui far crescere l’awareness del proprio brand ma anche coltivare il business.
Insomma, su internet ormai si vende, si compra, si cercano e si trovano informazioni su prodotti e servizi ma soprattutto si costruiscono relazioni.
Relazioni tra persone, ma anche relazioni dei brand col proprio pubblico di riferimento. Relazioni virtuali, certo, ma che hanno un innegabile impatto sul commercio reale e sulla fama di un marchio.

Queste relazioni sono basate essenzialmente su un dialogo costante con i propri clienti.

Per instaurare questo tipo di scambio proficuo si deve tenere conto di tre “parole chiave” fondamentali:

  1. Attenzione: ascoltate i vostri utenti, date loro modo di esprimersi e di condividere con voi le loro opinioni sul vostro brand, sui vostri prodotti o servizi.
    Fateli sentire al centro dell’attenzione, in fondo, sono il bene più prezioso che avete, quindi è giusto dargli spazio, anche online.
  2. Cura: non lasciate niente al caso. Curate il vostro tono di voce, la celerità con cui gli rispondete, il follow up che riuscite a garantirgli in caso di problemi da risolvere.
    Anche quando progettate il vostro sito o le vostre pagine social non trascurate nessun dettaglio, fate che i vostri clienti si sentano a casa, riescano a trovare subito quello che cercano, sappiano che li ascoltate e che siete al loro servizio per garantirgli il meglio.
  3. Progettazione: l’esperienza d’uso del cliente dovrebbe essere sempre più soddisfacente possibile. Ricordate che sul web non state solo vendendo qualcosa all’utente, ma lo state invitando a casa vostra, a conoscervi, ad entrare in contatto con voi. Tutto questo è molto di più che un semplice atto di acquisto per lui. Quindi è importante studiare il customer journey e progettare un’esperienza che, attraverso tutti i touch point digitali, riesca ad offrire il meglio ai vostri clienti.

Acquisire nuovi clienti non basta se poi non si è in grado di costruire un rapporto basato sulla fiducia. Solo in questo modo trasformerete le persone che vengono in contatto con la vostra azienda in veri e propri brand ambassador.

5 Consigli utili per scrivere buoni contenuti

Il contenuto è importante, è il Re, come si diceva ormai qualche anno fa. I buoni contenuti raccontano storie, emozionano, coinvolgono, conquistano l’attenzione e la fiducia delle persone, le fanno sognare.
Che siano social, blog, spot o campagne stampa, i buoni contenuti si riconoscono a un primo sguardo, a una prima lettura, a un primo incontro.

Uno strumento vincente, dunque, per la strategia di marketing di qualsiasi brand.

Ma come si fa a produrre contenuti di qualità?

Guardandoci bene dal dare guide che abbiano la pretesa di essere in qualche modo esaustive, ci limitiamo a fornire qualche spunto su cui riflettere prima di mettersi alla tastiera.

  1. Non iniziate a scrivere contenuti senza prima aver ben chiaro il concetto da esprimere o la storia da raccontare. A volte si è presi da una sorta di ispirazione momentanea e improvvisa: meglio lasciarla decantare, magari appuntarsi qualche spunto e poi mettersi al lavoro per costruire qualcosa di più solido.
  2. Non partite dal mezzo, dalla piattaforma su cui volete pubblicare, ma dai concetti e dalle storie. Immaginate un racconto e poi cercate di capire quale potrebbe essere il modo e il mezzo migliore per veicolarlo oppure come potrebbe vivere su mezzi diversi. Vedrete che vi verranno spunti molto più creativi.
  3. Non scrivete per voi, o per il brand, ma per il vostro pubblico, per coloro che vi immaginate vi ascolteranno. Cercate di capire cosa interesserebbe a loro, cosa li coinvolgerebbe, li emozionerebbe e li spingerebbe ad appassionarsi al brand.
  4. Siate chiari e non date mai nulla per scontato: non tutti hanno i vostri stessi riferimenti culturali o riescono a seguire i vostri ragionamenti se non li esplicitate a dovere. Siate, quindi, più lineari possibili. I vostri contenuti devono essere piacevoli e scorrevoli.
  5. Sembra il consiglio più banale ma…rileggete! Una volta finito di scrivere lasciate lì quel contenuto per un po’, fatelo riposare anche nella vostra mente e poi riprendetelo in mano e leggetelo come se non lo aveste scritto voi. È una cosa molto difficile, ma anche molto utile per capire se davvero siete riusciti a veicolare il messaggio che volevate come lo volevate.

Scrivere è un duro lavoro…ma può essere anche molto piacevole. Con queste piccole accortezze lo sarà ancora di più.

Wikibombing: non sottovalutate mai il vostro pubblico

Se frequentate i social ve ne sarete accorti: da alcuni giorni i profili di brand, broadcaster e personaggi pubblici sono presi di mira da commenti particolarmente “colti” con citazioni e link da Wikipedia.

Il fenomeno si chiama, appunto, Wikibombing ed è davvero molto divertente e, a tratti, molto utile per conoscere fatti e argomenti di cui non saremmo mai venuti a conoscenza.

Come tutti i fenomeni virali, non si sa bene da dove sia originato. Alcuni sostengono che i primi commenti stile “wiki” siano apparsi sotto a un video del matrimonio tra Emmanuel Macron e di Brigitte Trogneux.

Se non li avete mai visti, immaginatevi commenti dedicati ai rettili del sudamerica o alle gesta di Napoleone. Un non-sense a tratti davvero esilarante, che fa riflettere sul pubblico e sull’uso dei social network.

A fronte, infatti, di media che sostengono che il pubblico sia interessato solo a notizie di gossip o all’ultima ricetta della Pasta alla Norma in versione vegana, una fetta consistente di persone ha deciso di prendersi gioco di questa tipologia di informazione urlata e superficiale in modo intelligente e divertente.

Insomma, un modo di dire: non pensiate che siamo così ignoranti. E in effetti, come dargli torto: Wikipedia esiste ed è effettivamente accessibile a tutti. Ma soprattutto le sue voci possono suscitare lo stesso interesse – o anche maggiore – rispetto all’ultimo flirt tra vip.

Il Wikibombing, al di là dei suoi effetti surreali, ci dà un ritratto molto diverso del pubblico social: non solo troll arrabbiati e, a tratti violenti, ma persone che sanno e vogliono difendersi dall’appiattimento culturale e, nel farlo, sono capaci di utilizzare un’ironia che va molto oltre i soliti toni polemici.

Una considerazione, dunque, che vale per tutti, brand compresi: non sottovalutate mai il vostro pubblico e non date nulla per scontato. Al di là dello schermo non c’è solo una massa di homo-digitans senza capacitià di discernimento, ma delle persone che ragionano, criticano, apprezzano, discutono.

È con loro che si deve instaurare il vero dialogo. E vedrete che i troll, quelli veri, non faranno più paura.

Perché tanta ammirazione per il social media manager di Unicef?

Da qualche giorno l’account Twitter di Unicef Italia è stato preso di mira da persone che criticano l’operato delle ONG impegnate nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

In particolare il tweet che ha scatenato la valanga di commenti recitava “#Rispetto per chi soccorre #Rispetto per chi soffre #Rispetto per chi muore Nessun rispetto per chi infanga”, proprio in riferimento alla polemica sul traffico di migranti nel canale di Sicilia e le organizzazioni che lavorano in quel tratto di mare.

Le risposte al tweet sono state decine (qui ne trovate alcune: http://bit.ly/2qrWX9a), molte critiche, alcune addirittura offensive o volgari, ma Alberto, così si chiama il social media manager di Unicef, e la sua squadra non si sono fatti scoraggiare e hanno risposto a tutti in maniera educata ma anche molto decisa e netta.

Tra le tante citiamo questa:

unicef

La posizione di Unicef è chiara: è in gioco la vita di esseri umani che, come tale, deve essere tutelata al di là di qualsiasi credo o ideologia o polemica.

Questa reazione decisa contro i cosiddetti “leoni da tastiera” ha suscitato il plauso di molte persone che lavorano nella comunicazione social ma anche dei non addetti ai lavori.

Al di là del “percepito”, cioè della fermezza con cui Unicef difende il diritto alla vita delle persone, che siano migranti o meno, c’è molto di più: c’è una strategia di comunicazione forte, che anche di fronte a critiche o polemiche trova il tono di voce appropriato, senza farsi intimidire o prendere dal panico.

Le risposte di Unicef non sono mai sgarbate, rientrano perfettamente nelle guidelines di comportamento sui social, ma non ammettono facili repliche, puntano a interrompere sul nascere la polemica. Questa forza deriva da un obiettivo che fa da cappello a tutta la comunicazione: Unicef è l’organismo che difende i diritti umani nel mondo.
Questa è una missione, ma è anche una forza, la forza di un valore che sovrasta qualsiasi polemica e che viene comunicato in ogni occasione, essendo parte integrante e centrale dell’identità dell’organizzazione.

Da questa vicenda anche i brand possono trarre un insegnamento utile per il proprio community management: quello di non dimenticare mai i propri valori fondanti.
Solo tenendo ben presente la propria identità si può avere la forza di costruire una strategia di comunicazione social che non vacilla neanche di fronte alle polemiche. E si può permettere di rispondere con fermezza, senza timori.

 

 

Tono di voce: due domande per trovare “quello giusto”

Le occasioni e gli spazi di scrittura sul web si moltiplicano: che sia per raccontarci, per costruire il nostro personal branding o per parlare di un brand, siamo sempre più spesso alle prese con articoli per blog, post su Facebook o tweet.

In questo mare di scrittura, però, una cosa contraddistingue molto bene una voce dall’altra ed è il tono che si usa per comunicare.

Il tono di voce dipende strettamente da chi siamo – o chi è il nostro brand – e dal mezzo utilizzato per esprimersi: mantenere una coerenza attraverso tutti i canali di comunicazione, senza essere piatti o risultare fuori luogo, però, è impegnativo e per farlo è importante avere le idee ben chiare.

Innanzitutto, quindi, per decidere quale debba essere il proprio tono di voce sui vari canali occorre porsi due domande fondamentali:

  1. Chi parla: prima ancora di decidere cosa direte e come lo direte, stabilite qual è la voce che parlerà al vostro pubblico. Sarà un “noi” o un “io”?
    Questo è fondamentale per declinare al meglio qualsiasi contenuto e non perdere di vista l’identità propria o di brand.
    Sicuramente parlando al plurale l’idea di comunità di persone sarà accentuata, soprattutto sui social, e sarà più facile che chi legge si senta parte di un gruppo di persone con interessi comuni.
    Se a scrivere, invece, è un “io” si rafforza l’idea dell’individualità ed è più facile parlare, ad esempio, di se stessi come professionisti, artisti o artigiani.
  2. A chi parlate: ricordatevi che sui social la comunicazione non è mai broadcast, quindi chi parla è importante almeno quanto chi ascolta.
    Chiedetevi chi sono le persone con cui dialogherete, se sono un “voi”, quindi una community coesa, o un insieme di “tu”, domandatevi quali sono le chiavi per suscitare il loro interesse e coinvolgerli nella conversazione, quali sono gli argomenti che li appassionano o le informazioni che gli interessano.

Queste due domande vi serviranno per costruire un timone che vi permetterà di non sbagliare la rotta sia quando state scrivendo un post che quando state rispondendo ad un commento o state girando un video.

Ricordate: il tono di voce vi contraddistingue, quindi la coerenza e la consistenza sono fondamentali.

SEO: continuità e ottimizzazione sono le parole chiave

Si parla tanto di SEO, ma che cos’è nel concreto questa attività?

SEO è l’acronimo di Search Engine Optimization che tradotto in italiano risulta “ottimizzazione per i motori di ricerca”.

Si tratta di tutte le attività che hanno come scopo quello di permettere la migliore indicizzazione possibile di un sito web sui motori di ricerca.

Le attività SEO si dividono in On-Site, cioè tutte quelle che si occupano dei fattori interni al sito, dall’ottimizzazione della struttura del sito e degli aspetti tecnologici, all’ottimizzazione dei contenuti e delle relative parole chiave, e Off-Site, cioè tutte quelle azioni che coinvolgono i fattori esterni al sito, come l’ottimizzazione dei link provenienti da siti terzi e la valorizzazione delle comunicazioni su piattaforme terze, come, per esempio, i social media.

Tra le attività SEO esistono pratiche corrette, come il link building, la strutturazione di tag e meta-tag, la costruzione della link popularity, e pratiche scorrette, definite Black Hat perché sfruttano dei raggiri per permettere una migliore ottimizzazione del sito.

Queste pratiche, se rintracciate dai motori di ricerca, causano una pesante penalizzazione del sito.

Il SEO è un’attività che richiede continuità e costanza nel monitoraggio dei risultati e relativa ottimizzazione delle azioni da intraprendere.

 

(Immagine Luis Llerena da The Stocks)

Il potere delle storie

Come ha spiegato molto bene Alessandro Baricco nelle sue lezioni, il valore delle storie non è la bellezza, l’originalità, la cultura che trasmettono. Le storie sono potere, dalla notte dei tempi.

I grandi invasori hanno sempre portato con sé grandi storie e solo quando queste attecchivano nel cuore delle popolazioni le invasioni diventavano conquiste.

La condivisione delle storie porta alla condivisione di valori, di stili di vita, di aspirazioni e obiettivi.

E se fino a poco tempo il racconto delle storie era compito principalmente di Libri, Cinema e Tv, oggi possono farlo tutti, con qualsiasi mezzo.

Dal piano editoriale su Instagram ai branded content più ricchi e costosi, oggi la maggior parte dei brand ha scoperto lo storytelling.

Quello che forse ancora tanti però devono scoprire, è che questo non significa scrivere la storia di un brand.

Devono essere storie che la gente ha voglia di ascoltare e, poi, raccontare a sua volta.

Perché le storie che si sono diffuse e hanno conquistato popoli, sono quelle che sono state tramandate da persona a persona, di bocca in bocca, per centinaia di anni.

Le altre sono cadute serenamente nell’oblio. Ed è esattamente quello che accade, ancora oggi.

 

Paolo Guaitani

Contro le bufale serve la fiducia del pubblico

Tramite i social media ci arrivano ogni giorno migliaia di informazioni: post dei nostri amici, contenuti di brand, articoli e notizie da varie testate di diverso genere.

Se tempo fa il problema era avere accesso alle informazioni – pensiamo a quando, per esempio, si doveva ricorrere per forza alla lettura dei quotidiani cartacei – oggi ciò che ci mette in difficoltà è il filtrarle, scremando quelle vere, interessanti e credibili da quelle che non lo sono.

Dopo la mobilitazione di diverse iniziative più o meno private e più o meno legate a testate giornalistiche, da qualche tempo anche Facebook ha annunciato la sua lotta senza quartiere alle cosiddette bufale, diventate ormai la materializzazione di tutto ciò che di cattivo e insidioso può nascondere internet.

Zuckerberg ha annunciato: “Siamo qualcosa di più di un semplice distributore di notizie. Siamo un nuovo tipo di piattaforma per il discorso pubblico”, evidentemente allarmato da una ricerca del Pew Research Center secondo cui il 23% degli intervistati negli Stati Uniti ha ammesso di aver condiviso notizie false e mentre il 16% di loro ha dichiarato di aver scoperto solo dopo che non fossero vere, ben il 24% lo ha fatto in coscienza, o per veicolare una certa posizione politica, oppure al contrario, per informare che si trattasse di una bufala.

A questo punto Facebook ha sferrato l’attacco inserendo tra le varie opzioni di segnalazione disponibile per i post anche quella dedicata alle bufale: gli utenti potranno segnalare una notizia falsa e il post a quel punto sarà inviato per la verifica al International Fact-Checking Network (IFCN) di Poynter.

Dopo il lancio dell’iniziativa negli Usa, lo stesso strumento di segnalazione sta arrivando in Europa, a partire dalla Francia.

Ma perché tutta questa paura delle bufale?

Perché attraverso i social passa sempre di più la costruzione delle opinioni di una massa critica di persone che agiscono e si muovono all’interno dello spazio sociale.

Una notizia falsa può aumentare o distruggere il consenso verso un leader o una parte politica, può cambiare la valutazione di diversi fatti, può, cosa forse meno grave a livello sociale, ma da tenere in considerazione per chi usa i social media per il proprio business, cambiare l’opinione e la considerazione che le persone hanno di un brand o un prodotto.

Come possono i brand mettersi al riparo dalle bufale?

La cattiva notizia è che non si può evitare che il proprio brand venga preso di mira da notizie o informazioni false fatte girare sui social media, la buona notizia è che ci si può conquistare la fiducia dei propri clienti o potenziali tali anche su web.

Farlo è, relativamente, semplice, occorre, come in tutti i rapporti che richiedano fiducia, dialogare con gli utenti, non considerarle semplici ricettori di messaggi, ma persone con cui instaurare un rapporto.

Se saprete raccontare il brand ai clienti senza mentire, cioè essendo molto onesti e, per esempio, scusandovi quando un prodotto o un servizio non hanno mantenuto la promessa e rimediando qualora ci fossero stati dei disservizi, le persone apprezzeranno la vostra apertura e sapranno che di voi possono fidarsi.

Nel trasmettere i messaggi che reputate utili alla costruzione della vostra brand awareness occorre tenere presente che state parlando ad un pubblico che vuole sapere chi siete, quali sono i vostri valori di marca, che tradizione avete alle spalle, chi sono le persone che lavorano per quel brand.

Mostrate il vostro lato umano, dialogate con le persone e nessuna bufala vi farà più paura, perché avrete dalla vostra parte la fiducia dei vostri clienti.

L’inbound marketing e l’importanza del contenuto

Inbound marketing definisce tutte quelle attività di marketing che hanno come scopo quello di essere trovati da potenziali clienti (outside-in)

L’IM si definisce in contrasto con la modalità tradizionale, detta anche outbound marketing (inside-out) che è imperniata su un messaggio direzionato unicamente verso il cliente.

Tecnicamente l’inbound marketing non è necessariamente legato al mondo del digital, ma nella pratica il web è naturalmente la piattaforma in cui gli strumenti di inbound marketing si sviluppano maggiormente.

SEO, SEM, content marketing, social media sono tutte attività che puntano ad attirare potenziali clienti o, comunque, persone che facciano parte del target di interesse.

Le quattro fasi dell’inbound marketing sono: attract, convert, close e delight. Per cui si va dall’attrarre i clienti al fidelizzarli trasformandoli da “estranei al brand” a veri e propri brand ambassador.

L’elemento essenziale dell’inbound marketing, quello capace di generare l’interesse degli utenti a prescindere dalla piattaforma, è il contenuto. Un buon contenuto, che sia video, immagine, testo o una combinazione delle tre, è la chiave per coinvolgere le persone, a prescindere dalla piattaforma utilizzata per diffonderlo.

#Sfidaaccettata: e in poco tempo Facebook diventa in bianco e nero

Vi sarete accorti che da qualche giorno a questa parte le vostre bacheche si stanno popolando di foto dei vostri amici da piccoli o, almeno, da giovani con l’hashtag #SfidaAccettata.

L’ennesima “stranezza” del social network?

Anche, ma in origine è nata come una campagna con uno scopo ben più alto che quello di mostrare i propri ricordi: promuovere la prevenzione del tumore.

In sostanza la campagna funziona così: si pubblica una vecchia foto e si attende che arrivino i like degli amici. Ad ognuna delle persone che ha messo “Mi Piace” si invia poi questo messaggio:”Poiché hai messo “Mi piace” alla mia foto, ora devi postarne tu una, scrivendo “Sfida accettata”. Riempiamo Facebook di immagini in bianco e nero per mostrare il nostro supporto alla battaglia contro il cancro. Quando i tuoi amici metteranno un like al tuo post, invia loro questo messaggio”.

A cascata, gli altri utenti faranno altrettanto.

Un meccanismo semplice e assai noto già dall’Ice Bucket Challenge in avanti.

Ma cosa spinge le persone ad aderire a queste mobilitazioni?

Sicuramente il tema è fondamentale: la prevenzione dei tumori è un argomento che ci tocca tutti molto da vicino. Si tratta del male del secolo contro cui ci sentiamo piuttosto impotenti per cui poter fare qualcosa, anche solo postando una foto, ci fa sentire in qualche modo sollevati.

Tuttavia, in questo tipo di iniziative conta molto anche il “metterci la faccia” che si traduce in un mettersi in mostra in modo costruttivo. Come era stata l’Ice Buckett Challenge anche questa sfida ci chiama a giocare in prima persona, ad esporre una parte di noi e ad unirci ad una sorta di movimento universale che coinvolge tutte le persone che ci sono vicine e dal quale non vogliamo restare esclusi.

Ecco, il sentirsi parte di una sorta di “esercito dei buoni” è molto gratificante e questo tipo di gratificazione è decisamente amplificata nell’epoca dei social in cui non solo si compie un’azione positiva, ma si può mostrare a tutti che la si è fatta.

E poi, diciamocelo, mostrare dei ricordi ci fa felici.

 

Luisa Casanova Stua